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Gli dei delle acque

La seconda puntata della rubrica «Archeostorie»

di Michele Dall’Aglio


(fonte immagine)

Mentre per l’Italia preistorica e pre-romana non abbiamo nomi di divinità certe legate alle acque, per quella romana e magno-greca possediamo dei acquatici documentati, che, secondo il mito, potevano generare figli con i mortali. Tra i popoli celtici il culto delle acque aveva una grande importanza, come attestato dal gran numero di offerte votive. Sulle loro iscrizioni i nomi dei fiumi erano sempre preceduti da epiteti divini e le dee legate alle acque, per lo più ninfe delle sorgenti, sembrano essere in numero maggiore rispetto agli dei.

A loro riguardo scrive il MacCulloch: «… Ogni sorgente, ogni ruscello…, ogni fiume…, la rombante cateratta e il lago erano abitati da esseri divini, immaginati in genere come belle donne, alle quali erano associate certamente le matres. In quei luoghi si rivelavano ai loro fedeli e, quando il paganesimo si dissolse, esse rimasero come fées, fate, che popolavano sorgenti, pozzi o fiumi.» Sono sostanzialmente le fate rese famose dal ciclo arturiano. I Celti offrivano agli dei guaritori oggetti preziosi e modellini delle parti del corpo malate, oppure piastrine di piombo con invocazioni di guarigione.

Oceano e Teti

Con il nome «Oceano» si designava sia il corso d’acqua che circondava il mondo, sia il dio che lo costituiva. Era il maggiore dei Titani, figlio di Urano e di Gaia. Dopo la formazione del cosmo, Oceano aveva continuato a scorrere ai margini della terra, circondandola ininterrottamente. Quando Giove prese il potere solo Oceano continuò ad occupare il posto che aveva in precedenza, in pratica presiedendo una corrente che divideva il mondo dei vivi da quello dei morti.

Nei riti orfici la sua invocazione lo designava come «… padre immortale, eterno, / origine degli dei immortali e degli uomini mortali, / che ondeggia intorno al cerchio che delimita la terra: / dal quale derivano tutti i fiumi e tutto il mare / e i santi umori ctoni della terra che scorrono dalle sorgenti. / … potente mezzo di purificazione degli dei, / caro termine della terra, principio del cielo…».

Oceano, divinità maschile, per poter essere origine di tutto aveva bisogno di una dea, dato che l’acqua come potenza generatrice è sempre di genere femminile: sua sorella e sposa Teti, da non confondersi con la omonima nereide madre di Achille. Teti era la madre delle migliaia di figli di Oceano: i fiumi e le Oceanine.

Eurinome ed Ofione

Tra le Oceanine vi era Eurinome, che regnava sul mondo con suo marito Ofione, prima di essere scacciata da Crono e Rea. Dopo la presa di potere da parte di questi ultimi, i due dei si rifugiarono nel mare. Secondo Graves proprio Eurinome era nella cosmogonia dei Pelasgi, antichissima popolazione anteriore agli Indoeuropei, la dea originaria, regnante sul mare. Secondo il mito, all’inizio dei tempi Eurinome sorse nuda dal Caos. Non trovando nulla di solido su cui posare i piedi, divise il mare dal cielo e cominciò ed intrecciò una danza rituale sulle onde. Dirigendosi verso sud, sentì il vento del nord, che si stava trasformando in qualcosa di distinto, lo afferrò, lo sfregò tra le mani, facendo apparire il serpente Ofione, con il quale si accoppiò. Poi sotto forma di colomba volò sul mare e depose l’uovo universale, che fu covato da Ofione. Quando l’uovo si schiuse, nacquero tutti gli dei e le cose esistenti.

Ponto, Briareo e Taumante

Ponto, il Flutto, era considerato la più arcaica divinità marina, capostipite degli altri dei. Egli figurava solo nei miti sulla nascita del cosmo e degli dei più antichi. Era figlio di Etere e di Gaia, alla quale si unì, generando Nereo, Taumante, Forco, Ceto ed Euribia. Taumante era un altro nome del cosiddetto «Vecchio del mare», la divinità che dominava sulle acque salate. Il suo nome deriva dal greco «θανμα» («meraviglia»). Si sposò con l’oceanide Elettra, che gli generò Iride e le Arpie. Briareo, uno dei tre centimani, è connesso alle acque solo perché era chiamato anche Egeone, per il fatto di risiedere nell’Egeo, ma il mito che lo riguarda non ha nulla a che fare con l’elemento idrico.

