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L’acqua ha una memoria. Seconda puntata

Masaru Emoto: l’energia dell’uomo e del cosmo nei cristalli d’acqua

di Alessandro Zanelli


(fonte immagine)

» Leggi la prima puntata

La prima puntata di questo breve excursus sulle teorie e gli esperimenti circa le proprietà mnemoniche dell’acqua si era conclusa con la bocciatura delle tesi del biologo francese Jacques Benveniste, che aveva ipotizzato la possibilità per l’acqua di mantenere ‘memoria’ nella sua composizione molecolare delle sostanze in essa disciolte, anche successivamente alla loro eliminazione. Tuttavia, nonostante questa netta bocciatura delle tesi di Benveniste da parte della comunità scientifica, non solo l’idea dell’«acqua con la memoria» non è affatto scomparsa dalla circolazione, ma è tornata addirittura alla ribalta in questi ultimi anni, sostenuta da una nuova e controversa (per quanto affascinante) teoria, proveniente dal Giappone.

Fautore di questo rinnovato vigore è il dottor Masaru Emoto. Laureatosi alla Yokohama Municipal University in Relazioni Internazionali, nel 1992 egli ha ottenuto la certificazione a Dottore di Medicina Alternativa presso la Open International University of Alternative Medicine, un istituto indiano non accreditato e con requisiti d’ingresso minimali. Egli è successivamente divenuto famoso a livello internazionale grazie alla sua collana di libri intitolata Messages from Water (Messaggi dall’acqua), oltre che per lo spazio dedicato alla sua ricerca all’interno del discusso film What the bleep do we know!?. È attraverso questi canali, infatti, che Emoto ha presentato al mondo la sua convinzione di aver trovato, finalmente, prove certe che la formazione dei cristalli di ghiaccio sia influenzata da fattori non appartenenti al mondo chimico-fisico, e che la struttura stessa di questi cristalli sia indicativa della qualità dell’acqua di cui sono composti.

Le ricerche di Emoto prendono vita da un innovativo procedimento, da lui stesso concepito, sviluppato e descritto: «Un campione d’acqua viene diviso in 50 parti, ciascuna di circa 0,5 ml, che vengono inserite in contenitori e congelate a una temperatura di -25º/-30º C per tre ore. Quindi i campioni vengono estratti, e la formazione della calotta viene esaminata e fotografata. Poiché la temperatura esterna è più alta a causa della luce del microscopio, il ghiaccio inizia subito a sciogliersi. La foto deve perciò essere scattata entro due minuti, ed è per questo che occorre essere particolarmente veloci e abili. Da uno stesso campione d’acqua, pertanto, vengono ottenute 50 fotografie, tra cui solo la metà viene considerata attendibile». I risultati, esposti da Emoto all’interno dei suoi scritti, appaiono eccezionali. Proprio come per i cristalli di neve, le fotografie indicano che anche l’acqua cristallizzata dà risultati sempre diversi e di grande impatto visivo.

Tuttavia, secondo lo scienziato le rivelazioni ottenute da questi scatti non si limiterebbero alla sola bellezza dei cristalli. Egli giunge a sostenere che la loro forma, simmetria e perfezione sarebbero direttamente correlate all’esperienza dell’acqua stessa che li compone. Ciò significa che se essa in passato ha vissuto situazioni ‘positive’, i cristalli fotografati saranno di particolare bellezza, simmetrici e perfetti; se invece l’acqua si fosse venuta a trovare in un ambiente ‘negativo’, i cristalli si presenterebbero amorfi e privi di armonia. Questo accadrebbe poiché l’acqua sarebbe in grado di registrare la vibrazione di una energia estremamente sottile, definita nella cultura giapponese con il termine Hado (ovvero «cresta dell’onda»), che alcuni ritengono essere all’origine della creazione del mondo. Il cristallo d’acqua, in quest’ottica, sarebbe il segno che renderebbe visibile l’influsso di questa sottile vibrazione, non percepibile all’occhio umano, ma in grado di influenzare la materia.

Lo stesso Emoto spiega che «le acque comunicano sempre. Se si accostano due tipi diversi di acqua, esse si trasmettono diverse informazioni, influenzandosi tra di loro. Un’acqua più carica di energia trasmette informazioni a un’altra. Certamente tra acqua e acqua c’è un buon rapporto, e quindi le molecole dell’acqua che sta dentro il nostro corpo comunicano con quelle che si trovano nel vapore acqueo tutto intorno a noi. Se ci troviamo in un buon ambiente, allora l’acqua presente nel nostro corpo si carica di buona energia. Nel caso in cui l’acqua del nostro corpo non sia buona, allora le informazioni cattive aumentano. Una cattiva ondulazione influenza anche l’ambiente esterno. Nella nostra epoca siamo spesso costretti a vivere in ambienti non buoni, quindi ci dobbiamo sforzare di creare un ambiente migliore, e dobbiamo bloccare le informazioni dannose».

