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Surfin’ Venezia

di Chiara Vitali


(fonte immagine)

Se nel bel mezzo di una romantica gita tra le calli di Venezia sentite all’improvviso una sorta di gigantesco e colossale muggito prolungato seguito da una serie ininterrotta di «bip-bip» in scala crescente, non temete: non state per esplodere insieme al vostro amato consorte, semplicemente sta per arrivare l’aqua alta, che può consistere, in termini più tecnici e meno dialettali, in una marea sostenuta, in una marea molto sostenuta o, solo per i più fortunati, in un’acqua alta eccezionale.

Attraverso un nuovo sistema di segnali acustici, per la precisione quattro e molto potenti per essere uditi anche dagli anziani, il Comune ha voluto agevolare i cittadini, informandoli in tempo reale del livello di marea previsto; basta contare i «bip» e si saprà quanto quella specifica zona sarà agibile nelle ore successive. Questo è il metodo più invasivo, ma non l’unico: gli fanno compagnia il servizio (gratuito) di aggiornamento meteorologico tramite sms, i numeri diretti dell’Istituzione Centro Maree, i grafici riportati ogni giorno dai quotidiani locali Il gazzettino e La nuova Venezia, i display luminosi situati nei punti più trafficati, i monitor touch screen dislocati in alcune edicole e atri di palazzi e altri ingegnosi stratagemmi riuniti nel sito aggiornatissimo www.comune.venezia.it/maree.

Il fenomeno dell’alta marea è la sfortunata combinazione del moto degli astri, soprattutto la Luna, delle condizioni meteorologiche, come venti, precipitazioni, pressione e della conformazione del bacino Adriatico; senza entrare troppo nello specifico, l’alta marea, a Venezia, è accentuata dalla bora che soffia attraverso le bocche di porto, impedendo un corretto riflusso, e dallo scirocco che da sud verso nord spinge l’acqua verso il golfo veneto. Aggiungiamoci il fattore uomo, quindi l’area industriale di Porto Marghera al posto delle barene, cioè isolotti che ‘assorbivano’ le maree eccessive, il «Canale dei Petroli» che allarga la bocca di porto, il Ponte della Libertà e altri interventi sul territorio che, alla lunga, stanno mostrando il loro terribile impatto sulla natura: infatti, lo sprofondamento naturale del terreno e l’innalzamento del livello del mare sono stati fortemente accentuati dalle opere sopracitate e dal riscaldamento globale e hanno reso la costa veneta particolarmente sensibile al fenomeno degli allagamenti.

Se da un lato viene da sorridere vedendo una gondola che ha smarrito il canale e galleggia con tranquillità sotto un portico, o un gruppo di giovani letteralmente appesi ad una secolare statua per sfuggire all’acqua, dall’altro si riflette anche su coloro che hanno dei negozi e magari non sono stati abbastanza svelti a mettere in salvo la merce più in basso, o sui cittadini (tra cui molti studenti) che hanno dovuto buttare tutto i loro mobili, tappeti e materassi solo perché abitano le stanze al piano terra; infatti, proprio per l’alta marea è usanza, a Venezia, non abitare questa parte della casa, che si presenta abitualmente non arredata. Oltre al caratteristico turpiloquio in dialetto, il veneziano si arma di secchi, paratie stagne, sistemi di pompe e cavalletti salva merce e mai abbandona i suoi stivaloni di gomma, che i più prudenti fanno arrivare fino all’inguine; su www.venessia.com si trovano consigli sul corretto uso di queste calzature non troppo comode, come indossarle e soprattutto come camminarci senza troppi disagi.

L’importante è sapersi arrangiare e seguire il detto «fare buon viso a cattivo gioco»; anche se i risultati della meravigliosa mente umana possono talvolta sconcertare, come nel caso di intere persone rivestite di sacchetti di plastica. Questo si traduce in un grande spirito di adattamento e quasi totale spregio delle comuni passerelle disposte, in caso di bisogno, secondo dei percorsi precisi stabiliti da un Atlante apposito aggiornato annualmente: ma sono spesso intasate dai turisti, diretti spesso dalla Municipale, quindi gli indigeni, avvantaggiati da anni e anni di esperienza, preferiscono cercare vie alternative per raggiungere la loro meta.

Per i turisti è invece un folcloristico diversivo: ridono e magari giocano a piedi scalzi nell’acqua, probabilmente ignari dell’esistenza di Porto Marghera e dei suoi scarichi altamente inquinanti. Beata ingenuità, viene da dire, anche se è piuttosto difficile ignorare il colore poco invitante e melmoso dell’acqua, che invadendo le calli, travolge e fa galleggiare di qua e di là cumuli interi di immondizia; nonostante il Comune provveda alla pulizia dei canali, l’odore che ne scaturisce non è proprio dei più raffinati.

Contemporaneamente la città rimane semi-paralizzata, con i vaporetti magari costretti a modificare il loro tragitto, alcune calli impraticabili e la maggior parte delle attività chiuse. Il disagio è molto forte perché l’acqua alta dura sì circa quattro ore, ma una volta defluita bisogna fare i conti con intere zone da sistemare e pulire (ricordiamoci che è acqua marina e il sale non è proprio un toccasana per l’arredamento) e i danni si calcolano in migliaia di euro: le più colpite sono le zone basse di S. Marco e Rialto.

Da alcuni anni si sta lavorando su un sistema di barriere mobili poste alle bocche di porto che dovrebbero isolare la laguna dal mare durante le maree superiori ai 110 centimetri: ma il Progetto MOSE, molto costoso e impegnativo da realizzare, non sarà operativo prima del 2014.

C’è comunque chi ha voluto fare del business anche in giornate come l’1 dicembre 2008, dove si sono registrati +156 cm (il record spetta però al 1966, con +195 cm): in una delle piazze più conosciute al mondo e dalla storia millenaria, una nota marca di drink energizzanti ha pensato bene di attaccare un promoter ad uno scooter d’acqua e farlo scorrazzare a S. Marco, come mostra nella foto l’intrepido Duncan Zuur, sulla sua tavola da wakeboard. E c’è anche chi la prende con grande filosofia e chiama la sua libreria, nel cuore della città, «Acqua Alta».

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