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Foglio d’album

di Diego Landi


(fonte immagine)

Quando Milano era città d’acqua con seimila sorgenti naturali

Anche Milano, come molti sanno, è stata una «città d’acqua». Ma non solo per i Navigli, i fiumi e i canali che la percorrevano e la collegavano al Po e al mare. Milano era anche ricchissima di sorgenti. Bonvesin da la Riva ne tesse le lodi nel suo De magnalibus Mediolani (1288). Vi sono sorgenti naturali, scrive, «ottime da bersi per gli uomini, limpide, salubri, comode, mai asciutte per quanto secca sia la stagione, ed esse sono in tale abbondanza che pressocché in ogni casa è posta una bella fontana chiamata anche ‹pozzo d’acqua viva›… sono certamente più di seimila le fontane che forniscono ogni giorno ai cittadini acqua corrente; e fra esse ve ne sono molte che gettano acqua ricca di sapore e di tale sottigliezza che dopo non molto tempo impregna i recipienti di legno o di vetro nei quali vien posta. Di quest’acqua si può bere a volontà, senza che faccia alcun male: una volta bevuta, essa scorre per tutti i pori del corpo grazie alla sua sottigliezza e leggerezza, e viene assorbita nel migliore dei modi».

E di fonti sorgive e acque limpide, per la verità, era piena l’Italia. Oggi gli italiani sono il primo paese consumatore in Europa (terzo al mondo) di acqua minerali: ognuno di noi (ma è la media del pollo) si beve 196 litri di acqua minerale all’anno. È proprio vero, i tempi cambiano…


Come la «Scola dell’acqua di vita» disse no ai ciabattini: «no sano far l’arte»

A Venezia, l’ultimo giorno di novembre del 1618 nel refettorio dei padri SS. Giovanni e Paolo 86 acquavitai si riunirono in Capitolato generale per la lettura e la ballotazione dello statuto degli articoli da scriversi nellamariegola, il codice delle leggi della nuova scuola. Nacque così la Corporazione dei maestri distillatori: la «Scola dell’acqua de vita» che scelse a protettore il «Glorioso San Gioan Battista» e ebbe florida attività fino al 1806. E che dovette difendersi da numerosi tentativi di «infiltrazione». Come quello degli zavatteri (ciabattini) che nel corso del 1625 con insistenza avevano chiesto a più riprese l’iscrizione alla Scola come capi maestri.

Ma, naturalmente, furono respinti perché «no sano far l’arte, il che no solo apporta vergogna alla nostra professione, mà può anco apportar qualche grave danno alli corpi humani, poiché no sapendo essi far il mestiere, facilissimamente possono far acqua però che no giovi, ò che nuoci». E agli zavattieri non restò che acconciarsi a restare nella scuola dei calegheri (i calzaturai).


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