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I custodi dell’acqua

di Carlo Semenza


(fonte immagine)

Quando l’opera è terminata gioia e amarezza si fondono.
Gioia perché ognuno di noi può dire «ci siamo riusciti»,
ma le ansie, le ore di fatica e soprattutto il ricordo dei nostri compagni caduti sul lavoro,
un po’ di noi stessi insomma, non ci appartengono più.
Restano là, sull’opera e nel tempo, patrimonio di tutti.

La diga nasce con uno scopo semplice e ben preciso: fermare l’acqua da un lato di essa. Quindi il modo più semplice ed efficace di fare questo è quello di costruire un muro grande, solido ed impermeabile. Fino a qui sembra tutto molto semplice, ma a questo punto sorgono diverse domande:

• Dove deve essere costruita la diga?
• Quanto larga deve essere la diga?
• Quanto alta?
• Quanta acqua deve fermare alle sue spalle?
• Perché viene costruita?

Iniziando a rispondere a questo domande si scopre che si possono costruire diverse tipologie di dighe, ciascuna di esse più adatta di altre in particolari condizioni. Dopo aver definito la struttura migliore rispetto alle nostre esigenze, si passa al problema pratico di come costruire la diga. Poniamo di aver risolto il problema della reperibilità del materiale da costruzione, un giorno, parlando con il nostro geologo di fiducia, scopriamo che le montagne non sono tutte uguali e che la roccia non sempre ha le caratteristiche ottimali per appoggiarci un muro e quindi bisogna rimediare a questo. Poi parlando con il nostro muratore di fiducia scopriamo che il calcestruzzo solidificandosi si comporta in modo strano e quindi dobbiamo pensare anche a questo e ad un altro milione di altri piccoli problemi che alla fine rendono ogni diga storia a sé…

Sono 49.697 le grandi dighe (quelle alte almeno 15 metri) nel mondo che, per ottenere il 20% dell’elettricità globale e il 10% della produzione mondiale di cibo e fibre, bloccano il 60% dei grandi sistemi fluviali, con costi sociali e ambientali devastanti. Il primato appartiene alla Cina con 25.800 dighe (il 45% del totale). La presenza di queste grandi strutture ha costretto all’esodo forzato tra i 40 e gli 80 milioni di persone, oltre 35milioni solo in India. Praticamente una nazione più vasta dell’Italia è stata evacuata e distrutta. L’analisi dei costi benefici dei progetti è stata effettuata solo nel 20% dei casi e su 125 progetti esaminati dalla WCD (World Commission on Dams) risulta che solo il 42% prende in considerazione gli impatti ambientali delle dighe e, se effettuata, la valutazione avviene solo molto tempo dopo ed è difficilmente consultabile, insomma una ‘valutazione farsa‘. In occasione della giornata mondiale dell’acqua, il 22 marzo 2008, Legambiente ha presentato il dossier sulle dighe più devastanti del mondo.

Nel dossier di Legambiente vengono descritte le 10 dighe più devastanti, tra cui spiccano sicuramente la diga delle Tre Gole in Cina, considerata la nuova Grande Muraglia Cinese, e quella di Chixoy, in Guatemala, dove l’esercito ha attuato una forte azione di repressione e strage per placare le proteste delle popolazioni che si opponevano alla sua costruzione. Anche l’Italia, con la diga del Vajont, rientra tra i casi considerati.

Da notare la nascita nel 1984 del Comitato Nazionale Italiano per le Grandi Dighe, un’associazione di diritto provato senza scopo di lucro, culturale e scientifica, che si propone di promuovere ed agevolare lo studio di tutti i problemi connessi alle dighe, ala loro realizzazione ed al loro esercizio. Il Comitato partecipa alla Commissione Internazionale per le Grandi Dighe, organismo creato a Parigi nel 1928 anche con la partecipazione dell’Italia, la cui adesione è stata formalizzata nel 1936 con la costituzione del Comitato, all’inizio sotto l’egida del Ministero dei Lavori Pubblici.

