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Le conclusioni del Forum Mondiale: un’occasione sprecata?

di Tomaso Crespi


(fonte immagine)

Dal 16 al 22 Marzo si è tenuto a Istanbul, in Turchia, il 5° Forum mondiale dell’acqua, manifestazione con cadenza triennale, nata con lo scopo di trovare un rimedio alla crisi idrica mondiale, che ad ogni nuova edizione cerca di dare continuità al lavoro precedente svolto, finora a Marrakech ( 1997), L’Aia ( 2000), Kyoto (2003) e Città del Messico (2006).

Le sei giornate turche hanno visto la partecipazione di una ventina di capi di stato, di 84 ministri e 19 sottosegretari, di 14 rappresentanti di organizzazioni intergovernative, di 3000 organizzazioni, di circa 20000 esperti e di 250 parlamentari, tutti provenienti da 192 paesi del mondo.

Questo evento nasce con lo scopo di trovare soluzioni alla disuguaglianza nella distribuzione dell’acqua e agli sprechi in alcuni settori di utilizzo della stessa. Il numero di morti dovuti alla mancanza di questo bene primario è drammatico, vengono registrati otto milioni di decessi l’anno a causa della mancanza di risorse idriche e di strutture igienico-sanitarie.

Secondo il segretario generale del Forum Oktay Tabasaran l’obiettivo finale del 5° World Water Forum Istanbul 2009 è stato il miglioramento della gestione delle risorse d’acqua attraverso «un’opera di sensibilizzazione sulle questioni idriche». Questa opera di sensibilizzazione globale «deve essere seguita da azioni di legislazione e finanziamenti, che vengono promossi attraverso il Forum».

La situazione idrica mondiale è a dir poco inquietante. L’accesso all’acqua potabile è negato o carente per circa due miliardi di uomini e quasi 4000 bambini perdono la vita ogni giorno per colpa del mancato accesso a questa risorsa primaria.

Le proposte emerse da questi sei giorni sono di favorire servizi legati all’utilizzo razionale dell’acqua e di determinare un livello di prezzi mirato, attraverso una gestione democratica basata su un approccio partecipativo ed integrato degli enti locali. Buoni propositi, scarse soluzioni. L’evento turco ha infatti partorito un documento finale generale e sterile che non entra nel merito delle questione idriche attraverso azioni concrete.
Nonostante l’entusiasmo di Oktay Tabasaran, che giudica il testo finale del Forum «una piattaforma per affrontare i problemi del mondo legati all’acqua, che non possiamo ignorare», le conclusioni emerse sono deludenti sotto alcuni aspetti. Innanzitutto non si trova traccia nel documento della nozione di diritto all’accesso all’acqua, richiesta a gran voce da numerosi stati. Secondo il testo conclusivo, l’oro blu è «un bisogno fondamentale», non un diritto.

Un altro aspetto che crea delle perplessità è l’esclusione dalla manifestazione di associazioni ambientaliste e gruppi di interesse che combattono battaglie contro la vendita di questo bene primario. In molte zone del Sud del mondo le multinazionali ne detengono il monopolio, dominando le gare di appalto per la gestione degli impianti idrici sulle imprese locali. Le imprese private trovano un terreno fertile anche grazie ai prestiti erogati dalla Banca Mondiale ai paesi poveri, secondo il principio che impone agli stati aderenti la liberalizzazione del settore.

Il testo conclusivo del Forum non critica queste privatizzazioni ma propone un utilizzo dell’acqua per produrre energia idroelettrica attraverso dighe e un aumento della produzione del biocarburante. Due proposte che sicuramente non aiutano a ridurre le ingiustizie e la povertà dei paesi più poveri. Il 5° Forum mondiale dell’acqua sembra dunque aver perso una occasione importante per fare diventare la risorsa idrica un diritto umano accessibile a tutti, un bene che va gestito secondo principi etici di socialità e cooperazione tra le varie parti sociali, e non un semplice business in mano ai privati.

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