I «Vecchi del mare»

Il cosiddetto «Vecchio del mare» aveva tre nomi presso i Greci: Proteo, Forco e Nereo. Il primo, il cui nome significa «primo nato», dimorava nell’isola di Faro, pascolava le foche di Anfitrite e aveva il potere di assumere ogni forma per sottrarsi a chi voleva avvalersi delle sue capacità profetiche e di trasformare la materia. La sua mutevolezza era il simbolo di quella del mare, che cambia colore secondo le stagioni e i venti. Anche la sua onniscienza era simbolo dell’acqua che ingloba e circonda ogni essere vivente, conoscendone il destino, come si nota anche in un inno orfico: «… Proteo, che ha le chiavi del mare, / primigenio, che ha reso manifesti i principi di ogni natura / mutando la sacra materia secondo figure multiformi,… / …, dai molti consigli, che conosce le cose che sono / e quante erano prima e quante saranno ancora in avvenire; / avendo infatti tutto, si trasforma, …».

Il secondo abitava ad Arinnio, sulla costa dell’Acaia, o sull’isola di Cefalonia, o di Itaca, dalla sua unione con Ceto nacquero le Graie, le Gorgoni ed il drago Ladone; con Ecate ebbe Scilla . Questa ultima era una ninfa bellissima, amata dal pescatore divinizzato Glauco, che fu trasformata dalla gelosa Circe in mostro. Nereo aveva capacità analoghe a quelle di Proteo. Era figlio di Ponto e di Gaia e sposo dell’oceanina Doride, che gli generò cinquanta figlie: le Nereidi. Come Proteo cercò di sottrarsi alle domande di Menelao anche Nereo ingaggiò una lotta con Eracle che voleva sapere la strada per arrivare al giardino delle Esperidi.

Egli era il dio degli abissi marini e, come Poseidone, col quale aveva in comune anche il tridente, poteva causare o impedire i terremoti, come appare manifesto dall’inno orfico a lui dedicato: «O tu che contieni le radici del mare,… / che ti compiaci delle cinquanta fanciulle sull’onda / … belle figlie, Nereo, … / fondo del mare, confine della terra, principio di tutto, / che agiti il grande seggio di Dio… / … impedisci i terremoti…»; e Virgilio: «… stridono le selve e infuria schiumoso Nereo / e sommuove col tridente le acque dei più bassi fondali».

Il nesso tra divinità marine e terremoti non è molto chiaro ed è tuttora inspiegato. Forse dipende dall’aspetto e dall’effetto dell’acqua del mare, increspata dalle onde, che assomiglia a quello della terra scossa da un sisma, che sembra farsi liquida; oppure, essendo i Greci un popolo prevalentemente marinaro, con molti insediamenti sulle coste, si potrebbe mettere in relazione il terremoto con il pericolo delle onde anomale (tsunami), che potrebbero aver causato allora come oggi gravi cataclismi e tragedie.

Fra le figlie di Nereo, ninfe benigne e caritatevoli che vivevano in fondo al mare in una grotta splendente d’oro, le più importanti erano Anfitrite, sposa di Poseidone, Teti, moglie di Peleo e madre di Achille, e Galatea. Quest’ultima è legata ad un mito interessante: si racconta che abitasse sulla costa siciliana dove Polifemo pascolava il suo gregge. Il ciclope si era innamorato di lei e la corteggiava inutilmente dato che la ninfa amava perdutamente il pastore Aci, figlio di Fauno.

Un giorno Polifemo, dopo avere cantato il suo amore in cima ad una rupe a picco sul mare, guardando in basso, vide i due amanti e, furioso di gelosia, si precipitò contro di loro. La Nereide cercò scampo tuffandosi in mare mentre Aci si diede alla fuga, implorando disperatamente l’aiuto di Galatea e del padre. Il ciclope, staccato dal monte un enorme macigno, lo scagliò con forza e rabbia su di lui, schiacciandolo, ma: «Da sotto il masso filtrava rosso cupo il sangue: / che a poco a poco cominciò a schiarire / diventando color di un fiume da pioggia intorbidato, / per poi schiarirsi ancora; finché il masso si aprì / e tra le crepe canne fresche sorsero e alte, mentre / la bocca aperta nella roccia risuonava d’acqua corrente. / … A un tratto fino a metà del ventre si erse un giovane con due corna si canne inghirlandate: / sebbene più grande e dal volto celestino, Aci era, Aci in fiume mutato; e come fiume / il nome serbò che aveva avuto prima».

