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A.A.A. Acqua del sindaco vendesi

di Tomaso Crespi


(fonte immagine: Paolo Nobile)

Via libera del governo alla liberalizzazione dell’acqua. A partire dal 2010, i comuni italiani saranno obbligati a privatizzare i propri servizi idrici. A sancirlo è l’articolo 23 bis della famosa legge 133, firmata dal ministro Tremonti. La stessa della riforma della scuola. Si tratta di un cambiamento significativo, ma trascurato nell’agenda dei media. Eppure tra due anni il destino dell’acqua pubblica sarà affidato nelle mani dei privati.

La legge è stata approvata dalla maggioranza il 6 agosto 2008, in accordo con l’opposizione. L’articolo 23 bis, formato da 12 commi, ridefinisce l’affidamento dei servizi pubblici locali. Fra le novità introdotte, la gestione delle risorse pubbliche a società private e la possibilità di gestire più bacini idrici per volta. Alla luce di questo, l’acqua rischia di non essere più un bene pubblico.

Entro il 2010, gli enti locali sono obbligati a privatizzare i propri servizi attraverso una gara pubblica. Inoltre viene riconosciuta la possibilità, per coloro che sono quotati in borsa, di gestire più reti alla volta, non solo nello stesso comune, ma anche in ambiti territoriali diversi.

A trarre vantaggio da questa norma saranno le aziende, mentre i benefici per i cittadini saranno tutti da verificare.

La 133 è il punto di arrivo di un percorso giuridico che affonda le sue radici nel 1994, anno in cui è entrata in vigore la legge 36, meglio conosciuta come «legge Galli». Dopo la sua attuazione, si sono susseguite una serie di leggi regionali che hanno interpretato il testo nella direzione di una progressiva privatizzazione dell’acqua. Questo è avvenuto grazie anche alla 142 del ’90 e alla 246 del 2000, che prevedono la possibilità di affidare a società per azioni la gestione delle risorse pubbliche. Il penultimo capitolo di questa saga legislativa è datato 2002: la finanziaria di quell’anno prevede la possibilità di cedere le reti comuni a gestori privati, conservando però la maggioranza azionaria.

Ora, con l’articolo 23 bis dell’ultima legge, l’acqua pubblica entra definitivamente nell’ambito dei privati. Una merce in vendita, acquistabile da chiunque.

La notizia non sembra attirare l’attenzione dei media. I telegiornali non se ne sono occupati. Solo alcuni quotidiani hanno affrontato l’argomento. È giusto che le televisioni non si occupino di questi problemi? E i cittadini italiani devono rimanere all’oscuro di tutto? Il problema riscontra invece successo nella rete: Internet negli ultimi anni ha visto la nascita di moltissimi siti organizzati dai comitati contrari alla privatizzazione.

Mentre quasi tutta la televisione ignora questo tema, la legge 133 provoca dissensi in molti comuni, aldilà dell’appartenenza politica. Gli amministratori sono sul piede di guerra e annunciano ricorsi a raffica per bloccare la vendita idrica. Dalla Lombardia alla Sicilia, sono molti i sindaci che non vogliono rinunciare alla sovranità sull’acqua.

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