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Privatizzazione dell’acqua e dintorni

Intervista a Giuseppe Altamore

di Tomaso Crespi

Giuseppe Altamore, vicecaporedattore di Famiglia Cristiana, è uno tra i maggiori esperti in questioni idriche e si è spesso occupato di inchieste sulle acque minerali. È autore di diversi libri che trattano il tema dell’acqua: Qualcuno vuole darcela a bere. Acqua minerale: uno scandalo sommerso (2003), I predoni dell’acqua ( 2004), Acqua Spa. (2006),L’acqua nella storia. Dai Sumeri alla battaglia per l’oro blu (2008). Gestisce inoltre un sito web interamente dedicato alle tematiche sull’acqua, L’idroinquisitore. In questa intervista si vuole mettere a nudo le tante problematiche e i tanti luoghi comuni relativi a questa risorsa.

L’articolo 23 bis della legge 133 obbliga i comuni a privatizzare entro il 2010 i propri servizi idrici. Quali scenari si prospettano?

«Intanto, mi permetto di dire che non è corretto affermare che l’articolo 23 bis della legge 133 del 2008 obbliga i comuni a privatizzare, secondo il mio parere è una lettura un po’ troppo affrettata. Quell’articolo dice che i servizi pubblici locali devono essere messi sul mercato, cioè devono essere sottoposti ad una gara di appalto. Sarebbe giusto asserire che c’è una spinta alla privatizzazione se si partisse da una situazione di totale controllo dei servizi idrici da parte degli enti pubblici, dei consorzi delle aziende speciali, etc. Ma non è così: da anni i servizi idrici in Italia sono stati già privatizzati attraverso la costituzione di società per azioni. Quindi si tratta di società che devono stare sul mercato, sono iscritte ad una camera di commercio, sono sottoposte alle regole del mercato anche quando sono interamente controllate dai comuni. Il problema è che in Italia questo processo è avvenuto in maniera caotica, senza adeguate regole, per cui ci sono delle situazioni in cui c’è stato un affidamento diretto, quindi senza alcun ricorso a forme di concorrenza, a quotazioni in borsa, come nel caso della CEA di Roma. Oggi, alla fine, sono 12 i gruppi quotati sul mercato ad aver a che fare con questo servizio fondamentale.

Quindi diciamo che la privatizzazione dei nostri servizi idrici, se così si vuole definire, è un processo che in Italia è partito nel ’94 con la legge Galli e che ha introdotto una vera e propria rivoluzione nel settore. Quest’ultimo articolo tende a completare il processo, obbligando gli enti locali e gli ambiti territoriali ottimali che non si erano sottoposti alle regole del mercato a mettersi in un certo senso in regola con la normativa italiana ed europea.»

Non è quindi l’aggiornamento della legge Galli che si auspicava?

«Non c’è in Italia un accenno in questa direzione, c’è stato un tentativo grazie alla proposta di legge di iniziativa popolare, sono state raccolte oltre 400000 firme, questo già due anni fa, con l’obbiettivo appunto di ritornare in una situazione in cui il pubblico gestiva le risorse idriche. Ma abbiamo visto che si è impantanato tutto. Intanto la legislatura è caduta e questo governo non ha fatto altro che riprendere in mano un progetto che tra l’altro era in parte del precedente esecutivo, il ministro Lanzillotta aveva un disegno di legge di privatizzazione dei servizi pubblici locali che puntava più o meno allo stesso obiettivo. Che cosa accadrà ora? Succederà che quelle realtà che non possono dimostrare di avere una gestione in house dovranno per forza posizionare la propria società per azioni in concorrenza sul mercato. A quel punto, o se la riprende la stessa società, e dunque il controllo può rimanere nelle mani degli enti locali, dei comuni, oppure, secondo me l’ipotesi più deleteria, arrivano le multinazionali francesi, che fra l’altro già ci sono, che si allargheranno sempre di più e conquisteranno una crescente importanza all’interno dei nostri servizi idrici. Tutto questo entro il 2010.»

Attualmente, i comuni hanno qualche via di uscita per evitare di privatizzare gli acquedotti?

«L’unico strumento che hanno a disposizione è la società in house. Non ci sono altre possibilità.»

Ci saranno delle conseguenze per le tasche dei cittadini?

«Qui la questione è controversa. Se guardiamo i dati, effettivamente laddove il processo di privatizzazione è andato avanti c’è stata un’impennata delle tariffe. Tuttavia, anche dove sono state create società per azioni controllate interamente dai comuni, le tariffe sono leggermente cresciute. Perché questo processo è avvenuto a causa della privatizzazione? Prima della legge Galli non si capiva bene quanto si spendeva per l’acqua perché una parte dei costi veniva riversata sulla fiscalità generale. A partire da quella data, anzi con l’attuazione della legge Galli, attraverso il metodo normalizzato del 1996, c’è l’obbligo di riversare tutti i costi nella bolletta, ossia il servizio idrico è un servizio industriale, quindi la fiscalità generale non c’entra più nulla. Prima non ce ne rendevamo conto perché quando il bilancio era negativo si faceva ricorso ai fondi pubblici.»

Favorirà lo sviluppo economico questa legge?

«Favorirà in che senso?»

Per le aziende. Sembrerebbe che l’obiettivo di questa legge sia quello di favorire il libero mercato. L’economia ne trarrà vantaggio da questo?

