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Editoriale

di Giorgio Triani

La storia quando ritorna, e ritorna spesso, non è mai la stessa. Il prepotente irrompere nella cronaca internazionale e sulla scena mediatica dei pirati somali ne è la puntuale conferma. Anche rispetto al recente passato – quando coevo al fenomeno del boat people vietnamita nel decennio Ottanta si segnalarano nei mari del sud-est asiatico assalti a yacht e barche di lusso – c’è molto di nuovo nella pirateria che ha preso forma al largo della Somalia. Anzitutto l’entità e la rilevanza economica del fenomeno: si stima un costo di 10 miliardi di dollari, per il lievitare delle polizze assicurative, per l’allungamento delle rotte e il conseguente aumento delle spese per il carburante, per i costi dei riscatti, per le navi da guerra mandate a pattugliare i mari. In secondo luogo il rischio molto forte che la pirateria sia al gioco e al servizio del terrorismo islamico, col doppio fine di finanziarlo e nel contempo minare il flusso delle merci e delle economie occidentali. In terzo luogo il sostanzioso contributo a un più generale senso di insicurezza e di impunità per chi con modi e mezzi elementari riesce a bloccare un sistema molto complesso e organizzato, qual è quello del commercio e dei trasporti marittimi mondiali.

Ma ciò che colpisce di più il grande pubblico, che con le grandi questioni di geo-politica e di economia internazionale ha pochissima dimestichezza, è l’apparente incomprensibilità del fenomeno. Ossia l’assoluta sproporzione fra la pochezza degli assalitori, a bordo di barchini e gommoni, e la grandezza delle navi che vengono assalite e sequestrate. Più che la storia di Davide e Golia sembra quella di Gulliver, giusto per stare in tema di naufraghi. Ma con le immagini e le cronache giornalistiche che raccontano di un piccolo esercito di banditi macilenti che tengono in scacco potenti navi da guerra e imponenti transatlantici, svaniscono anche l’affascinate esotismo e l’antica aurea romantica dei pirati e della pirateria. I corpi magri e scavati, i ghigni e le mani che stringono i kalashnikov delle bande che imperversano nel Golfo di Aden, al pari della dimessa e contrita ingenuità del giovane somalo processato a New York per il sequestro del capitano Phillips e della nave statunitense Maersk Alabama, ci congedano dalle fantastiche avventure che hanno popolato i sogni e i giochi di tante generazioni. Insomma ai pirati somali dobbiamo anche mettere in conto il furto di immaginario. Lo scasso di un’industria, prima letteraria poi cinematografica, che ha costruito le sue fortune sull’animo libertario ed egualitario di tanti Robin Hood del mare: pirati al soldo di sua maestà, filibustieri dal cuore d’oro e corsari a servizio delle più diverse ma tutte buone cause. Che ne è, che ne sarà di quell’umanità avventurosa raccontata da Stevenson e Salgari, dei pirati di sir Francis Drake che assaltavano i galeoni spagnoli e dei corsari nero, verde e rosso che popolavano la Tortuga, del pirata Barbanera e del disneyano Jack Sparrow alias Johnny Depp?

Cominciamo con questo numero a interrogarci sulle tante e diverse questioni, dirette e indirette, che ci pongono i nuovi pirati del mare. Lo faremo, giusto per stare in tema di esplorazioni e avventure marine, cercando di scrutare l’orizzonte con occhio mobile e confidando sull’aiuto di buone carte nautiche. Fuor di metafora andando alle radici del fenomeno, con la convinzione che anche in questo caso ci si trovi di fronte a un problema semplice da società complessa, dunque molto difficile da risolvere. Come raccontano bene i due libri dello scrittore e documentarista canadese Daniel Sekulic Il terrore dei mari e del docente di diritto navale Ennio Carmineo Il mare dei pirati. Ma parlare di pirati su una nave scuola di giornalismo, qual è Water(on)line, significa anche farlo con tutte le curiosità e irriverenze del caso. Cioè considerando non solo le fondamentali questioni strategiche e geo-politiche, che approfondiremo nel prossimo numero, ma anche quelle di colore che dalla cucina al cinema e alla musica raccontano storie piratesche assolutamente inaspettate. Come nel caso della trilogia libertaria proposta da una casa editrice eccentrica come Eleuthera, della quale diamo conto in questo numero.

Quasi superfluo aggiungere che non solo di pirati parliamo. Non lo è, invece, mandare qualche avviso ai naviganti. Stiamo sistemando i tasselli editoriali: nel prossimo numero il «Chi siamo» dovrebbe essere completo e definitivo. Quanto agli enti e associazioni che sostengono Water(on)line: la lista è aperta. Chi voglia farne parte non ha che da chiederlo. Allo stesso modo, come abbiamo già scritto, siamo aperti alle collaborazioni. Chi ha idee, proposte, suggerimenti, ma anche notizie, segnalazioni si faccia avanti. È un invito sentito: come quello che rivolgiamo ai tanti che ci hanno detto «che bella idea il referendum popolare», ma che però non hanno votato. Dai! Portate in salvo sulla nostra arca le due cose a cui tenete di più. E, soprattutto, fatecelo sapere.

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