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Ritrovato il terzo fiume di Roma

di Michele Dall’Aglio


(fonte immagine)

È stato ritrovato recentemente il terzo corso d’acqua (gli altri fiumi dell’Urbe sono il Tevere e l’Aniene), che attraversava Roma e sul quale si era creato un ecosistema agricolo imponente, distrutto poi nel III secolo d. C. Il fiume in questione è stato individuato nel sottosuolo cittadino dall’archeologa Rossella Rea, direttrice del Colosseo e responsabile scientifico degli scavi per la costruzione della nuova linea della metropolitana.

Del fatto che nessuno si fosse accorto del torrente non deve stupire dato che i secoli, come hanno sepolto i monumenti della grande Roma antica, così hanno fatto anche per gli elementi naturali del paesaggio: in tal modo il corso d’acqua appena scoperto, ancora senza nome, non solo si è preservato fino ad oggi, ma mantiene ancora lo stesso tracciato, sebbene sotterraneo.

La sua origine è stata individuata nell’attuale zona dell’Appia Nuova; lasciava sulla destra la chiesa di S. Croce in Gerusalemme, arrivava a S. Giovanni e, passando sotto Porta Metronia, per giungere a Via Labicana. In questo punto si univa al fosso di S. Clemente, scorreva rinforzato sotto gli ipogei dell’Anfiteatro Flavio (meglio noto come Colosseo), per raggiungere Via di S. Gregorio. Qui naturalmente sfociava nel Tevere, finché la dinastia dei Tarquini, i re etruschi che regnarono su Roma nel VI secolo a. C., responsabili di numerosi lavori di ingegneria e della prima grande monumentalizzazione della città, non lo incanalarono nella Cloaca Massima, il poderoso condotto fognario costruito per bonificare la valle del foro.

Probabilmente, come detto dall’archeologa in un’intervista rilasciata alla rivista Storica del febbraio 2010, questo corso d’acqua doveva avere carattere perenne e, dal gran numero di ami da pesca ritrovati, oltre che dai gradini artificiali incavati nel banco di tufo delle sponde, ricco di pesce. Per ricostruire il suo percorso gli archeologi hanno ricomposto i dati di dieci anni di scavi con oltre 700 prelievi di campioni di terreno.

All’obiezione secondo la quale il quartiere che circonda S. Giovanni appaia totalmente piatto, va detto che la zona in questione è stata soggetta a grandi interramenti susseguitisi nel corso del tempo, primo tra tutti quello del III secolo d. C. quando l’imperatore Aureliano, sotto la minaccia dei barbari, fece costruire le mura urbiche. Al tempo di Cesare (I sec. a. C.), comunque, le terre lungo questo fiume erano disseminate di querce, faggi e lecci ed erano coltivate a frutteti, fiori e ortaggi.

Poi, come già detto, nel III secolo d. C. le necessità difensive contro la calata degli Alamanni e degli Jutungi, che avevano sconfitto l’imperatore nei pressi di Piacenza, fecero sì che per la costruzione delle mura aureliane tutti i terreni all’interno ed all’esterno del loro tracciato fossero espropriati, per evitare che qualunque costruzione potesse diventare un possibile rifugio o avamposto nemico. I campi della zona allora si ridussero a una terra incolta e soggetta ad impaludamento, come dimostrato dalle stratigrafie risalenti al V secolo d. C., questo proprio a causa della mancanza di lavori di bonifica di irregimentazione delle acque, che non trovando alcuna possibilità di deflusso, risalirono in superficie.

In questo modo, il fiume interrato cadde nelle brume dell’oblio e, forse, in esso è da riconoscere proprio quel fiume – divinità Volturnus, che a Roma aveva addirittura un flamine, una delle massime cariche sacerdotali romane, che qualcuno ha in passato identificato con il Tevere.

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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