Poseidone e Anfitrite

Il dio del mare senz’altro più noto è Poseidone/Nettuno, figlio di Crono e di Rea. Alla sua nascita la madre, per sottrarlo al padre, lo aveva nascosto in un gregge di pecore, presso la sorgente Arne e aveva dato al marito, che inghiottiva i propri figli, un puledro. Poi Rea portò il piccolo Poseidone nell’isola di Rodi, affidandolo ai Telchini e a Cafira, un’oceanina. I primi, figli di Ponto e di Gaia, secondo una tradizione, gli forgiarono il tridente. Passati gli anni, Poseidone, giunto all’età virile, si congiunse ad Alia-Leucotea, sorella dei Telchini, generando sette figli. Dopo la sconfitta dei Titani, nella divisione del potere cosmico, gli toccò il mare. Era considerato impetuoso, ombroso e terribilmente vendicativo. Con il tridente provocava o acquietava le tempeste e i terremoti. Da quest’ultimo elemento si evince che il potere di Poseidone non era limitato soltanto alle acque, ma veniva esercitato anche sulla terra, tanto che il suo nome significa «signore della terra». Inoltre il dio aveva anche creato un animale terrestre, battendo il tridente sul suolo, o fecondando una pietra calcarea: il cavallo.

Unendosi con Demetra, la terra, ricollegandosi al motivo delle acque fecondatrici, ebbe come figli Persefone, il cavallo Arione o Erio. Da Medusa, prima che fosse trasformata in mostro da Atena, ebbe Pegaso e Crisaore, che uscirono poi dalla testa della Gorgone dopo la sua decapitazione operata da Perseo. Il primo ebbe un ruolo particolare durante la gara di canto tra le Pieridi e le Muse, quando l’Elicona si espandeva per il troppo piacere, minacciando di raggiungere il cielo. Poseidone, infatti, signore dell’acqua e della terra, mandò il cavallo alato a fermare il monte. Quest’ultimo fu colpito da uno zoccolo di Pegaso, bloccò la sua crescita e dalla roccia rotta dal colpo del cavallo scaturì la fonte Ippocrene.

Al dio venivano attribuiti tanti altri figli, per lo più malvagi e violenti, come Polifemo, generato con Toosa, Naplio, il brigante Scirone, Lamo, re dei Lestrigoni e Orione. Sua sposa legittima era Anfitrite, una delle Nereidi. Poseidone la vide un giorno mentre danzava con le sorelle presso l’isola di Nasso. Innamoratosi di lei, la rapì, ma Anfitrite gli sfuggì, rifugiandosi da Oceano o presso Atlante. Alcuni delfini rivelarono il nascondiglio della Nereide al dio, che incaricò uno di loro di persuaderla. Cosa che avvenne. Anfitrite divenne regina del mare e generò con Poseidone Tritone , Rodo e Bentesecima. Il primo è senz’altro il più famoso, celebrato anche da Esiodo: «… vigoroso e grande che nel mare, / il fondo abitando presso la madre e il padre signore, / ha aurea dimora, terribile dio…».

Era tenace, aggressivo e temibile e razziava le rive del lago Tritonide. Per vendicarsi gli abitanti del luogo posero sulle rive un otre di vino. Attirato dall’odore, Tritone si avvicinò e ne bevve, ubriacandosi fino al punto di addormentarsi. In questo modo coloro che fino a quel giorno erano state sue vittime ebbero ragione di lui, uccidendolo nel sonno a colpi di scure. Secondo un altro mito, Tritone avrebbe aggredito in un lago presso Tanagra alcune donne durante una festa in onore di Dioniso. Le vittime invocarono il dio del vino, che subito accorse in loro aiuto facendo fuggire Tritone.

Per Virgilio era stato il responsabile della morte di Miseno, che si era vantato di suonare la conchiglia meglio di lui . Secondo altri era timido, profetico e benigno, ponendo fine alle tempeste, suonando una conchiglia e, addirittura, aveva aiutato gli Argonauti. Tritone si unì ad Ecate, generando Pallante. Ebbe come figli anche i Tritoni, che, come lui, avevano il busto umano e la parte inferiore a coda di pesce o con due gambe serpentiformi e che facevano parte insieme alle Nereidi del corte di Poseidone.

Alfeo, Aretusa, Ciane e Acheloo

Tutti i fiumi erano, come già detto, figli di Oceano e Teti. Il fiume greco più lungo era Alfeo, che scorre tra l’Elide e l’Argolide e scorre sotterraneo per una parte del suo corso. Egli era innamorato di Aretusa , ninfa della corte di Artemide. Un giorno, dopo che lei si era bagnata nelle acque del fiume, Alfeo aveva cominciato ad inseguirla, acceso di passione. La ninfa in fuga, sentendosi ormai raggiunta, invocò l’aiuto di Artemide, che la soccorse e, citando Ovidio: «Freddo sudore pervade il mio corpo assediato / mentre cadono dalla pelle gocce azzurrine, / e se il piede sposto una pozza si forma, / dai capelli cola rugiada e… / in acqua mi muto; ma il fiume riconosce nell’acqua l’amata / e, smesso l’aspetto umano, torna ad essere quel che è, / una corrente, per mescolarsi a me. / Fu allora che la dea di Delo fece uno squarcio nel terreno, / ed io sprofondando in buie caverne giunsi fino ad Ortigia, / … / e qui per la prima volta rispunto dal sottosuolo».

