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Guerre del Po

Il federalismo all’italiana e la gestione del grande


(fonte immagine)

I rischi che incombono sul federalismo all’italiana hanno una perfetta cartina di tornasole nel modello di governance e gestione del Po. È lungo le sponde del più grande fiume italiano sul quale s’affacciano le quattro regioni economicamente più importanti del paese (come somma di pil) che si misurano gli appetiti della politica, si manifestano le divergenze di pensiero e azione fra gli amministratori locali e i tecnici, si scontrano i tanti e diversi interessi economici che gravitano sugli usi del territorio e delle risorse idriche.

Negli ultimi 20 anni, infatti, al posto del Magistrato del Po sono stati creati l’Aipo (Agenzia interregionale per il fiume Po) e l’Autorità di Bacino, con risultati moltiplicatori che hanno interessato i ruoli politici e tecnici e i relativi conflitti di competenza, ma che non hanno incrementato l’efficenza complessiva del sistema. Prova è che l’Autorità di bacino continua a essere senza presidente, cioè senza guida politica, mentre come paese si rischia sempre più concretamente di incorrere nelle sanzioni europee per mancato adeguamento alle nuove normative comunitarie, che prevedono al posto delle attuali Autorità di bacino la creazione di otto distretti.

È in questo quadro di «governance all’italiana», in cui la dialettica Stato-Regioni è sempre confittuale, dal momento che di norma è il conflitto anziché la cooperazione che riesce a portare a casa qualche risultato concreto, che l’Autorità di bacino ha promosso «Integrazione e conflitti». Ossia una fitta serie di incontri, forum, seminari e approfondimenti aventi come tema, appunto, i tanti conflitti dell’acqua che lungo le rive del Po oppongono e fanno confliggere agricoltori e scavatori, pescatori e operatori turistici, ambientalisti e gestori dei servizi idrici, imprese e associazioni. Ovviamente lasciamo parlare i documenti, le risultanze degli interventi e delle discussioni che hanno animato i diversi incontri tematici – da noi puntualmente segnalati – e che possono essere consultati al sito www.adbpo.it.

Ci riserviamo di tornare più analiticamente sulle questioni più rilevanti (dal modello di governance che sembra imporsi allo strano ma inquietante caso della diffusione del gambero rosso della Lousiana), potendo intanto affermare 3 cose. Che il livello tecnico e di competenze della tecno-struttura, pur con i noti limiti della pubblica amministrazione italiana che non ha una scuola ma forma i suoi quadri in corso d’opera, mantiene una sua indubbia efficienza; che solo l’emergenza, come sempre, riesce a mobilitare le nostre migliori risorse, anche morali; dunque che le scadenze di programmazione poste dalla Comunità europea (2015 – 2021- 2027) sono scadenze da futuro remoto.

Anche perché da qui a là, sostengono i più pessimisti, con le prove di federalismo pasticcione e clientelare attualmente in corso, può accadere di tutto. Anche il contrario di quel che i più saggi e accorti auspicano. Anzitutto che la cultura del fare da più parti invocata sia sostenuta da adeguati studi e progetti e non invece da mero opportunismo politico o da bieche convenienze territoriali.

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