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di Diego Landi


Un monaco scienziato, Galileo e un ingegnere presuntuoso

A Galileo Galilei, «Primo Filosofo del Serenissimo Gran Duca di Toscana», nell’autunno del 1638 giunse una lettera di un monaco di Cassino, don Benedetto Castelli, studioso e pignolissimo autore di un minuzioso trattato sulla «misura dell’acque correnti». Nella lettera il monaco racconta all’illustre scienziato da quanta ignoranza avesse dovuto difendersi. Don Benedetto, dunque, era passato dal Lago Trasimeno mosso dalla curiosità di vedere quanto si fosse abbassato di livello dopo un periodo di prolungata siccità. Prese le misure che gli interessavano, andò a Perugia. Cominciò a piovere a dirotto e il monaco non si fece mancare l’occasione di porre un cilindro di vetro sotto la pioggia per misurarne la quantità caduta in un’ora. Fatti a quel punto tutti i calcoli e le proiezioni del caso, calcolò di quanto avrebbe dovuto rialzarsi il livello del lago. Ma non fu preso sul serio: un «Ingegnero» molto qualificato del posto lo accusò pure di essere «debole di cervello», e sogghignando aggiunse: «Padre mio v’ingannate : io tengo che il Lago per questa pioggia non sarà cresciuto ne meno quant’è grosso un giulio (una moneta, N.d.R)». Dopo quella gran siccità, insomma, la pioggia era un nonnulla. Il monaco non s’arrese e mandò un aiutante a misurare l’altezza dell’acqua all’imboccatura dell’emissario. L’acqua, manco a dirlo, era cresciuta in altezza «un capello quelle quattro dita che io avevo giudicato». E l’ingegnere si beccò la sua lezione.


Ecco perché si dice: «Guardati dalle acque chete»

La conoscenza dei movimenti e della misura delle acque dei fiumi ha costituito per secoli una vera e propria scienza, necessaria per dominare il territorio e prevenire alluvioni e catastrofi. Basterebbe ricordare il genio di Leonardo che disegnò i progetto il sistema portuale e di strade d’acqua nella Milano degli Sforza. Fra le tante testimonianze di questa scienza, una, conservata alla biblioteca Queriniana di Brescia, è dovuta alla passione di un monaco di Cassino, don Benedetto Castelli che diede alle stampe del 1639 un trattato dedicato a papa Urbano VIII. «Della misura delle acque» spiega e dimostra «more geometrico» le piene dei fiumi, l’intorbidamento delle acque, le altezze necessarie degli argini, il ruolo dei venti e altro ancora. E segnala l’origine di un noto proverbio:

«guardati dalle acque chete: imperochè, se noi consideraremo la medesima acqua di un fiume in quelle parti, nelle quali è men veloce, e però vien detta acqua cheta, sarà per necessità di maggior misura che in quelle parti nelle quali è più veloce e perci` di ordinario sarà ancor più profonda e pericolosa ai passeggeri; onde ben si dice guardati dall’acque chete, e questo detto è stato poi trasferito alle cose morali«.

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