Le grandi dighe italiane sono oltre 500. I miliardi di litri che vi sono custoditi servono per produrre elettricità o per irrigare: una risorsa sempre più preziosa il cui utilizzo è poco regolamentato. Nei prossimi anni la località turistica della Valle Stura, in provincia di Cuneo, potrebbe essere sommersa e chi ci abita costretto a trasferirsi altrove. C’è in progetto la costruzione di una diga; lo studio di fattibilità – già realizzato – è stato voluto dalla Regione Piemonte. L’acqua raccolta nell’invaso – un lago artificiale da 160 milioni di litri – sarà a disposizione dei consorzi irrigui, gli organi che si occupano di distribuire l’acqua tra gli agricoltori.

Se non verranno fermati, i progetti per la costruzione dei nuovi invasi faranno parte del Piano di tutela delle acque (Pta) elaborato dalla Regione Piemonte. In tutta la Regione (e in Valle d’Aosta) ci sono già 86 delle ‘grandi dighe’ italiane, che sono quelle più alte di 15 metri o che invasano oltre 1 milione di metri cubi d’acqua, secondo la definizione che ne dà la legge 584/94. Ad ogni nuovo invaso corrispondono nuove concessioni di derivazione: il permesso, cioè, a prelevare l’acqua dal corso di un fiume o da un torrente (per usarla nella maggior parte dei casi per irrigare o per produrre energia idroelettrica). L’attenzione è al deflusso minimo vitale (Dmv), la necessità di garantire al corso d’acqua la portata minima – il 10% di quella naturale – che ne permetta la sopravvivenza. Anche se un fiume per star bene non dovrebbe vivere sempre al minimo.

Quella del deflusso minimo è un’idea importante (introdotta in Italia con la legge 183/89), ma in larga parte del Paese resta inapplicata. Dato che non esiste un monitoraggio serio, le scarse precipitazioni degli ultimi anni hanno reso il problema evidente: l’acqua non c’è. Tutte le vecchie concessioni di derivazione, molte delle quali ancora ‘in corso’, non prevedono per il concessionario l’obbligo di lasciare almeno un po’ d’acqua nel corso del fiume. Quelle dell’Enel, ad esempio, molte delle quali sono in vigore anche dagli anni Venti e scadranno solo nel 2029 (quando sono state assegnate erano perpetue).

Una singola grande diga può prosciugare anche un intero corso d’acqua, cancellando ogni forma di vita presente in esso, e in un singolo invaso può essere trattenuta fino a 4 volte la portata annuale di un fiume. Il caso del Lago Ciad è esemplare: il lago era in costante abbassamento a partire dagli anni ’60, ma nel 2001, dopo che le piogge abbondanti hanno distrutto le dighe che ne bloccavano gli immissari, esso ha recuperato il 70% della sua superficie originaria.

L’intenso sfruttamento, attuato non solo tramite le dighe, rendono i fiumi sempre più contesi e sempre più all’asciutto causando un impatto irreversibile sulla biodiversità, aggredita anche dall’inquinamento. Il Worldwatch Institute segnala, al riguardo, che gli ambienti acquatici del continente sono quelli che registrano il più alto numero di specie estinte ed in pericolo nella biosfera. Per concludere anche un dato positivo: sono 650 le dighe abbattute negli ultimi 10 anni, un numero che preannuncia un’inversione di tendenza che sottolinea come sia necessario optare per un equa distribuzione di costi e benefici scegliendo di non espropriare più delle fonti di sostentamento il popolo dei fiumi e parallelamente adottare misure di limitazione degli sprechi idrici e energetici e ricorrere a fonti energetiche rinnovabili, azioni possibili per iniziare a voltare la pagina della devastante ingegneria delle grandi dighe.

Per info:
www.progettodighe.it
www.legambiente.eu
www.itcold.it
www.icold-cigb.org

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