In poche parole, l’Hado creerebbe vibrazioni che, se buone e positive, originerebbero benessere. Partendo dal presupposto che l’informazione impartita all’acqua viene da essa mantenuta, sarebbe quindi possibile introdurla nel nostro organismo a fini curativi, poiché essa sarebbe in grado di far acquisire al corpo uno stato di rigenerazione. Una tesi che, come si può vedere, si spinge ben oltre rispetto alle teorie del ‘pioniere’ Benveniste.

Allo scopo di dimostrare la propria tesi, il dottor Emoto ha prelevato e analizzato centinaia di campioni da diverse parti del mondo, e ha successivamente esteso il suo campo di ricerca, iniziando a compiere esperimenti circa la relazione che intercorrerebbe tra l’acqua e la musica, le parole, i pensieri e gli stati d’animo. Le immagini derivate da questi ‘test’ illustrano una netta differenza tra cristalli che derivano da esperienze contrapposte (ad esempio tra 5a sinfonia di Beethoven e Hard Rock; tra parole come «amore» / «gratitudine» / «Gandhi» e «tu mi fai star male» / «ti ucciderò» / «Hitler»; tra la stessa acqua di un lago inquinato, analizzata prima e dopo una preghiera collettiva effettuata sulle sue sponde), ma anche tra le colorazioni assunte da tre manciate dello stesso riso, conservate in tre contenitori pieni d’acqua, sottoposti a trattamenti diversi (uno ringraziato, il secondo ignorato, il terzo insultato) ogni giorno per un mese circa. Secondo Emoto, dunque, la direzione comune cui tenderebbero questi risultati sarebbe la conferma della bontà delle proprie affermazioni.

Le critiche mosse dalla comunità scientifica alle ricerche condotte dal ricercatore giapponese si presentano del tutto simili a quelle già mosse verso il lavoro di Jacques Benveniste. La prima questione che si pone, cruciale per una corretta valutazione della scientificità di queste teorie, è la seguente: acque diverse che hanno avuto le stesse esperienze danno cristalli uguali? Lo stesso Emoto spiega che «non è possibile la somiglianza totale. Nel mondo dei cristalli è impossibile che ci siano delle copie identiche. Anche se si prendesse la stessa acqua dalla stessa bottiglia ci sarebbero solo delle somiglianze, ma non dei cristalli identici».

Silvano Fuso (dottore di Ricerca in Scienze Chimiche, socio effettivo del CICAP e autore di diversi libri sul tema «scienza, pseudoscienza e paranormale») definisce le convinzioni di Emoto «una fantasiosa variazione sul tema della memoria dell’acqua, e al pari di quest’ultima esse sono prive di fondamento scientifico. È significativo, infatti, che egli abbia sempre rifiutato di sottoporre i suoi esperimenti a un controllo in doppio cieco». La mancanza di procedure a doppio cieco è stata sottolineata anche da James Randi, che ha inoltre lanciato a Emoto la famosa «sfida del milione di dollari». Una sfida che il ricercatore giapponese non ha mai accettato.

Antonio Bianconi (docente di Bio-fisica all’Università La Sapienza di Roma) spiega che «nei lavori di Emoto sulla memoria dell’acqua, si parla di una memoria dell’informazione che verrebbe trasportata in tempi molto lunghi, mentre i tempi di fluttuazione, in cui la memoria delle forme fluttuanti nell’acqua si possono trasferire, sono stati calcolati essere molto inferiori al miliardesimo di secondo. Dopo questo brevissimo intervallo di tempo, l’informazione si perde».

Kristopher Setchfield (Dipartimento di scienze naturali del Castleton State College, Vermont), nella sua Review and analysis of Dr. Masaru Emoto’s published work on the effects of external stimuli on the structural formation of ice crystals, ha evidenziato come lo stesso Emoto, nelle sue interviste, abbia manifestato un totale disinteresse verso il metodo scientifico. La procedura stessa che egli utilizza per fotografare i cristalli non prevede, ad esempio, alcuno strumento di controllo per garantire che la parzialità dello sperimentatore sia impedita, o quantomeno ridotta al minimo, e non garantisce, inoltre, che i risultati ottenuti non siano selezionati consapevolmente o inconsapevolmente dal fotografo.

