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E mare libertas

Piccole nazioni costruite sull’acqua

di Sante Cantuti


(fonte immagine)

Esistono alcune persone che hanno fatto dell’autonomia il loro unico obiettivo nella vita. A queste persone non bastava avere un giardino privato, un appartamento con garage o qualche pannello solare per sentirsi più indipendenti: loro hanno voluto costruire un proprio Stato sovrano dichiarandolo indipendente davanti a tutto il mondo. Questi uomini un po’ stravaganti (o geniali) alla domanda «dove possiamo trovare una terra tutta nostra in un mondo in cui non esistono più terre libere?» risposero semplicemente «nell’acqua». Questo concetto è chiamato seasteading, ovvero la creazione di un’abitazione permanente in mare.

Infatti è proprio nell’acqua che nel 1967 sorse il Principato di Sealand, un atollo usato dalla marina reale inglese e poi abbandonato dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il radio-pirata Paddy Roy Bates decise di occuparlo con la sua famiglia e di dichiararlo Stato indipendente. Il motto del Principato è molto significativo: «E mare libertas», ed effettivamente è proprio nell’acqua che il piccolo regno ha potuto sopravvivere indipendente fino ai nostri giorni. Lo staterello galleggiante ha coniato una sua moneta, ha posseduto una rappresentanza sportiva, ha combattuto una piccola guerra contro i Paesi Bassi (con tanto di mercenari, assedi e prigionieri), si è reso disponibile per offrire asilo a Napster (il celebre programma peer-to-peer) e ora pare che sia in vendita alla modica cifra di 750 milioni di euro.

Anche nella nostra Italia, nelle acque internazionali al largo di Rimini, fu dichiarata l’indipendenza dell’Isola delle Rose, un atollo costruito dall’ingegnere bolognese Giorgio Rosa nel 1968. Questo staterello artificiale era incredibilmente organizzato: aveva un proprio governo, una propria moneta, i suoi francobolli, la sua lingua ufficiale (l’Esperanto), il suo inno nazionale wagneriano e un motto che, guarda caso, anche questa volta fa riferimento all’acqua («Far crescere le rose sul mare»). Il governo Italiano ne impedì l’attracco sia alle folle di turisti incuriositi che ai costruttori stessi. L’isola ebbe però un abitante speciale, il naufrago Pietro Bernardini, che vi si stabilì per un anno. Il governo decise infine di occupare l’atollo e di farlo esplodere. Le numerose proteste di Rosa che parlavano di «occupazione militare italiana» e della distruzione di uno Stato libero fondato in acque internazionali e lo sdegno del popolo riminese non valsero a niente.

Di autoproclami d’indipendenza ce ne sono stati tanti altri e quasi tutti hanno rivendicato l’indipendenza di isole naturali o artificiali, dal Regno di Redonda nelle Indie Occidentali alla Repubblica di Minerva nelle Fiji, dall’isola occupata dagli indipendentisti sardi Malu Entu all’isola ambientalista Waveland, dal Regno Gay e Lesbo delle Isole del Mar dei Coralli fino al Regno di EnenKio, una banale copertura per attività fraudolente.

Ma l’esperienza più curiosa e forse la più nostrana è senza dubbio l’esistenza della Repubblica di Bosgattia (il cui nome per intero è «Libera Indipendente Transitoria Analfabeta Tamisiana Repubblica di Bosgattia»). Si tratta di un isolotto situato sul Po in provincia di Rovigo che, dal 1945 al 1956, veniva occupato ogni estate, da luglio a settembre, dal professore filologo Luigi Salvini. La piccola oasi naturale venne proclamata ironicamente Repubblica. Nonostante la chiara natura ludica dell’impresa, Salvini si prefisse come scopo quello di vivere lontano da tutto ciò che potesse ricordargli la vita civile e perciò gli abitanti bosgattesi si diedero delle regole tutt’altro che semplici: erano vietati i titoli di studio, il lavoro, i giornali, la radio, la televisione, i libri e soprattutto la visita dei parenti previa autorizzazione. Possedevano una loro valuta (il çievaloro, pari a 5 lire), una bandiera, una dogana, una flotta composta da due barchette da pesca e le loro case erano grandi tende da accampamento. La combriccola di intellettuali se ne stava lì per una stagione intera a mangiare pesce e ad ascoltare la natura del Polesine e la silenziosa voce del fiume, lontano dalla confusione di un’Italia uscita dalla guerra con le ossa rotte.

Quando l’uomo lascia, anche solo per un istante, i freni della propria fantasia e comincia a realizzare un luogo ideale, libero e indipendente, non può fare a meno che pensare all’acqua. Ma perché? Forse perché la Storia ci parla soprattutto di guerre fatte per conquistare le terre e invece l’acqua, così immensa e instabile per poter essere catturata, sembra essere rimasto uno degli ultimi simboli di un’inafferrabile libertà.

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