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Parola a Giancarlo Castellani, Assessore all’Ambiente della Provincia di Parma

Sostenibilità, quantità, qualità: il nuovo Piano Provinciale di Tutela delle Acque

di Alberto Rugolotto

È stata approvata a dicembre la variante al Piano provinciale di tutela delle acque, lo strumento di pianificazione e gestione della risorsa idrica sul territorio parmense. Dalla suddivisione delle tematiche, dalla scadenza decennale e dagli obiettivi concreti proposti, mi sembra che la linea di indirizzo seguita sia opposta, se non molto distante, rispetto alla privatizzazione dei servizi idrici varata invece dal governo Berlusconi con l’art. 23 della legge 133. È corretto dire questo?

«L’obiettivo del piano è mettere in sicurezza la risorsa idrica sul nostro territorio, considerando l’acqua come un bene di tutti che deve essere gestito in maniera pubblica. È questa l’impostazione di base da cui siamo partiti: un intenso dialogo con i gestori dei servizi, che sono i nostri principali interlocutori, e con tutti gli altri soggetti interessati. Negli anni scorsi abbiamo vissuto nel nostro territorio gravi difficoltà per quanto riguarda sia l’approvvigionamento idrico sia la quantità e la qualità delle acque: lo strumento realizzato non poteva non basarsi su coinvolgimento e criteri partecipativi, a testimoniare ancora una volta la nostra volontà di gestire in modo pubblico e nell’interesse della collettività questo bene.»

Il nuovo provvedimento del governo obbliga in pratica i comuni a mettere sul mercato i servizi idrici pubblici attraverso gare d’appalto, servizi che peraltro sono molto spesso già´à controllati da società per azioni con la partecipazione degli stessi comuni e delle aziende municipalizzate. Abbiamo visto in Lombardia che l’acqua rimane pubblica per la volontà di quasi tutte le amministrazioni. Nella provincia di Parma com’è la situazione generale del consenso a questa legge?

«Qui c’è una prassi consolidata e condivisa che riconosce come pubblica la gestione del servizio idrico. Non abbiamo ancora attivato azioni di opposizione formale al provvedimento governativo, nei fatti però ci muoviamo in questo senso e attendiamo l’iter di legge che seguirà. Personalmente, sono abbastanza convinto che si dovrà cambiare qualcosa: la convinzione di gestire l’acqua come una risorsa pubblica è talmente diffusa e radicata da rendere molto difficile l’immaginazione di scenari diversi. Il Forum Mondiale di Istanbul, forse non andato secondo le aspettative, ha fortemente sottolineato come l’elemento acqua debba essere a disposizione di tutti gli abitanti della terra. Credo dunque che ci siano buone possibilità perché questo bene possa rimanga pubblico, senza vincoli economici e logiche di massimizzazione del profitto.»

Il problema dell’acqua nel territorio parmense è la sua carenza e la sua qualità, non adeguate all’uso della stessa nelle abitazioni, nelle attività produttive e nel sistema agricolo. Come si muove il piano in questa direzione?

«Bisogna fare un passo indietro nel tempo. Parma è sempre stata una realtà di buona disponibilità idrica, abbiamo numerosi corsi d’acqua e siamo una provincia estesa. In passato problemi di questo tipo non si sono mai registrati. Negli ultimi anni, a seguito anche di alcuni eventi di siccità come quello del 2003 e riproposti negli anni successivi, ci siamo trovati di fronte ad una difficoltà evidente: è calata la risorsa, è peggiorata la qualità, ci siamo accorti che il nostro sistema infrastrutturale era sostanzialmente inadeguato per uso civile, agricoltura e industria. Abbiamo quindi pensato il piano per dotare il territorio di quelle infrastrutture necessarie per poter garantire nel futuro, anche a fronte di possibili eventi siccitosi, di evitare ogni tipo di imprevisto. Il piano prevede una buona mole di investimenti, se attuato circa 500 milioni, una cifra molto importante allo scopo di rinforzare la rete acquedottistica, il sistema depurativo e fognario – uscendo dalla logica di piccoli interventi a pioggia per passare ad un sistema più organico – e il miglioramento della qualità dell’acqua con meno costi e più precisione.»

Il piano approvato interviene sul tema e sulle problematiche dell’acqua a 360 gradi, dagli interventi infrastrutturali alla qualità, dalla lotta allo spreco ad un’ottica futura di prevenzione, dall’attenzione verso studio e ricerca ad un impegno di educazione all’ambiente e alle sue risorse. Qual &egrvae; la concreta filosofia di fondo che ha mosso i vostri lavori?

«La necessità di dotarsi di strutture sufficienti per il trattamento della risorsa nel presente ma soprattutto in prospettiva. Questo però non basta: dobbiamo far crescere una cultura dell’acqua diversa da quella che ha caratterizzato il nostro modo di vivere nel passato e oggi. Si spreca molto, il consumo pro capite di acqua nella nostra provincia è di 180 litri, un’enormità, e abbiamo registrato perdite di circa il 30% dell’acqua in circolo nelle nostre reti. Dobbiamo quindi ragionare anche in termini di valorizzazione e di risparmio di questa risorsa, che non è un bene infinito: stiamo attivando iniziative di sensibilizzazione ambientale, pochi giorni fa ad esempio ho incontrato gli studenti dell’istituto ‹Rondani›. Occorre costruire una nuova coscienza e una nuova cultura a partire dai piccoli interventi quotidiani. Non bastano le buone norme, servono anche buoni comportamenti, che le rendono più efficaci.»

