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L’acqua è torbida

Il relitto Cunsky scioglie i dubbi sulle navi dei veleni

di Laura Birra

Sono anni che proseguono le indagini su decine di imbarcazioni affondate in condizioni sospette al largo della Calabria. Le navi dei veleni esistono, lo sanno tutti, ma manca la prova schiacciante. Fino alle dichiarazioni di Francesco Fonti, ex uomo della ‘ndrangheta cosentina e collaboratore di giustizia dal 1994.Fonti dichiara di aver partecipato nel ’92 all’affondamento di 3 navi cariche di rifiuti tossici: la Yvonne A, che trasportava 150 bidoni di fanghi, affondata a Metaponto; la Voriais Sporadai, inabissatasi a Maratea con 75 bidoni di sostanze tossico-nocive; la Cunsky, 120 bidoni di scorie radioattive colate a picco al largo di Cetraro, in provincia di Cosenza.

Stando alle parole del pentito, la Cunsky era lunga 120 metri. Lui e altri uomini ne provocarono l’affondamento con un’esplosione a prua. Non sono solo parole, almeno a partire dal 12 settembre 2009, quando il Rov, robot sottomarino acquistato dalla regione Calabria per le indagini, ha fotografato una motonave affondata proprio a largo di Cetraro. È lunga 120 metri. Dalla prua, aperta come da un’esplosione, si vedono chiaramente dei fusti: sembra essere la prova che cercava Bruno Giordano, procuratore di Paola (Cosenza) che si occupa delle indagini dal 2008. «Il velo – dice Giordano – è squarciato, nessuno può più dire che le navi non ci sono», ma adesso bisogna prelevare i fusti per analizzarne il contenuto. E non sarà certo un’impresa facile: la nave si trova a quasi 500 metri di profondità e la regione non ha i fondi necessari per portare a termine l’operazione; occorre, come sottolinea il procuratore, l’impegno del governo. E bisogna fare alla svelta: finché le scorie restano nei bidoni non sono pericolose, ma prima o poi, a causa della corrosione, i fusti libereranno le sostanze contenute. E allora sì che diventeranno pericolose: secondo il biologo Ezio Amato, intervistato dall’Unità il 17 settembre, c’è il rischio che scompaiano intere specie viventi e l’unica soluzione per evitare una catastrofe è bonificare, anche se questo avrà costi enormi: «La bonifica di un relitto situato a 500 metri di profondità – sostiene il biologo – è un’operazione mai tentata prima. Il recupero della Haven, a 75 metri, è costato 6 milioni di euro. Qui si parla di decine e decine di milioni».

Va ricordato che la petroliera Haven si è inabissata al largo di Genova l’11 aprile 1991 e la bonifica è iniziata solo a giugno del 2008; la domanda sorge allora spontanea: quanto tempo passer` prima di bonificare una nave che si trova 6 volte, quasi 7, più in profondità? Inoltre, senza voler con questo procurare allarmismi, non si può tacere che intorno alla nave ci siano delle reti da pesca: questo vuol dire che in quel tratto di mare si svolge attività ittica e quali siano i rischi per la salute di chi ha mangiato e mangia di quel pesce non possiamo saperlo finché non verrà accertato cosa contengono i fusti, ma soprattutto se siano ancora tutti integri o meno.

Tv e giornali si stanno occupando della Cunsky più che delle altre navi dei veleni: probabilmente perché il Rov ha fotografato qualcosa di simile a teschi umani nella stiva, forse personaggi scomodi alla ‘ndrangheta eliminati in modo che mai nessuno potesse saperne nulla. Francesco Muto però smentisce che vi siano corpi umani o, se c’erano, lui all’epoca non ne ha visti. Restano per il momento solo supposizioni; per sapere la verità bisogna recuperare i fusti e bisogna tenere viva l’attenzione mediatica, perché le navi dei veleni non cadano nel dimenticatoio come troppo spesso è avvenuto in passato. Certo, nessuno può dire con sicurezza se e quando l’operazione verrà portata a termine; noi però siamo fiduciosi e ci auguriamo che i fondi arrivino e che stavolta si giunga davvero ad una conclusione. Se poi l’ecosistema del nostro Mediterraneo valga davvero decine di milioni di euro, in un’Italia in piena crisi, non ci è dato saperlo.

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