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Quando l’acqua fa paura

L’incubo, e il letargo, di Acquabomber

di Nicolò Fochi


(fonte immagine)

Gli incubi, quelli peggiori, colpiscono nei luoghi più insospettabili. Un luogo come Ostiglia: paese di 7000 anime relegato ai confini del Mantovano. È la sera del 19 novembre 2003. Luca, un vivace bambino di 11 anni, è seduto a tavola con i suoi genitori, pronto per cenare: la più classica scena di vita familiare. Ma si sa: gli incubi, quelli peggiori, colpiscono anche nei momenti più impensabili. Mamma Milena versa un bicchiere d’acqua al proprio figlio, assetato. Ma Luca, un attimo prima di bere, storce il naso: quel bicchiere non lo convince. «Bevi, non fare lo stupido», lo rimprovera la madre, esasperata dal vizio del figlio di annusare scrupolosamente qualsiasi cibo o bevanda gli si offra. Luca si convince ed assapora un sorso di quell’acqua. Il gusto è tremendo: il bimbo, con prontezza, corre al lavandino a sputare tutto. Nell’acqua, si scoprirà in seguito, era disciolta dell’ammoniaca. Per Luca un forte bruciore in bocca e tre giorni di osservazione all’ospedale. Per l’Italia, invece, è l’inizio dell’incubo Acquabomber.

Nel rapido giro di venti giorni gli episodi di avvelenamento da acqua si moltiplicano a macchia d’olio: prima altri due intossicati nel Mantovano, poi il terrore si sposta a Verona, Torino, Padova, Pistoia, Viterbo, scendendo fino a Bari e Brindisi. Alla fine del 2003 saranno 24 i casi accertati. Casi che presentano parecchie affinità: stesso prodotto (acqua minerale, acquistata sempre in un supermercato); stessa tecnica di sabotaggio (un foro sul collo della bottiglia, proprio sotto al tappo); stesso strumento (una siringa da insulina); stesse sostanze, tutte simili (ammonio, ammoniaca, varechina, candeggina, cloro attivo, detersivi); stesse dosi (mai letali, ma per provocare malori). L’obiettivo di Acquabomber è chiaro: colpire nel mucchio indiscriminatamente, senza uccidere, ma per provocare il panico e il caos. Obiettivo centrato in pieno. Ovunque la psicosi dilaga: prima di dissetarsi la gente agita e rovescia le bottiglie, alla maniacale ricerca del forellino sospetto; aumentano le vendite delle bevande contenute in recipienti di vetro, materiale inattaccabile dalle siringhe; si fa la fila alle fontanelle; si preferisce bere dai rubinetti di casa; fioccano i falsi allarmi; si moltiplicano gli emuli – o aspiranti tali – di Acquabomber. Tra questi anche un simpatico infermiere di Castiglione delle Stiviere (Mantova) che, per fare uno scherzo ai colleghi, forò una bottiglietta d’acqua: multato e denunciato ai carabinieri.

Poi, dopo tanto trambusto, il silenzio. E questa brutta storia, quasi fosse una moda passeggera e fugace, finì ben presto nel dimenticatoio. Nel settembre del 2005 nessuno oramai pensava più ad agitare e rovesciare le bottigliette d’acqua prima di berle. Tantomeno Vanni Favaro, operaio 29enne di un’azienda padovana. Vanni, in quella calda giornata di fine estate, per rinfrescarsi un po’ decide di prelevare una confezione d’acqua dal distributore automatico della ditta. La sete lo induce a bere velocemente il contenuto della bottiglietta da mezzo litro. Poi, all’improvviso, si accascia al suolo, in preda a dolori acutissimi. Nemmeno il tempo di chiedersi se, a distanza di due anni, Acquabomber sia davvero tornato che, in pochissimi giorni, ecco spuntare altri casi: a Pantigliate, nel Milanese (intossicata una ragazzina di 13 anni), poi a Monza, Arcore e Desio. Un film già visto: la psicosi riprende, vigorosa, per poi scemare progressivamente con il passare dei mesi.

Se si escludono una manciata di casi sporadici avvenuti in Toscana nel 2008 e in Sardegna nell’ottobre scorso, il letargo di Acquabomber dura oramai da più di 4 anni, ma sulla sua figura permangono ancora tantissimi interrogativi. Le indagini degli inquirenti non hanno mai portato a risultati concreti. E non servì a nulla nemmeno quella tragicomica task-force di finte casalinghe che nel 2003, nei supermercati tra la bassa veronese e il Mantovano, come agenti in borghese si aggiravano insospettabili tra gli scaffali cercando di cogliere sul fatto i misteriosi sabotatori di acque minerali. Fra tanti dubbi, una sola certezza: riuscire a dare un volto all’avvelenatore seriale non è facile come bere un bicchier d’acqua. Meglio se di rubinetto, non si sa mai.

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