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L’Africa ed il paradosso della scarsità idrica

di Cristina Grossi


(fonte immagine)

L’Africa non è soltanto un continente. L’Africa è un mondo. Un mondo che noi occidentali non conosciamo. L’Africa è la terra delle contraddizioni, la patria della povertà e della fame, il luogo dove chiunque deve cercare, come primo obiettivo, di sopravvivere. Conoscere il ‘continente nero’ nella sua vera essenza è davvero impossibile, per noi europei, perché conoscere l’Africa significa viverci, significa essere pronti a mettersi in discussione, a vedere le cose senza voler a tutti i costi lavarci la coscienza, significa commuoversi di fronte al sorriso di un bambino, significa riempirsi gli occhi dei paesaggi sconfinati, dei colori intensi, significa fermarsi ad ammirare la bellezza delle sue donne, che da quando nascono a quando muoiono sono sacrificate alla famiglia e ai figli, che allevano con amore e rassegnazione.

Conoscere l’Africa vuol dire capirne anche i pericoli, e scoprire che l’arte di sopravvivere cambia il cuore dell’uomo, spingendolo a commettere azioni che non hanno giustificazione, vuol dire anche immergersi nel flusso della vita, dove nascere e morire non sono eventi, ma semplicemente lo scorrere dell’esistenza… Conoscere l’Africa significa innamorarsene e imparare da questa terra il valore dell’umiltà e della dignità.

La mia incoscienza, la testardaggine e la determinazione mi stanno portando a concretizzare un progetto che ho voluto sostenere con tutte le mie forze: partire per conoscere questo continente e le sue contraddizioni. Sicuramente non mi aspetteranno settimane facili. Tutto ciò fa parte dalla naturalezza e dall’attenzione che ho nei confronti dei più deboli.

Un problema serio e grave dell’Africa è quello della mancanza o meglio scarsità dell’acqua. Attualmente sul pianeta oltre un miliardo di persone non hanno accesso all’acqua potabile nella quantità e qualità sufficienti, mentre a più di due miliardi di persone viene negato l’accesso a un’igiene adeguata. L’Africa è forse il continente più ricco del mondo, ma è per molti versi paradossale che tale abbondanza venga gestita male da coloro che la governano.

Noi occidentali possiamo fare ben poco, anche se dall’alto della mia presunzione posso sostenere che è necessario migliorare l’impegno e la produttività delle ‘nostre’ risorse idriche, sia a livello di agricoltura sia a livello domestico. Bisognerebbe rinnovare le tecnologie e i sistemi di utilizzo per evitare inutili sprechi, contenendo la domanda d’acqua quando non sia necessaria. Forse il cambiamento che dovremo proporre noi giovani non è tanto economico quanto culturale e sociale. Un regime di pace con l’acqua sarà il risultato di un percorso di trasformazione simbolico profondo. «Nell’ultimo specchio d’acqua dobbiamo tornare a rivedere noi stessi e il nostro rapporto con la natura per inventare qualcosa di nuovo».

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