215 litri è la quantità di acqua che ogni giorno in Italia una persona consuma per bere e per l’utenza domestica. Tuttavia, il consumo giornaliero pro capite passa addirittura a circa 6500 litri, cioè 30 volte tanto, se si considera l’acqua ‘virtuale’ nascosta che serve per produrre le merci importate e consumate o utilizzate: abbigliamento, cibo, mezzi, altri beni. Secondo il rapporto Livin’ Planet Report 2008 del WWF, l’Italia è al quarto posto per consumo d’acqua virtuale dopo Usa, Grecia e Malesia. Quest’acqua è misurata attraverso il cosiddetto indice di impronta idrica, introdotto da poco anche nel Parmense. Ci spiega il suo utilizzo?

«Abbiamo affrontato questo tema proprio nell’incontro al Rondani. Ricordo che per produrre un semplice foglio A4 occorrono 10 litri d’acqua, è un dato che fa impressione. L’impronta idrica vuole proprio dare questa consapevolezza: misurare non solo il consumo apparente, ma anche quello reale. È un sistema ai primi passi, ma è sicuramente un modello da sviluppare attentamente e con larga diffusione: aiuta a far crescere quella consapevolezza indispensabile per poi adottare buone pratiche.»

Mi sembra che il piano si preoccupi molto anche della valutazione della sostenibilità ambientale e territoriale degli interventi, della loro incidenza, e soprattutto del controllo corale e preciso dell’attuazione economica e normativa degli stessi. Si può inquadrare questo come un buon modo di affrontare quello che troppo spesso avviene, cioè sprechi di soldi e interventi fatti male?

«Il piano si traduce in interventi concreti che hanno un costo e un progetto e in un contesto ambientale specifico. Penso ad esempio ad uno degli interventi più significativi, quello che prevede la derivazione di acque superficiali da Taro e Ceno, i due principali corsi d’acqua del nostro territorio, per poter stivare acqua nei momenti di disponibilità e poi utilizzarla nei momenti di carenza. Serve dunque grande attenzione ed equilibrio tra impatto ambientale e costi: non interventi faraonici, ma azioni tarate sulle esigenze con la massima efficienza. La nostra attività non si limita infatti alla sola progettazione, ma anche all’autorizzazione dei lavori dei gestori e al controllo degli stessi. Infine, è da ricordare che verranno utilizzati anche i contributi dei cittadini, per interventi che poi andranno a incidere sulle tariffe dei servizi idrici: oggi per fortuna le tariffe sono basse, ma se vogliamo avere anche in futuro acqua sufficiente e di qualità bisogna guardare anche questo aspetto.»

È stato realizzato ad ottobre 2008 il Piano d’Ambito dell’ATO, che ha tra i suoi obiettivi un’omogeneizzazione delle tariffe in tutto il territorio parmense.

«Infatti è stato approvato dall’assemblea dei sindaci ed è stato costruito in coerenza con il piano provinciale: ha tempificato, individuato le priorità, pianificato gli interventi e quantificato le risorse necessarie e le conseguenti ricadute tariffarie. In una logica di riequilibrio: nel territorio abbiamo una vasta gamma di tariffe, risalenti ancora ai tempi in cui il servizio idrico era di gestione comunale.»

Il settore dell’agricoltura è molto importante, se non fondamentale, per l’economia del territorio parmense. Come si muove il piano in questa direzione?

«Abbiamo un sistema produttivo caratterizzato dall’industria agroalimentare, che rappresenta il fiore all’occhiello della provincia ed è un’importante fonte di lavoro e ricchezza per il territorio. Si deve consentire al sistema agricolo di avere a disposizione le risorse idriche necessarie, sapendo che veniamo da un periodo non troppo facile. Abbiamo previsto la realizzazione di una serie di bacini per lo stoccaggio dell’acqua, che permettano di immagazzinarla nei momenti in cui è disponibile per poi rilasciarla durante l’estate quando il sistema agricolo ne ha primario bisogno. È un intervento significativo anche per la qualità del territorio perché consentirebbe di mantenere in vita tutti i corsi d’acqua attraverso un suo flusso costante, che soprattutto in estate è molto debole. Questo ci consente anche di mantenere costantemente rifornite le falde.»

Per quanto riguarda il miglioramento e la tutela della qualità delle acque, il piano introduce una modalità per certi aspetti innovativa, quella di un progetto di captazione della risorsa idrica a partire da monte, che insieme a tutti gli altri interventi ha come obiettivo il miglioramento della qualità dell’acqua portandola entro il 2016 ad uno stato ecologico ‘buono’. Ci spiega come funziona?

«Uniformandoci alle direttive della Comunità Europea, vogliamo portare la qualità dei corsi d’acqua superficiali ad uno stato ecologico buono attraverso il miglioramento, il potenziamento e la costante verifica del sistema depurativo e fognario su tutto il territorio. Ci saranno delle risorse destinate ad hoc. In questo senso, le captazioni a monte dell’acqua ad uso idropotabile hanno un duplice obiettivo: aumentare la quantità dell’acqua disponibile e allo stesso tempo migliorarne la qualità. Raccoglieremo l’acqua in quelle zone dove la qualità è superiore per condurla poi nelle reti acquedottistiche che fanno capo ai campi-pozzi della nostra pianura, per avere così la possibilità di ricaricare le falde e miscelare quest’acqua di falda con quella superficiale. Lo scopo è di poter misurare complessivamente il livello qualitativo della stessa risorsa idrica.»

Per consultare il testo completo della Variante al Piano di Tutela delle acque approvata, clicca qui.

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