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Un fermento di foglie

di Zia A.


(fonte immagine)

Ciò che la natura ha creato non è mai un caso. Le foglie degli alberi cadono ai piedi degli stessi o si allontanano al minimo soffio di vento: se mamma natura ha deciso così un motivo ci deve essere. Forse pensava che potessero servire come copertina per l’inverno rigido? Forse ha voluto fornire cibo per la primavera? Fattostà che, a meno di trovarsi in un bosco di conifere, le foglie, sempre più tardi (complice il cambiamento climatico in atto) cadono. Grande problema: per alcune città in particolare, dove spesso non si respira per lo smog e tutto è ricoperto di fuliggine nera e mortifera, l’importante è che le strade e i marciapiedi siano liberi dalle foglie. Le foglie portano zanzare, poi occorre disinfestare tutto con megagrammi di insetticida, minano la stabilità dei passanti quando marciscono madide di pioggia, il sindaco può trovarsi denunce di cittadini andati giù come birilli in un bowling!

Per esempio, una città a caso: a Milano grossi problemi nell’anno appena trascorso per la doppia caduta delle foglie. In agosto l’arsura e il caldo shock durato una decina di giorni hanno provocato una caduta estiva, che ha messo in crisi i rapporti tra la città e la sua municipalizzata per la raccolta, obbligando a tour de force squadre di detenuti impiegati in questa attività socialmente utile. Poco tempo fa invece è partito l’arruolamento di schiere di studenti e disoccupati che in cambio di 75 euro giornalieri hanno raccolto le foglie autunnali. Ma perché vi sto parlando di foglie invece che di orti?

Perché ormai è inverno, e per chi non ha la fortuna di risiedere nelle temperate località sudmarine, in orto fa freddo, pochi ortaggi sono rimasti a maturare alla prima brina, è il momento di fare il punto, di organizzare per la primavera, di riparare e riporre gli attrezzi, di ragionare sul futuro del pezzettino di terra e sonnecchiare al tepore della stufa a pellets, sorseggiando vin brulé e sfogliando cataloghi, magari online.

Ma un esperimento lo potete ancora tentare. Se avete un bosco, un filare, un albero, che ha perso le foglie tardi, come quest’anno è accaduto un po’ ovunque, le potrete raccogliere, purché non siano quelle coriacee di una magnolia o lente a decomporsi del faggio, e le deporrete ben pressate in una buca, che ricoprirete con uno strato di terra. Lo spessore dipende dalla quantità di foglie che avete deposto: se sono molte, una ventina di centimetri andranno bene, in linea di massima lo strato di terra deve poter ben contenere le radici delle insalate invernali che andrete a piantare sopra le foglie. Non da seme, direi, meglio se acquistate già in piantine dal vivaista o prodotte in proprio ma pronte per il trapianto. Avrete così realizzato un letto caldo come quello descritto da Gertrude Jekyll, una versione evoluta del compost abbinata direttamente alla coltivazione: il calore sviluppato dalle foglie in decomposizione sotto il terreno, favorirà la crescita dell’insalata che avrete piantato sopra.

Come si suol dire, due piccioni con una fava, capra e cavoli salvati, l’utile e il dilettevole, e via snocciolando. Le varietà che consiglio sono la Valerianella Olitoria, la mite valeriana o gallinetta, che potete tentare di seminare per contorni di primavera ad effetto tranquillante, oppure piantine da trapianto di diverse varietà di Cichorium Intybus, le cicorie o radicchi, che potranno così crescere e colorarsi per spezzare la monotonia invernale delle nostre pietanze. Quelle che prediligo sono il radicchio di Chioggia a palla rossa con le coste e le ramificazioni candide e il sapore dolcemente amaro, e la cicoria variegata di Castelfranco; questa in particolare è una gioia per gli occhi, con la sua forma a rosetta, ma molto espansa e aperta, il colore verde tenue marezzato di rosso: si direbbe dipinta da un pittore impressionista. Attenzione però, non aspettatevi di vederle subito colorate: pian piano, con l’avanzare del gelo, assumeranno la loro forma e la vivace colorazione, ma all’acquisto le piantine sono pressoché tutte verdi!

Non esiste letteratura di grandi ricette a base di radicchio: si può consumare crudo o cotto, ma in tal caso, oltre a un po’ di sostanze, perderà inevitabilmente il bel colore, consegnandoci intorpiditi piatti come l’inverno ormai giunto.

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