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Il bagno-salotto e la cucina-bar

di Antonio Barbieri Imbonati


(fonte immagine)

Ritorniamo su un tema che abbiamo già affrontato nei numeri scorsi e che analizzeremo di nuovo. Un discorso fra design, mutazione degli ambienti domestici, marketing e comunicazione.

Persone che mangiano e magari ricevono amici in bagno e altre che invece si depurano in cucina e prendono alla lettera il concetto di dieta cosmetica. Sono scenari vagamente futuribili. Ma per niente astratti. Anzi concreti e incombenti. Come non immaginare infatti una mutazione radicale e parallela della cucina e del bagno nel momento in cui la pubblicità offre immagini di yogurt che sembrano shampoo e di bibite che sembrano lozioni di bellezza, di bagni schiuma al cioccolato e di piatti che sembrano uscire da un’erboristeria?

L’interrogativo a prima vista può apparire retorico ed eccentrico: la classica arrampicata sugli specchi. Ma in realtà è di un certo interesse osservare come i due luoghi corporali per eccellenza della casa tendano ad assomigliarsi in maniera crescente e a scambiarsi alcune funzioni, che prima erano esclusive. Intendiamoci: cucina e bagno sono sempre stati spazialmente vicini, contigui, per ragioni tecniche e costruttive; connotati come ‘servizi’; equiparati dall’uniformità dei materiali e dei decori (dal bianco come colore dominante al tipo di piastrelle per i muri e di mattonelle per i pavimenti). Tuttavia la cesura tra i due luoghi, anche nel modo di viverli, è sempre stata netta. Essendo uno deputato alla preparazione dei cibi (la gola) e l’altro all’igiene (la pancia). Ma risultando entrambi, in eguale misura, inscritti nella sfera notturna, segreta della vita domestica. Perciò da tenere lontana dalla curiosità e dagli sguardi altrui.

Ora invece accade che il bagno e la cucina siano per certi aspetti intercambiabili e inscritti in un nuovo ordine domestico. Che non è più quello della necessità virtù, per usare un’espressione antica, visto che ‘servizi’ e locali d’ausilio o accessori alle funzioni dell’abitare più nobili sono diventati luoghi pregiati e ostensivi. Cioè da mostrare, da esibire. Tanto che la dimensione conviviale, dello stare e mangiare assieme anche agli amici, sul luogo stesso in cui si sono preparati i cibi, così come del farsi un idromassaggio in compagnia, è ormai ampiamente fantasticata e sognata, se non praticata, a ogni livello sociale. Allo stesso modo della ricercatezza e perfino del lusso degli ambienti e degli arredi.

Due, però, sono gli elementi salienti di questo processo che si segnala per la crescente caratterizzazione hi-tech, ‘intelligente’ degli ambienti così come delle dotazioni, nel contempo che le differenti funzioni, dunque le diverse identità di luogo, sono state quasi annullate e omologate nel segno del design. Oggi quel che si dice un bel bagno si presenta come una spa in sedicesimo, mentre un blocco cucina è sempre più simile a un bancone bar. D’altronde non è solo una battuta sostenere che le dotazioni elettro(nico)domestiche di bagno e cucina sono venute sovrapponendosi e ancor più uniformandosi, perlomeno esteriormente. Visto che non sono pochi gli spot (da FantaIndesit) in cui si vede gente che guarda un oblò di lavatrice come se fosse una televisione e altre (Simac) che si specchiano non nelle sale da toilette, bensì in cucina davanti a frigoriferi e cucine splendenti.

Forse &egave; eccesivo sostenere che la socialità contemporanea si struttura in bagno e in cucina, però non lo è dire che è in quei due luoghi che la persona, ogni persona, costruisce la propria identità sociale, a partire e insistendo sul lavoro materiale che viene fatto sul corpo e che è gastronomico e parimenti estetico-cosmetico. Un lavoro che, ovviamente, è in accordo con gli ideali, le immagini e le mode del momento, ma che rivela tutta una serie di suggestioni e di pratiche che ci proiettano in un passato remoto piuttosto che prossimo. Anche se, come sempre, si dovrà ribadire che il passato che ritorna non si ripropone mai identico, inscritto com’è all’interno di una realtà sociale profondamente diversa e di processi,anche tecnologici, inediti. In questo senso la moda attuale di utilizzare gli alimenti come cosmetici e di dare una connotazione gastronomica a quasi tutta l’igiene & cosmesi attualizza ad esempio antiche icone – fra tutte Poppea che fa il bagno nella vasca piena di latte d’asina – oltre che la trattatistica sei-settecentesca sulla bellezza femminile. Quasi tutta basata sulla teoria dei simili, cioè sulla suggestiva idea che le qualità di fiori, frutti o prodotti alimentari possano automaticamente agire sul corpo umano, rendendo la pelle vellutata come una rosa o bianca come il latte.

Tuttavia c’è molto di assolutamente nuovo nella linea al cioccolato diPupa o nel profumo al peperoncino di Tequila; così come nel latte di bellezza che sembra uno yogurt e viceversa. Oppure nella possibilità di riuscire a distinguere fra due tipi di mousse, solo perché è nota la differenza di marca e merceologica fra NiveaVitasnella. E tutte queste novità, che significano una mutazione merceologica profonda, rimandano al rilievo preponderante che hanno assunto il marketing e la comunicazione, che di fatto sono i due principali strumenti e fattori di riscrittura della realtà. Anche se di nuovo è un’immagine vecchia che si impone, apprendendo dalla pubblicità che c’è un the al bergamotto, ma anche uno shampoo alla carota, dunque che si può stare in cucina pensando di essere in bagno e viceversa. Quella leggendaria degli immigrati meridionali, che negli anni del boom, venendo a lavorare e vivere al nord si favoleggiava che nella vasca e nel bidet seminassero basilico, prezzemolo e altre erbe aromatiche.

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