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Il fiume racconta…

di Emmanuele Andrico

Paolo Spotti, che oggi ha 70 anni, vive da sempre ad Acqualunga, piccolo borgo adagiato sulle rive del fiume Oglio, dove dalla fine dell’Ottocento ai primi anni Cinquanta del Novecento, nulla è cambiato. La frazione di Borgo San Giacomo misurava il suo tempo con l’orologio della campagna, scandito dalle stagioni e dai lavori agricoli.

Paolo, agricoltore in pensione, ricorda con piacere e non senza un velo di nostalgia gli anni della sua infanzia spesa tra i giochi con gli amici, il lavoro nei campi e qualche sporadica e non troppo fortunata frequentazione scolastica. Il vegliardo rievoca con rinnovata emozione le fredde e nebbiose sere dove, da Novembre a Febbraio, la sua famiglia si riuniva con la altre nella stalla della cascina. Così, nella campagna di un tempo, il calore degli animali offriva protezione agli uomini. Nonno Piero, capace fabulatore, sapeva riempire le lunghe sere d’inverno con racconti di streghe, spiriti e demoni che a sua volta aveva sentito da bambino.

«Una vita da albero degli zoccoli – afferma Paolo Spotti – almeno fino alla metà degli anni Sessanta». Quando furono costruite le prime case nuove, distinte dai cascinali, e la strada che attraversava il paese venne asfaltata.

Oggi, nelle stalle, non si raccontano più quelle storie, e la voce calda e roca dei nonni narratori è sostituita dall’assordante frastuono delle mungitrici. Ma in Paolo le suggestioni e la memoria di quei racconti rimangono tuttora immutate così, seduto al tavolo in cucina, davanti ad un buon bicchiere di vino, mentre attizza il tabacco della sua pipa sbocconcellata, si inoltra con la mente nel ricordo di quei tempi andati e, in bilico tra sogno e realtà, ci conduce sulle sponde ghiaiose del fiume Oglio in compagnia di un’antica leggenda…

Che storia è? Ma quella dei «Bes Galilì»: una specie di drago trapiantato dall’Oriente in Occidente chissà, sono secoli.

Dice che sotto le fondamenta del castello di Monticelli d’Oglio viveva una coppia di serpentoni: erano marito e moglie. In quei recessi antichi allevavano la loro famigliola. Una notte, come tutte le notti, il maschio uscì dal nido in cerca di cibo, e come faceva sempre attraversò il fiume che lì divide la terra in due. Chissà come, chissà perché, il serpentone maschio non riuscì più a tornare a casa. C’è chi dice che fu a causa di un’improvvisa tempesta che gonfiò l’Oglio al punto da impedire alla bestia il rientro; c’è invece chi sostiene che il rettile perse la tramontana e non riuscì più a ricongiungersi con la sua famiglia.

A Monticelli qualcuno racconta che chi si porta sulle rive dell’Oglio, a mezzanotte in punto, potrebbe avere l’avventura di vedere la serpentessa ritta sulla coda, che pare una stroppa, sulla sponda bresciana; e lui, nella stessa posizione, sulla riva opposta, quella cremonese. Si vedono e si parlano una sola volta all’anno, la stessa notte dell’alluvione, usando un linguaggio antico e misterioso che nessuno capisce più.

Si vocifera anche che chi ha «l’orecchio fino» può ascoltare il suono delle campane che quella notte dal paese della torre caddero nelle acque gonfie. Suonano anche sotto il letto del fiume. Invocano ancora quel soccorso che mai arrivò.

Il bicchiere sul tavolo è ormai vuoto, la pipa quasi spenta. Nella stanza solo il rumore della legna che scoppietta nel grande camino in pietra. Paolo rimane ancora qualche attimo in silenzio, quasi non volesse rompere l’incantesimo del suo racconto. Ma è quasi l’ora di cena. Marta, sua moglie, irrompe in casa con due pesanti borse in plastica, è la spesa. Richiude fragorosamente la porta accendendo la luce. «Che nebbia che ghè». Addio incanto, si torna alla realtà. Indossiamo i nostri pesanti cappotti, salutiamo e ringraziamo i coniugi Spotti e via… ci avviamo per la strada avvolta nella nebbia che conduce verso casa.

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