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Acqua di Po

di Simone Arrighi


(fonte immagine)

Ci vuol poco a dire che il Po è il fiume più lungo d’Italia. All’ovvietà aggiungiamo la certificazione del dato inappuntabile: 652 chilometri di lunghezza. Tanti ne percorre il Po dal Monviso all’Adriatico, attraverso l’alimentazione di ben 141 affluenti che ampliano un bacino fluviale di oltre 71000 chilometri quadrati, comprendendo sei regioni, più di 3200 comuni e un numero di abitanti che s’avvicina ai 16 milioni di unità. Per farla breve: un quarto del territorio nazionale e della popolazione italiana è imparentato col Po o con i suoi affluenti.
Strettamente legate al fiume più importante dello stivale, sono le annose questioni riguardanti il suo inquinamento, in costante e spesso indiscriminato aumento. Per evitare il più ripetitivo e scontato dei panegirici in materia (inutile ribadire che «il Po è malato» e «sta contagiando l’Adriatico») e altri discorsi generali (e quindi evasivi), focalizzeremo il discorso in direzione di un’indagine approfondita sul problema che poniamo in essere: qual è l’incidenza (e quindi la responsabilità oggettiva) delle regioni sull’effettiva qualità dell’acqua del Po?

Per condurre tale ricerca ci avvarremo di un dossier, condotto e pubblicato da Legambiente nel giugno del 2008, intitolato Operazione Po. Incrociando le considerazioni di questo dettagliato contributo con i dati raccolti dall’Autorità di Bacino del fiume Po (adbpo), risulta immediatamente evidente quanto sia determinante il peso specifico della Lombardia sulla bilancia dell’inquinamento fluviale. Il perché è presto detto.

Le principali sorgenti dell’inquinamento delle acque fluviali sono innanzitutto costituite dai reflui delle attività antropiche che necessitano d’acqua per produrre. L’eccessiva immissione di carichi organici nel Po è la radice di un problema ormai gravemente avanzato: l’eutrofizzazione del mare Adriatico, ovvero la proliferazione di biomassa vegetale (microalghe). Un processo visibile sulle coste veneto-romagnole (acque torbide, fioriture di alghe, mucillagini) e di cui si occupa direttamente l’arpa SpA dell’Emilia Romagna.

L’attività agro-zootecnica è fuor di dubbio quella maggiormente coinvolta nella produzione di agenti chimici inquinanti. Su tutti, l’azoto e il fosforo: elementi indispensabili per la vita ma che, se presenti in quantità eccessiva, stimolano la crescita abnorme di vegetazione acquatica (alghe), le cui biomasse danno luogo a fenomeni di putrefazione consumando l’ossigeno, rendendo impossibile la sopravvivenza di fauna acquatica e causando la produzione di tossine dannose per la salute umana. Basta un dato per capire quanto possano incidere le aziende zootecniche sul conto complessivo dell’inquinamento fluviale: il bacino del Po ospita addirittura il 55% degli allevamenti di tutto il paese.

Nello specifico. Il patrimonio bovino dell’intero bacino del Po supera i 3 milioni di capi, il 46% dei quali si concentra nelle province di Brescia, Cremona, Milano e Mantova. Il comparto suinicolo invece conta circa 6 milioni di capi, allevati principalmente nella provincia cuneese e nell’area centro-orientale della regione padana (Brescia, Mantova, Cremona, Bergamo, Lodi, Reggio Emilia e Modena). Nella sola Lombardia si concentra perciò l’80% dei suini allevati: i due terzi del patrimonio nazionale. Un tale assembramento di allevamenti assiepati nella Lombardia sud-orientale determina un pesante carico di azoto degli affluenti lombardi del Po.

Secondo l’Autorità di Bacino, il carico medio di azoto e di fosforo veicolato dal fiume Po al Mare Adriatico (al netto dell’autodepurazione) è stimato in circa, rispettivamente, 110000 e 7100 tonnellate l’anno. Il carico effettivo di azoto proveniente dalle attività zootecniche e agricole raggiunge il 63% del totale, mentre il comparto civile-industriale tocca circa il 31%. Per quanto riguarda il fosforo, i carichi maggiori provengono da quest’ultimo comparto, circa il 62%, mentre i settori agricolo e zootecnico insieme determinano il 31%.

Tra le regioni del bacino del Po, la Lombardia da sola rappresenta il 60% degli apporti: dato riconducibile sia all’elevata densità demografica (è lombarda il 55% della popolazione dell’intero bacino padano) che al primato lombardo nell’attività zootecnica (oltre 2 milioni di capi bovini più 5 milioni di suini danno un totale di quasi il 65% dell’intero patrimonio zootecnico del Bacino).

Secondo un’elaborazione dell’Autorità di Bacino svoltasi in coda all’anno 2006, gli agenti inquinanti arrivano nella maggior parte dagli scarichi civili (23% di azoto e 56% di fosforo sul totale) e dalla zootecnia (40% di azoto e 20% di fosforo sul totale). In una virtuale classifica, sul gradino più basso del podio troviamo l’agricoltura (23% di azoto e 11% di fosforo sul totale), mentre sorprendentemente medaglia di legno è l’industria (con ‘solo’ l’8% di azoto e il 6% di fosforo sul totale).

Il conto globale risulta quindi salatissimo: il Po raccoglie un carico inquinante pari a 114 milioni di abitanti equivalenti, rispetto ad una popolazione reale di 16 milioni. È come se nel bacino padano vivessero (e scaricassero) gli abitanti di addirittura due Italie.

Esistono però leggi comunitarie precise in materia: la «Direttiva nitrati» 91/676/CEE, per esempio, emanata il 12 dicembre 1991, che riguarda la protezione delle acque contro gli inquinamenti causati dai nitrati di origine agricola. Ma, come si evince dai dati proposti sopra, tale Direttiva per l’Italia – nello specifico per il bacino padano – è rimasta largamente inapplicata. Guarda caso, soltanto dopo la messa in mora avvenuta nel 2006 da parte della Commissione Europea per la mancata osservanza da parte dello Stato Italiano degli obblighi derivanti dalla «Direttiva nitrati», le regioni stanno adeguando le proprie normative in merito all’inquinamento delle acque fluviali.

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