«Diciamo che il servizio idrico è un servizio che opera in condizioni di monopolio naturale. E quindi un’azienda che gestisce questo servizio si ritrova in condizioni di operare senza alcun rischio perché è tutto già previsto dal piano d’ambito industriale. Gli investimenti, le tariffe, tutto è previsto… ed è chiaro che ci possano essere delle oscillazioni nei consumi, ma sono oscillazioni non così importanti, è difficile immaginare che gli italiani arriveranno a consumare il 50% in meno di acqua, che significherebbe minori ricavi.»

Nei paesi stranieri la privatizzazione funziona? Cito per esempio il caso dell’Inghilterra.

«In Inghilterra funziona perché lì hanno fatto le cose per bene, nel senso che ci sono 10 water company che gestiscono il servizio idrico e però c’è una forte Authority centrale che le controlla. Sono riusciti, come dire, a tirare fuori il meglio, se così si può dire, dalla privatizzazione, mantenendo comunque un controllo pubblico sull’intero comparto. In Italia questo controllo non c’è, abbiamo solo il Comitato di Vigilanza sulle risorse idriche, che non ha lo stesso controllo dell’Authority inglese.»

Come mai nei mass media lo spazio riservato a queste tematiche è limitato? Praticamente i giornali non hanno mai parlato dell’articolo 23 bis della legge 133. Ha fatto più scalpore la riforma Gelmini all’interno di questa legge.

«Perché sono cose molto tecniche, molto difficili da spiegare. O si spiegano in maniera semplicistica, ed è quello che spesso accade, oppure purtroppo non se ne parla perché, come dire, entriamo un po’ nel tecnico. Del resto, come dicevo all’inizio, affermare in maniera facile e semplicistica che questo articolo e questa legge privatizzano l’acqua in Italia è troppo riduttivo.»

Una riflessione generale: osservando questo percorso legislativo, dalla legge Galli del ’94 alla legge di oggi, traspare l’idea dell’oro blu come business del futuro?

«Un economista francese, Bernard Barraqué, sostiene che non è l’acqua a essere scarsa, ma il denaro. La dimensione economica, nella questione della scarsità d’acqua, è fondamentale. Il nostro è infatti un pianeta ricchissimo d’acqua, il 70% della sua superficie ne è ricoperto. Il problema è che questa non è distribuita in maniera equa. Quindi ci sono paesi che ne sono ricchi e altri no, oltre ai cambiamenti climatici che tendono a spostare continuamente questa risorsa. Se non avessimo limiti economici potremmo irrigare tranquillamente il deserto, impiantando dei dissalatori ovunque: ma ci vuole molta energia e, quindi, ancora una volta, risorse economiche. Ecco perché la dimensione economica e purtroppo anche quella del business sono aspetti fondamentali. L’acqua è qualcosa che va trasportata ed è molto pesante, non è la disponibilità in assoluto che viene a mancare, ma quella in un determinato luogo e in un determinato momento. Per rendere disponibile questo bene prezioso per tutti, 24 ore su 24, occorre una struttura aziendale, e qualcuno deve pagare, trasformando così il problema in una questione politica. Se si stabilisce che questo è un servizio che deve rimanere assolutamente pubblico significa che la amministrazione deve essere in grado di coprire i costi e di gestire al meglio questa prestazione. Se invece, come sembra, l’amministrazione pubblica non è in grado di farlo, gioco forza bisogna fare ricorso ai capitali privati. È un ingranaggio squisitamente politico.»

Secondo lei la politica è preparata per questo problema, è competente in materia?

«Non è una questione di competenza, ma di scelta. Da destra a sinistra c’è un coro univoco su questo punto. Tranne alcune frange della sinistra radicale, o di movimenti che poco o nulla hanno a che fare con i partiti tradizionali, c’è una sostanziale unanimità sul terreno della gestione anche privata di questo servizio.»

Cambiamo parzialmente argomento. L’acqua del rubinetto è di categoria inferiore rispetto all’acqua minerale?

«Non si può dire in assoluto, sono due prodotti diversi, io ho scritto un libro su questo, Qualcuno vuole darcela a bere (2003). Ci sono dei luoghi in Italia dove l’acqua del rubinetto è al di fuori di ogni sospetto e anche di qualità superiore rispetto a tante acque minerali. Ma ce ne sono altri dove l’acqua del rubinetto è imbevibile, per ragioni organolettiche o per ragioni di composizione chimica. È difficile generalizzare, l’obiettivo è certamente quello di fare a meno di consumare miliardi di litri di acqua minerale, perché è questo il vero nocciolo della questione: consumando miliardi di litri all’anno incidiamo negativamente sull’ambiente per effetto dei migliaia di tir che si muovo ogni anno per trasportare gli imballaggi di bottiglie di plastica, che a loro volta producono da 250000 a 300000 tonnellate di rifiuti. Quindi è un problema ambientale, ma anche economico, perché una famiglia in Italia spende circa 350 euro all’anno per approvvigionarsi di acqua minerale, sborsandone 250 per l’acqua potabile. Però quando paghiamo la bolletta dell’acqua potabile non paghiamo solo l’acqua, ma anche il servizio di fognatura e la depurazione.»

Qual è Il ruolo della pubblicità in questo discorso?

«La pubblicità occulta governa l’informazione. La pubblicità ha sicuramente giocato un ruolo primario perché siamo diventati, nel giro di pochi anni, i primi consumatori al mondo di acqua minerale, con circa 100 litri procapite all’anno. La pubblicità significa anche 150 milioni all’anno spesi in questo settore per pubblicizzare le virtù, spesso inesistenti, dell’acqua in bottiglia. Questo ha condizionato enormemente i nostri consumi, i nostri stili di vita, i nostri comportamenti.»

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