Editoriale
Numero Dieci
Il Noaa (National Oceanic and Atmospherical Administration) annuncia che il 2010 sarà l'anno più caldo di tutti i tempi. È il 17 luglio: un mese prima
l'Europa e l'Italia erano state sommerse da un'ondata eccezionale di precipitazioni. A riprova che le manifestazioni climatiche estreme sono ormai diventate normali. «Non
ci sono più stagioni di mezzo» è diventata infatti la frase quotidiana più gettonata. Assieme alla lamentazione di una politica sciagurata che fa
tanti discorsi e pochi fatti, con trascurabili eccezioni fra centro e periferia. Se è vero, per tornare ai disastri acquei che hanno sconvolto in giugno molte zone d'Italia, che
si fatica a discernere i titolari del malgoverno territoriale. Perché se il governo centrale ha, anche storicamente, più colpe, le amministrazioni locali non possono
(più) chiamarsi fuori. Tanti, e troppo frequenti, risultano infatti i piccoli e grandi eventi calamitosi che, dalle Alpi alla Sicilia, mettono in ginocchio una città o un
quartiere, bloccano una strada o un ponte, fanno smottare una montagna o tracimare un rio, mandare in tilt il sistema fognario e il traffico.
È stato sufficiente, appunto, un giugno un po' autunnale, estivo ma piovoso, per trovarsi a fare i conti con allarmi meteo da protezione civile che, però, visto gli
esiti solitamente disastrosi, non vengono presi sul serio in primis dalle stesse autorità che li hanno lanciati; e che fanno il paio con dichiarazioni di «pubblica
calamità» che ormai non portano più soldi alle popolazioni e ai territori colpiti ma solo polemiche e palleggio di responsabilità. Che di variabile
ha solo il gioco a scambiarsi le parti fra sinistra e destra, a seconda che stiano al governo o all'opposizione. Secondo uno sciagurato copione che ora, con la nuova legge di
liberalizzazione delle acque (decreto Ronchi), rischia addirittura di peggiorare un quadro che presto si caricherà di un nuovo e inedito conflitto fra interessi pubblici e privati
in materia di acqua potabile.
Giusto per ribadire che la situazione se non è drammatica poco ci manca, nonostante i tanti bei discorsi e le accalorate denunce, sui quali fa però premio una cultura
del territorio, dunque anche della pianificazione urbanistica, in cui gli orientamenti estetici e decorativi prevalgono su quelli strutturali e capaci di istituire vere priorità
e concrete e quotidiane azioni. Talché per fare alcuni esempi estremi, ma per questo significativi, si costruiscono rotonde stradali con aiuole e monumenti, ma non si provvede
alla pulizia di fossi e canali; si investe in ciò che si vede bene (piazze, spazi gioco e arredi urbani), ma non si spende per adeguare i sistemi fognari, perché non sono
spettacolari; si incassano oneri di urbanizzazione, ma poi non si provvede alla manutenzione ordinaria dei nuovi quartieri. È cosi che basta una precipitazione fuori dalla
norma perché metropoli e piccole città, del sud come del nord, si trovino con cantine, negozi e sottopassi allagati. Immersi in un disastro, quasi sempre annunciato.
Giorgio Triani
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