La convinzione di Emoto che la formazione dei cristalli di ghiaccio sia sensibile al pensiero umano, infatti, lo porta a selezionare un personale che non possa, a suo dire, incidere sulla formazione del cristallo con pensieri negativi, preferito a molti altri tecnici che invece sono già in possesso di una vasta esperienza nel campo della ricerca formale. Una procedura a doppio cieco, in cui un fotografo non saprebbe quale campione d’acqua si trova a fotografare, renderebbe invece il tutto notevolmente più credibile. È certo inoltre come, all’interno dei suoi lavori, Emoto non pubblichi tutte le foto riguardanti i cristalli d’acqua, ma solo una loro selezione da lui stesso curata. Questo porta a ritenere che vengano selezionate solo le immagini che più si confanno alla dimostrazione delle sue teorie, mentre ne verrebbero scartate chissà quante (si stima 99 su 100) che non tenderebbero affatto in quella direzione.

A sostegno di ciò, vale la pena di notare che le procedure di Emoto indicano come i suoi campioni siano congelati a circa -25° C, e come i cristalli di ghiaccio si formino a -5° C. Ebbene, secondo il «diagramma morfologico della formazione dei cristalli di ghiaccio» di Kenneth Libbrecht (presidente del Dipartimento di Fisica a Caltech e ricercatore di spicco nel campo dei cristalli di ghiaccio), queste temperature dovrebbero produrre principalmente cristalli-colonna, anziché cristalli-piastra, mentre nessuna foto mostrata da Emoto raffigura un cristallo-colonna. Ciò rende i dati del giapponese quantomeno sospetti, poiché essi appaiono in conflitto con i risultati di un’autorità nel campo della ricerca scientifica in materia, e perciò indicativi della possibilità che Emoto escluda le immagini non solidali con la sua ipotesi.

E ancora, il metodo di Emoto, seppur semplice e diretto, non riesce a eliminare alcune possibili fonti di errore. La formazione strutturale dei cristalli di ghiaccio, ad esempio, dipende da diversi fattori ambientali, i più importanti dei quali sono temperatura e umidità. Sebbene egli si preoccupi di effettuare i suoi studi ogni volta nella stessa stanza, con le stesse dimensioni del campione, lo stesso congelatore e lo stesso microscopio, i contenitori (piatti Petri) non sono invece sigillati, cosa che servirebbe a evitare una possibile contaminazione da parte dell’operatore o dell’ambiente (un semplice respiro del fotografo durante l’utilizzo del microscopio, ad esempio, incide sul tasso di riscaldamento del campione congelato e sulla temperatura della formazione di cristallo, e di conseguenza sulla struttura del cristallo risultante).

In assenza, dunque, di prove scientifiche, alcune risposte potrebbero forse provenire da un’altra teoria, detta dei «campi morfo-genetici», portata alla ribalta da Rupert Sheldrake, biologo e scrittore inglese. Non ancora riconosciuti dai fisici ‘ortodossi’, i campi morfo-genetici avrebbero un ruolo fondamentale nella formazione ed evoluzione degli organismi viventi. In pratica, essi sarebbero una sorta di «memoria planetaria», se non addirittura universale, alla quale attingerebbero tutte le forme di vita, il cui sviluppo sarebbe da questi guidato, indirizzato e organizzato. Una guida che porterebbe le cellule ad assumere le forme che siamo soliti ritrovare in natura. Inoltre, sarebbe proprio grazie a questo tipo di campo che gli individui all’interno di uno stormo di uccelli, o di un branco di pesci, si muovono in modo perfettamente sincronizzato, riuscendo a non urtarsi l’uno con l’altro. Lo stesso procedimento varrebbe, infine, anche per tutti gli altri elementi, tra cui l’acqua.

Tuttavia, secondo Sheldrake, il campo stesso sarebbe in continua evoluzione, proprio perché in grado di mantenere una ‘memoria’ della sua storia. In questo senso, quindi, anche l’acqua possederebbe una memoria, attinta da questi campi morfo-genetici. Se ciò fosse vero, dunque, più che di una vera e propria «memoria dell’acqua», dovremmo parlare di una «memoria generale», alla quale tutti gli elementi che noi conosciamo attingerebbero. In questo caso l’acqua sarebbe solo uno di questi elementi, e perciò tratterrebbe solo una parte di questa immensa memoria.

Altri studiosi, inoltre, come il dottor Mae-Wan Ho dell’Institute of Science in Society o i fisici quantistici Del Giudice e Preparata, sostengono che la ricerca di Emoto meriterebbe molto più interesse di quanto la comunità scientifica non ne stia concedendo. Secondo questi ricercatori, per trovare una spiegazione allo strano comportamento dell’acqua, occorrerebbe direzionare la ricerca di Emoto verso le proprietà quantistiche del prezioso liquido, che risulterebbe sensibile alle oscillazioni coerenti di lunga durata. Ciò accadrebbe in base a un effetto dimostrato, chiamato «entaglement quantistico», che prevede che due sistemi separati (come due molecole d’acqua) reagiscano istantaneamente l’una con l’altra al cambiamento di stato, come se avessero un legame, anche se a distanza e nonostante nessuna delle loro proprietà fisiche le colleghi. Questa è la base, per esempio, dei nuovi computer quantistici, della crittografia quantistica (già utilizzata) e del teletrasporto quantistico.

