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Bellezze al bagno

di Antonio Barbieri Imbonati


(fonte immagine)

Una storia (balneare) per larghe trame e vista attraverso il costume da bagno femminile. Corsi e ricorsi un po’ spiazzanti se si guarda ai costumi da bagno ‘tecnologici’ delle nuotatrici, con in testa la nostra Federica Pellegrini, che hanno spopolato ai campionati mondiali di Roma.

Bellezze al bagno: il tema appartiene ormai a una ritualità estiva che affonda nell’ovvio giornalistico. Al pari dei discorsi sul caldo e dei bollettini sul grande esodo vacanziero. Qui vorrei però proporvi una lettura delle bathing beauties un po’ eccentrica, perché intesa a evidenziare la circolarità di un fenomeno che lungo l’arco di un secolo sembrare ritornare a ritroso, su se stesso. Corsi e ricorsi, dunque, che sia pure in un contesto socio-culturale profondamente diverso rendono la bagnante oggi, perlomeno nello ‘spirito balneare’, più simile a quella d’inizio secolo scorso che a quella di 20-30 anni fa.

Certo le donne sulle spiagge non portano più gli ombrellini né difendono furiosamente i bianchi incarnati, tuttavia da qualche anno il sole, dopo gli eccessi degli anni Ottanta e dell’abbronzatura integrale, ritorna a essere portatore di paure. Allo stesso modo il mare, per ragioni legate all’inquinamento, si ripopola di fantasmi poco invitanti per le immersioni. Sul piano dei costumi si assiste poi a una lenta riconquista della stoffa sulla pelle: certo i ‘vestiti da bagno’ ottocenteschi sono archeologia balneare, nondimeno la spiaggia non è più il luogo per eccellenza della trasgressione. Anche perché oggi risulta trasgressivo guadagnare il bagnasciuga nelle ore lontane dal caldo e dalla luce più intensi: al mattino presto e alla sera quando le folle non sono ancora arrivate oppure sono già rientrate. Anche perché in molte riviere il mare è ritornato a essere perolpiù quello che era agli inizi della civiltà balneare: più un pretesto, un fondale per i divertimenti, che non un luogo di intensiva fruizione, come è stato dagli anni Trenta e per i 40-50 anni successivi.

«1914 era ancora 1900 e 1900 era ancora Secondo Impero». Così scrisse Coco Chanel, sintetizzando come dalle prime temerarie bagnanti della seconda metà dell’Ottocento a quelle ben più numerose della Belle Epoque fosse mutato quasi nulla. Al punto che rimase un fatto isolato lo scandalo della nuotatrice australiana Annette Kellerman, che nel 1906 si esibì negli Stati Uniti con un costume intero che però lasciava nude le coscie – e che per questo fu arrestata subito dopo la gara. Era infatti il nuoto che, imponendo costumi semplici, leggeri e ridotti rivoluzionava il ruolo femminile. Però l’esercizio natatorio era considerato troppo violento per le donne, mentre i costumi da bagno erano concepiti per fare parata, per farsi ammirare fuori dall’acqua.

La situazione cominciò a mutare nel dopoguerra: ogni anno che passava spariva qualcosa, con una velocità che era inversamente proporzionale alla lentezza dei decenni precedenti. Prima le calze: finalmente le gambe erano nude. Poi era la volta delle braccia, scoperte sino alle spalle; e in successione scollature più profonde, soprattutto dietro; sostituzione del completo con un unico pezzo, braghetta a mezza coscia, canottiera aderente con le spalline larghe e niente reggiseno sotto. Nel 1927 il costume da bagno femminile era ormai per semplicità simile a quello maschile; aderiva al corpo, senza fronzoli ed era ormai ‘sportivo’ per concezione e funzionalità: schiena, décolleté, braccia e gambe scoperte. Ma se la modificazione degli indumenti era strettamente legata a quella dei comportamenti, nel senso della semplificazione, della maggiore libertà di movimento e perfino del nuovo verbo salutare che magnificava l’azione del sole e del mare a stretto e diretto contatto con la pelle, la ‘rivoluzione balneare‘ aveva altri due fondamentali agenti.

In primo luogo l’emergere come valore dell’abbronzatura: un corpo dorato dal sole non era più espressione di una condizione sociale ignobile, ma al contrario il contrassegno epidermico di un vita agiata, da ‘vacanzieri’. In secondo luogo i progressi della chimica e le innovazioni tecniche che rendevano concretamente possibile il progressivo denudarsi e ridursi dei costumi da bagno. Fu infatti l’introduzionze del Matletex, un procedimento che mescolava cotone e filo elastico e poi l’apparizione del Lastex e del Contralex che consentirono di produrre costumi che, oltre a evitare alle donne la brutta figura della lana bagnata, coprendo meglio il corpo permettevano di scoprirlo di più. Erano costumi che a partire, appunto, dal 1927 – anno in cui venne coniato il termine sex-symbol – cominciarono ad assumere colori più brillanti, abbandonando i tradizionali nero e blu, e che sottolineavano ormai chiaramente forme e attributi sessuali.

Il più, dunque, era fatto: dalla nudità velata alla nudità svelata la strada non era lunga. Anzi breve, come scriveva il Corriere della sera nel 1932: «Si è passati di colpo alla tenuta da circo equestre: un centimetro di bretella sulle spalle, molta schiena esposta, libertà di estendere fino alle ultime vertebre la salutare azione dei raggi ultravioletti. Ora siamo alla vigilia di una nuova conquista. Essa potrebbe enunciarsi così: diritto alla rosolatura bilaterale. La concessione fatta alla schiena è un precedente grave. La controparte condannata all’ombra freme di indignazione e di impazienza: reclama anch’essa il sole, se non altro in nome di un principio estetico».

Ma i toni con i quali si raccontava la guerra di liberazione balneare deflagrarono letteralmente quando scoppiò la ‘bomba del bikini‘. Ovvero quando la comparsa del primo costume a due pezzi, in una sfilata di moda alla piscina Molitor di Parigi nel luglio del 1946, fu immediatamente associata all’esplosione atomica sull’atollo di Bikini, avvenuta pochi giorni prima. Il due pezzi era ridottissimo, l’indossatrice era bellissima: l’effetto sull’opinione pubblica e sul comune senso del pudore fu devastante. Di fatto un ordine secolare era stato infranto e un tabù definitivamente violato: topless, tanga, perizoma e altri costumi infinitesimali hanno rappresentato e rappresentano solo variazioni sul tema. Certo non sono mancate resistenze, sussulti morali e perfino crociate, come ad esempio quella dell’allora pretore di Palermo, Salmeri, che negli anni Settanta fece arrestare due turiste in topless.

Tuttavia oggi il nudo delle bellezze al bagno è diventato un ‘costume’ che dipende solo dalle donne decidere di indossare o meno. Al punto e al culmine di una nudità che, essendo diventata così normale e perfino inflazionata dalla tv e dalla pubblicità, sembra dire che non c’è più nulla da scoprire. O addirittura che è già scoccato il tempo di cominciare a ricoprirsi. E a riscoprire un po’ di pudore e di pallore.

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