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Foglio d’album

di Diego Landi


Come fu che Benjamin Franklin sul mare fu costretto a dar ragione al vecchio Plinio

Durante uno dei suoi soggiorni in Inghilterra, Benjamin Franklin si trovò alle prese con una questione scientifica assai singolare e che il grande scienziato e futuro padre fondatore degli Stati Uniti descrive e spiega in una lettera inviata da Londra il 7 novembre 1773 al dottor Brownrigg. La lettera è «sull’abbonacciamento delle onde per mezzo dell’olio». Racconta, dunque, il Franklin, che, pur avendo letto quanto scriveva Plinio sull’uso marinaresco di versar olio in mare per calmare le onde, non ci aveva mai dato credito.

Accadde però che «l’anno1757, trovandomi sul mare in una flotta di novantasei vele destinata contro Louisburgo, osservai il solco di due vascelli considerevolmente liscio, mentre tutti gli altri erano increspati da un’aura dolce che spirava. Sorpreso per tale differenza mi volsi al Capitano e lo richiesi del parere suo. ‹Io suppongo – diss’egli – che i cuochi abbiano poc’anzi versate pegli sfogatoi le loro caldaie di untume, il quale hanno intriso alquanto i lati di quelle due navi›; e diemmi quella risposta con una cotal aria di scherno, come a persona che ignorava una cosa notissima a tutto il Mondo».

D’altra parte, non si dice ancor oggi di un mare calmo e fermo che è «liscio come l’olio»?


Acquasantiere e grappa, una difficile convivenza

Le corporazioni di mestiere a Venezia facevano gran mostra di devozione alla Chiesa e in occasione della ricorrenza dei santi patroni delle Arti era tutta una gara a mostrar luminarie e messe cantate «in modo tal che tutta la città s’accorge e sà che il tal giorno è la festa della tal Arte«.

Ma la «Scola de l’acqua de vita» non si distingueva per l’eccessivo fervore. Sarà che acquavite e acquasantiere non vanno spesso d’accordo, ma non mancarono le reprimende, come quella impartita alla Scola dal «Gastaldo» (il principale rappresentante dell’Arte) nel giugno del 1633 : «Mà la nostra Scola seben hà per protettore San Gioan Battista no fà però sollenità, né segno alcuno, che la Città sapia che quel giorno sia la nostra festa, et pure noi doveressimi celebrarla, per no mostrarsi manco divoti delli altri, e tanto più doveressimo ciò fare, per essere quel gran santo, che è».

Bisogna capirli i nostri maestri acquavitai: proprio nei giorni di festa si vendeva grappa ch’era un piacere. E infatti il 24 giugno molti confratelli si guardavano bene dal partecipare a luminarie e messe cantate, ma «si fano lecito tenir le lor botteghe aperte et in quelle vender come anco alli banchetti e stacij». Che fosse cosa che «ce viene scandolo» non li turbava né tanto, né poco…!

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