Dall’altra parte della baia siracusana vi è la fonte Cìane. Secondo il mito era una ninfa, che tentò di impedire ad Ade di rapire Persefone, invano. Ne provò tanto dolore da sciogliersi in acqua e trasformarsi in fonte. Per quanto riguarda Acheloo, il fiume che oggi si chiama Aspropotamos, era anch’egli figlio di Oceano e Teti, sebbene sulle sue origini ci siano varie versioni discordanti. Era il padre di molte sorgenti e con Melpomene aveva generato le sirene. Normalmente viene raffigurato, specialmente sulle monete, come un toro, che rappresenta sia la potenza che la fecondità del fiume, con la testa umana. Ciò è dovuto ad un mito connesso con la dodicesima fatica eraclea.

Secondo la tradizione quando Eracle era sceso nell’Ade per riportarvi Cerbero, aveva incontrato Meleagro, al quale promise di sposare la di lui sorella Deianira. Quando si recò dalla ragazza scoprì che Acheloo l’aveva appena chiesta in moglie. Scoppiò allora la lotta tra i due. Acheloo per riuscire a sopraffare l’eroe si trasformò in toro, ma venne afferrato per le corna e fatto stramazzare a terra. Facendo ciò Eracle gli strappò il corno destro, che divenne, secondo alcuni miti, la cornucopia .

Le Naiadi

Le Naiadi erano le ninfe dell’acqua dolce: le Potameidi vivevano nelle fonti, le Limnadi nelle acque stagnanti e le Pegee nei corsi d’acqua. Spesso erano figlie del fiume in cui risiedevano. Erano le nutrici benigne della vegetazione, delle greggi e degli uomini, oltre ad esserlo state anche di Zeus e di Dioniso, al cui corteo spesso si uniscono, e di numerosi eroi.

Venivano venerate, in particolare, per i loro poteri guaritori: i malati bevevano l’acqua delle loro fonti o vi si bagnavano, se le ninfe lo consentivano. In caso contrario era considerato un sacrilegio e la vendetta divina si manifestava sotto forma di malattia. Spesso erano visibili agli esseri umani nelle ore del mezzogiorno, tanto che in molte leggende veniva espressamente vietato di avvicinarsi alle fonti in quelle ore, per non essere preda del fascino delle ninfe. In Italia l’esistenza delle ninfe è rimasta viva in molti racconti popolari; ad esempio si racconta che sotto il Fiumelatte, presso Lecco, vi sia una grotta in cui scomparvero tre uomini. Uno solo riuscì a tornare in superficie e disse che nel fondo della caverna esisteva il regno delle ninfe. Nel Lago di Matogno (NO) si dice che le ninfe emergessero dall’acqua quando erano certe che non ci fosse nessuno nei paraggi e lasciassero impronte di piedi caprini sulla sabbia o che trascinassero sottacqua, grazie al loro canto, gli uomini.

Le Ondine , entità delle acque dolci, portate in Italia dalle popolazioni germaniche, durante le invasioni barbariche e nell’Alto Medioevo, abitavano i laghi, fiumi e le cascate di montagna. Diventavano visibili all’alba ed al tramonto. Le più famose sono quelle del Lago di Carezza e di Caldaro, entrambi in provincia di Bolzano. Mentre una delle prime fece innamorare di sé l’arcobaleno, le seconde facevano doni nottetempo agli esseri umani meritevoli.

I torrenti che scendono dai ghiacciai della Marmolada erano abitati dalle Jarines o Mjanines, fate che si nutrivano di rugiada e che facevano annegare i viandanti scortesi. Nel Lec de Lunèdes, nell’Ampezzano, vivevano le Silfidi , che conoscevano passato e futuro, ma non il presente e che volentieri aiutavano i mortali che chiedevano loro consiglio. Simili a queste erano le Pelne, che furono trasformate in colombe verdi.

Nella categoria delle ninfe vanno inseriti anche tutta una serie di spiritelli come i Jafè vercellesi, simili a folletti, o l’Uomo Marino delle Alpi Lepontine, che donava parte del suo immenso tesoro alle anime nobili e annegava i malvagi, l’Uomo dell’Acqua del Lago Bianco di Lazfons (BZ), che difendeva la sua dimora da chi vi lanciava sassi, o l’Essere del Lago Nero della Valsusa (TO), che tirava sassate ai viandanti che passavano lungo le rive dello specchio d’acqua di notte.

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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