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Le navi dei veleni vent’anni dopo

Si avvia all’archiviazione il processo su una delle presunte «navi dei veleni», la Jolly Rosso. Ma l’intervista del Tg1 ad un ex boss della ‘ndrangheta cosentina riapre dubbi e polemiche

di Laura Birra

Quello della Jolly Rosso è un caso nato circa vent’anni fa, un caso che, nonostante sembri volgere verso l’archiviazione, continua a suscitare dubbi e polemiche. Il 14 dicembre 1990 la motonave, appartenente alla società privata di navigazione Ignazio Messina, si arena a Campora, nei pressi di Cosenza. Era partita da La Spezia il 4 dicembre, facendo prima scalo a Napoli e poi a Malta. A bordo della nave vengono rinvenuti documenti sospetti che recano la sigla «O.D.M.», Oceanic Disposal Management: un progetto appartenente all’imprenditore Giorgio Comerio che prevede di imbottire missili con scorie radioattive e inabissarli in mare. La sistemazione definitiva di uno spinoso problema per le imprese che si occupano di nucleare. Cominciano da qui i sospetti che la Jolly Rosso sia stata imbottita di rifiuti pericolosi e che ne abbiano programmato l’affondamento, evidentemente mal riuscito. Dalle perquisizioni svolte a casa di Comerio emerge successivamente il presunto collegamento con un’altra intricata vicenda: quella della motonave Riegel inabissatasi a largo di Capo Spartivento, in provincia di Reggio Calabria, il 21 settembre 1987, in condizioni sospette. Il relitto non è mai stato rinvenuto. A casa di Comerio viene trovato un appunto: «Lost the ship», datato proprio 21 settembre 1987. Ebbene, l’unica nave affondata quel giorno risulta essere, secondo l’International Maritime Organization, la Riegel.

Fra gli anni Ottanta e Novanta colano a picco nel mar Mediterraneo diverse decine di navi. Un tratto di mare davvero sfortunato. O forse un tratto di mare che frutta miliardi. Un’inquietante conversazione tra due boss della ‘ndrangheta risulta agli atti del processo sulle navi dei veleni nel 2005, quando titolare delle indagini è Alberto Cisterna:

«Basta essere furbi, aspettare delle giornate di mare giusto e chi vuoi che se ne accorge?»
«E il mare? Che ne sarà del mare della zona se l’ammorbiamo?»
«Ma sai quanto ce ne fotte del mare? Pensa ai soldi, che con quelli andiamo a trovarcelo da un’altra parte.»
(Fonte: Legambiente, Mare Monstrum 2005)

Sebbene manchino prove certe che legano gli affondamenti allo smaltimento illegale di rifiuti tossici, emerge il meccanismo delle cosiddette «navi a perdere»: il metodo meno costoso per le imprese e più fruttuoso per l’Ecomafia, per smaltire scorie pericolose. Un meccanismo che rende più del traffico di droga. Smaltire rifiuti tossici è molto costoso, così l’Ecomafia è in grado di assicurarsi una grande fetta del mercato proponendo prezzi altamente concorrenziali. E le compagnie di navigazione intascano due volte: una per il premio assicurativo contro i sinistri marittimi e l’altra per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi. Insomma: a questo punto tutti sanno che il nostro mare è diventato un’immensa pattumiera. Tutti sanno, già; eppure non c’è stata nessuna condanna. Il caso della Jolly Rosso si avvia probabilmente all’archiviazione poiché, si è detto, non ci sono prove certe. Eppure, poco meno di due mesi fa, la vicenda ha fatto ancora discutere: il 18 ottobre, in un’intervista del Tg1, un ex boss della ‘ndrangheta torna a parlare delle navi dei veleni: «Non basta una finanziaria», sostiene il «collaboratore di giustizia», «per spiegare i soldi che ci sono dietro questi traffici». E ancora: «Diverse navi sono state affondate con il loro carico di rifiuti tossici e radioattivi. La Jolly Rosso era una di queste». Queste sono solo le parole di un uomo, ma l’affondamento di decine di navi in condizioni sospette è un fatto, ed è un fatto l’aumento consistente di patologie tumorali in Calabria, una zona a bassissima densità industriale. Parliamo, secondo i dati del Ministero della Sanità, di 6338 casi negli ultimi tre anni.

Ancora un dato. Secondo il Dossier di Legambiente «Mare Monstrum», che si occupa dell’inquinamento delle nostre acque, nel 2007 gli illeciti per scarichi e depurazione sono aumentati rispetto al 2006 del 42 per cento. Un dato spaventoso. I nostri mari, ma anche i nostri fiumi, diventano, giorno dopo giorno, una discarica ricoperta d’acqua. Verrà il momento in cui il mare chiederà il conto per tutti i danni subiti, ma forse, come testimonia l’estinzione di flora e fauna marina, nonché gli aumenti di tumori lungo le coste di regioni a bassa densità industriale, quel giorno è già arrivato.

Intanto il 14 ottobre scorso il ministro dell’ambiente per il governo ombra Realacci (Partito Democratico) ha presentato un’interrogazione parlamentare ai ministri di Giustizia, dell’Interno e dell’Ambiente per fare chiarezza una volta per tutte intorno alle navi dei veleni. Staremo a vedere se e quali saranno i frutti di questa interrogazione parlamentare.

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