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I campioni d’Italia di pallavolo e la preparazione in acqua

Intervista con il vice allenatore del CoprAtlantide Giovanni Rossi

di Andrea Crosali


(fonte immagine: Francesco Di Leonforte)

Il CoprAtlantide l’anno scorso vinse lo scudetto di volley in un match combattuto sino all’ultimo punto del tie-break contro Trento. Fu una gioia indescrivibile per i piacentini, che per la prima volta videro il nome della loro città in cima a una classifica, per lo più in uno sport così popolare come il volley. Quest’anno il primo impegno dei biancorossi è stata la Supercoppa Italiana: una gara secca che gli uomini di Angelo Lorenzetti hanno vinto, aggiudicandosi il primo trofeo stagionale.

Una vittoria che pone le sue radici sin nella preparazione estiva che, per la prima volta, si è svolta in gran parte in acqua, grazie alla collaborazione della piscina Vittorino da Feltre che ha messo a disposizione le sue strutture ai campioni d’Italia.

Sentiamo allora le impressioni su questo lavoro di Giovanni Rossi, vice allenatore e preparatore atletico della formazione emiliana.

Angelo Lorenzetti, allenatore di Piacenza, qualche settimana fa ha rivelato al Nuovo Giornale di essere stato molto soddisfatto del gioco espresso dalla squadra, evidenziando come la preparazione estiva avesse dato i suoi frutti. Come vi è venuta l’idea di una preparazione in acqua? Che benefici ha dato?

«L’idea in realtà l’avevamo già da diverso tempo, tuttavia mancava una struttura adeguata in cui poter svolgere il lavoro. I frutti ci sono stati per tutta la squadra, ma soprattutto per i giocatori che sono più avanti con l’età: per loro infatti riprendere gli allenamenti dopo la pausa estiva è sempre abbastanza traumatico. La possibilità di usare l’acqua, che permette di ridurre al minimo gli stress articolari e tendinei, ci ha permesso di fare degli esercizi finalizzati al salto che un terreno duro come quello di una palestra avrebbe reso impossibili. I risultati sono arrivati anche grazie alla quantità di lavoro svolta, che rimane comunque importante.»

Come si è arrivati all’accordo con la piscina Vittorino da Feltre?

«È un accordo nato inizialmente a livello di sponsor; io ho subito preso la palla al balzo. Avevo già provato quando usavamo un centro fitness a Piacenza. Allora avevo creato all’interno della preparazione qualcosa di simile, dove i ragazzi entravano in acqua, ma non c’era alla base tutta la programmazione tecnica e la cura anche nei dettagli di quest’estate.»

È un tipo di allenamento molto utilizzato in altri sport come il calcio. Per il volley è una novità?

«No. Altre società che dispongono di strutture adatte effettuano questo tipo di preparazione già da tempo. L’acqua è utilizzata tantissimo anche in fase di recupero e di riabilitazione di un giocatore. L’utilizzo che si fa dell’acqua è ovviamente diverso rispetto a quello che si fa negli altri sport. Nella nostra prima esperienza non abbiamo utilizzato il gesto del nuoto o la nuotata classica, ma abbiamo preferito effettuare esercizi più tipicamente ‘da palestra’, riproponendo ad esempio i movimenti che si fanno con il bilanciere e quindi la simulazione dello stacco, dello slancio, del lavoro con dei sovraccarichi. Sono tutti elementi importanti per sviluppare la reattività, che però non provocano eccessivi sforzi muscolari.»

Esperimento riuscito? Ripeterete l’esperienza?

«Sì, a dire la verità volevo riproporre una fase di allenamento in acqua già a novembre. Purtroppo i calendari sono cambiati in corso d’opera e non c’è stata la pausa prefissata. Sarebbe servito un periodo senza competizioni che permettesse di riprendere il lavoro fatto in estate; ciò non è stato possibile e questo ci ha un po’ penalizzato. È stato un peccato! Pensavo di utilizzare ancora di più le gestualità della pallavolo perché si tratta comunque di un periodo in mezzo alla competizione e non si possono fare cose troppo specifiche. L’idea era proprio quella di sfruttare l’acqua bassa: in estate abbiamo utilizzato una piscina all’aperto da 50m, con una profondità che va da 1,70m a 2,10m. Al contrario in questo periodo invernale avremmo dovuto utilizzare una piscina coperta che toccasse al massimo il metro e trenta, valorizzando di più la reattività dei salti. Sfortunatamente non abbiamo potuto farlo.»

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