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Le “guerre” dell’acqua. Caratteristiche particolari

Conflitti millenari per un bene necessario

di Luca Rasponi


(fonte immagine)

L’acqua è come l’aria, il cibo, il sonno: qualcosa senza cui l’uomo non può vivere. Proprio per questo, attorno ad essa si sono sviluppati nel corso dei millenni conflitti di ogni sorta, dalla guerra aperta alla rivolta, dalla diatriba locale all’omicidio di massa.

In realtà la guerra per l’acqua tradizionalmente intesa, basata cioè sul confronto militare tra due o più Stati, è un fenomeno abbastanza ristretto. Alcuni studiosi sostengono addirittura che non ha senso parlare di «guerre dell’acqua», poiché nella maggior parte dei casi l’acqua è solo una, e spesso nemmeno la più importante, tra le cause scatenanti. Oggi è più corretto parlare di conflitti per l’acqua, ovvero di ostilità di intensità variabile che non includono necessariamente lo scontro armato.Gli attori statali conservano ancora un ruolo preminente, ma le dispute si giocano prevalentemente su altri livelli. Alla base di tali conflitti non troviamo solo motivazioni geopolitiche riconducibili alla logica degli Stati-nazione, ma anche e soprattutto differenze culturali nella valutazione del ruolo dell’acqua. A seconda dei punti di vista, infatti, essa è considerata una risorsa limitata o un bene inesauribile, qualcosa di cui appropriarsi o da gestire in comune, una merce da vendere o un diritto inviolabile. Queste fondamentali differenze sono alla base di conflitti che, ovunque nel mondo, sono determinati da scarsità naturali ma anche, più spesso, da scarsità derivanti da gestioni unilaterali o da appropriazioni indebite del bene-acqua.

I conflitti per l’acqua interessano in particolare il cosiddetto «Terzo mondo». Alla scarsità che affligge questi Paesi fa da contraltare l’abbondanza di cui gode l’Occidente, che da solo consuma il 70% delle risorse idriche mondiali (la piùparte a scopi agricoli e industriali). Come detto, i conflitti si concretizzano su diversi livelli: innanzitutto all’interno dei singoli Stati. In India la contesa sul fiume Cauvery, che dura ormai da oltre vent’anni, ha causato lo sfollamento di oltre 100.000 persone. In Cina la costruzione di dighe a monte dei fiumi Huang He e Yangtze ha provocato nel 2000 la rivolta degli agricoltori, gravemente danneggiati dal prosciugamento dei fiumi. Ma il caso più celebre è quello di Cochabamba, in Bolivia: nella città sudamericana il tentativo di privatizzare l’acqua dietro offerta di alcune multinazionali (tra cui l’italiana Edison), ha portato la popolazione alla rivolta tra ’99 e 2000. Dopo mesi di manifestazioni, il risultato è stato di 5 morti e centinaia di feriti a causa della repressione governativa e lo Stato èè dovuto tornare sui suoi passi e rescindere il contratto con le multinazionali.

Quanto detto dimostra che la battaglia per l’acqua non si svolge solo a livello inter-statale. Ma gli Stati conservano ancor oggi un ruolo egemone nella politica internazionale, e le dispute in materia di acqua si intrecciano spesso con le loro pretese di territorialità e monopolio delle risorse. Questioni geo-politiche tra le più intricate del mondo, come quella balcanica o quella arabo-israeliana, poggiano su contese per l’acqua spesso non secondarie rispetto alle divergenze politiche. Il Medio Oriente rimane la regione più critica in proposito: con la guerra dei sei giorni (1967) Israele ha sancito il suo dominio sulle risorse idriche del Golan e della Cisgiordania, lasciando ai palestinesi solo le briciole del proprio approvvigionamento idrico (circa il 20%). IndiaBangladesh sono ai ferri corti da più di mezzo secolo per la gestione delle acque del Gange, che le dighe indiane sottraggono in buona parte al paese vicino. In Sudamerica, Bolivia e Cile sono al centro di una decennale contesa per le acque del Rio Lauca, mentre Ecuador e Perù nel 1981 e nel 1995 sono arrivati allo scontro armato per stabilire i rispettivi confini sul fiume Cenepa, causando oltre 500 morti e lo sfollamento di 7.000 indios. In Africa il fiume Okavango è la causa scatenante della guerra datata 1996 tra Namibia e Botswana, mentre il fiume Senegal è all’origine del conflitto tra il Paese omonimo e la Mauritania.

Come si può notare da questo breve elenco, tutt’altro che esaustivo e completo, l’acqua è fonte di conflitti spesso gravi e duraturi. Il solo modo per far fronte a questa situazione non è di natura politica, ma culturale: l’acqua smetterà di essere causa di conflitti quando sarà considerata un bene comune, da non accumulare in modo esclusivo. Da questo discende anche una concezione etica del consumo dell’acqua: se davvero la si ritiene patrimonio comune dell’umanità, sprecarla significa privare qualcuno del diritto ad essa.

Fonte per tutti i dati:
Deriu, M.: Acqua e conflitti, EMI 2007.

Per approfondire:
Altamore, G.: Acqua S.p.A. Dall’oro nero all’oro blu, Mondadori 2006.
Barlow, M. e Clarke, T.: Oro blu. La battaglia contro il furto mondiale dell’acqua: come non esserne complici, Arianna Editrice 2003.
Shiva, V.: Le guerre dell’acqua, Feltrinelli 2004.

Online:
Gleick, P.: Water Conflict Chronology, The World’s Water (Pacific Institute).
Mesbahi, M.: Le guerre per l’acqua, Peacelink.

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