Conclusioni

Nel primo caso appare quasi con certezza che la buona fede di Benveniste fosse autentica. Egli può pertanto essere accusato solamente di leggerezza, superficialità e ingenuità nell’accettare per buoni i risultati ottenuti dai suoi collaboratori, ma soprattutto di non aver applicato la regola fondamentale secondo cui «affermazioni straordinarie richiedono prove altrettanto straordinarie». Non è possibile, infatti, esternare con leggerezza affermazioni potenzialmente in grado di sconvolgere l’intero scibile umano, senza preoccuparsi di trovare dati ed evidenze che le confermino al di là di ogni dubbio (con il suo consueto linguaggio colorito, James Randi, in fondo al rapporto della commissione, riportò il seguente esempio: «Se io affermo di avere una capra nel mio giardino, molti di voi non avrebbero difficoltà a credermi e potrebbero accontentarsi della testimonianza di un vicino. Ma se affermassi di avere un unicorno nel giardino, quanti si accontenterebbero di una semplice testimonianza di un vicino?»).

Abbiamo inoltre visto l’enorme clamore suscitato dai mass-media in occasione della pubblicazione dell’articolo di Benveniste. Ci si sarebbe perciò aspettati un corrispondente clamore in seguito alla smentita delle sue affermazioni. Le cose, invece, non andarono così. Ricercando, infatti, nei giorni seguenti la pubblicazione del rapporto della commissione di Nature, sugli stessi quotidiani che avevano pubblicizzato con grande enfasi la notizia originaria si potevano ritrovare ben pochi riferimenti a tale smentita. Questo comportamento dei mass-media è, purtroppo, abbastanza frequente. Le notizie sensazionalistiche trovano spazi smisurati, mentre le successive smentite vengono quasi ignorate, trovando tutt’al più spazi minimi (si può citare, a tal riguardo, una famosa frase di Mark Twain, secondo il quale «una bugia ha già viaggiato per mezzo mondo, che la verità si sta ancora allacciando le scarpe»). Ciò accade in tutti i settori, ma tale atteggiamento risulta particolarmente pericoloso e diseducativo proprio nel campo scientifico, visto che la maggior parte delle persone riceve le proprie informazioni attraverso questi intermediari dell’informazione, e non attingendo dalle fonti originali. Sarebbe perciò auspicabile che i mezzi di comunicazione adottassero una maggiore prudenza, serietà e competenza nel trattamento di notizie di questa portata.

È invece la mancanza di fondamento scientifico che impedisce al lavoro del dottor Emoto di attirare l’interesse della quasi totalità degli scienziati accettati e rispettati dalle istituzioni di ricerca. La cosa più grave, tuttavia, è che un gran numero di persone gli dia credito senza indagare la scientificità delle sue affermazioni, e che Emoto abbia sviluppato un’azione di merchandising basandosi proprio sulla certezza assoluta delle proprie teorie. Nel Gennaio 2008, infatti, egli ha fondato la Office Masaru Emoto GK (ovvero «godo kaisha», società a scopo di lucro) nel quartiere Yanagibashi, a Tokyo, giustificando i propri profitti come fondi necessari per effettuare ricerca e formazione sull’acqua, e poter quindi rincorrere il sogno di un «mondo di pace».

Poco tempo dopo, inoltre, egli ha creato la fondazione «Emoto Peace Project», che avrebbe come intento quello di «comunicare con l’acqua», allo scopo di diffondere nel globo emozioni positive grazie alla presunta memoria del liquido. Nonostante il nobile intento proclamato, occorre però ricordare che tale fondazione dipende da una struttura chiamata HADO, la quale, oltre a organizzare corsi e seminari, gestisce sul proprio sito web un fiorente merchandising, utilizzando la fama conquistata dalle ricerche di Emoto presso il grande pubblico. È da notare, a tal riguardo, come insieme a materiali audiovisivi, libri e poster, l’online shop della Hado comprenda anche la vendita dell’«Acqua Indigo», indicata come «geometricamente perfetta» e quindi in grado di essere «più facilmente assimilata a livello cellulare», e per questo motivo venduta a 35 dollari la bottiglia.

È perciò opportuno concludere questo excursus ricordando la critica che sovente viene mossa al metodo scientifico, tacciato di essere eccessivamente ermetico e quindi di impedimento a un libero sviluppo di nuove teorie. Esprimendo un parere in proposito, Carl Sagan (astronomo, divulgatore scientifico e autore di fantascienza statunitense) affermò semplicemente: « vero, inizialmente risero di Copernico e di Albert Einstein, ma è altrettanto vero che risero pure di Bozo il pagliaccio…».

Fonti e approfondimenti

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About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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