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Il Po come il Gange

Ma le ceneri dei defunti rischiano di finire in qualche bicchiere di troppo

di Silvia Mammarella


(fonte immagine)

Chissà quale effetto farebbe a Bossi sapere che presto, nelle ampolle di acqua prelevata dal ‘sacro’ fiume Po durante uno dei più famigerati rituali leghisti, potrebbero trovarsi disciolte le ceneri di un defunto. È notizia di qualche settimana fa, infatti, che il Comune di Torino darà il nulla osta per lo spargimento dei resti dei propri morti cremati in un tratto del più grande corso d’acqua italiano. Il Po come il Gange, quindi, un fiume che diventa veicolo per il buon viaggio delle anime dei defunti dalla terra (o meglio, dalle acque) al paradiso.

Secondo il vicesindaco Tom Dealessandri, che si sta occupando della questione, per ora sono stati individuati un paio di siti idonei nella zona, presso i quali entro breve si potrebbero vedere scene di cortei parati a lutto e addetti che sondano forza e direzione del vento per evitare che il funerale si trasformi in una sniffata collettiva del caro estinto. Macabro umorismo? Non del tutto, perché in effetti i quesiti da porsi in merito sono molteplici, ed alcuni persino inquietanti.

Una questione seria e piuttosto allarmante viene posta all’attenzione del sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, dallo scrittore e poeta rodigino Gianni Sparapan, che alla battuta di un conoscente piemontese, «Attenzione, perché fra qualche settimana rischi di berti mio padre», reagisce redigendo una lettera pubblicata dal quotidiano La Stampa, in cui si assume il ruolo di difensore degli interessi di tutta quella parte del Polesine che acquisisce le sue risorse idriche proprio da quelle acque. Sparapan fa presente che le acque del Po, insieme a quelle dell’Adige, sono le uniche fonti possibili di approvvigionamento idrico per i rodigini, e che quindi, qualora il progetto si realizzasse, questi potrebbero ritrovarsi potenzialmente nell’acqua servita a tavola ‘residui’ dei defunti torinesi. Il sindaco di Torino ha risposto in termini generali ai dubbi avanzati da Sparapan, che comunque non molla il colpo e auspica una mobilitazione dei cittadini interessati, cercando anche l’appoggio dei politici locali. Anche la Curia torinese è contraria all’autorizzazione, rivendicando i cimiteri come luoghi della memoria non solo familiare, ma collettiva.

D’altra parte la necessità di questo progetto è comprovata dal fatto che ormai circa il 40% della popolazione torinese sceglie la cremazione come soluzione post mortem, e quella dello spargimento nelle acque del Po diverrebbe senza dubbio la scelta privilegiata da parte di chi ha cara l’idea, una volta morto, di una riconciliazione con la natura e di una sorta di miracolosa redenzione tramite la fusione (letterale) con le acque.

In India la medesima pratica intreccia le sue origini con le radici della religione induista. Il fiume Gange è considerato un corso d’acqua divino, deputato al trasporto delle anime dei defunti verso il Paradiso. Quindi il Po come il Gange, ma sapere che i rodigini potrebbero dissetarsi con acque in cui si trovino tracce di qualche defunto è una prospettiva che fa decisamente accapponare la pelle.

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