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Editoriale

di Giorgio Triani

Coincidenze pubblicitarie. Pure, ovviamente, visto che si parla d’acqua. Negli stessi giorni d’ottobre, e in più occasioni, sono uscite infatti pagine intere sui quotidiani, inneggianti, nel caso della Coop, all’acqua del rubinetto, in quello, invece, di Mineracqua (il ramo confindustriale degli imbottigliatori) all’incomparabilità dell’acqua minerale. Nel primo caso non era mai successo, credo, che un colosso della grande distribuzione invitasse i consumatori a bere acqua del rubinetto o in subordine minerale, ma proveniente da fonti vicine. L’ormai famoso km zero. «Hai mai pensato – chiede Coop – a quanta strada deve fare l’acqua prima di arrivare nel tuo bicchiere?». Nell’annuncio di Mineracqua invece la novità è che per la prima volta l’acqua minerale è scesa in comparazione e competizione con quella del rubinetto. Un segno di difficoltà, se non debolezza, degli industriali dell’acqua. Perché sino a poco tempo fa era scontato, perciò non c’era bisogno di dire o ricordare, che la «minerale» fosse senza paragoni più buona dell’acqua domestica. Ora invece si comincia a pensare che sia bene affermare ufficialmente, con tutta la forza della pubblicità, che «l’acqua minerale sgorga pura da sorgenti protette e incontaminate… [mentre] l’acqua del rubinetto è solo bevibile».

La ragione di ciò, detto in estrema sintesi, è che l’acqua del rubinetto, grazie anche alle tante fontane installate nelle pubbliche piazze di paesi e città, che hanno dispensato e dispensano acqua a costo zero, magari anche con bollicine, ha fatto numerosi proseliti. Che negli ultimi tempi sono cresciuti notevolmente per effetto del grande dibattito pubblico che s’è aperto nel paese dopo l’entrata in vigore del Decreto Ronchi. Acqua pubblica o acqua privata? Questo il dilemma, in verità un po’ forzato e viziato da posizioni preconcette e ideologiche (quasi che ora la rivoluzione politica dovesse passare dalla lotta per il rubinetto pubblico o privato), che comunque ha destato un diffuso interesse per una risorsa sino a ieri poco o niente considerata. Res nullius; di tutti e di nessuno. Deprezzata come tutte le cose banali, scontate e facili. Come bere un bicchiere d’acqua, appunto.

E con ciò si devono ricordare, meglio sottolineare almeno tre grandi questioni aperte. La prima che noi italiani siamo i maggiori consumatori di «bollicine» del pianeta con 193 litri pro capite nel 2009 (erano 138 nel 1995 e 47 nel 1980) e i principali produttori europei con oltre 11 miliardi di litri (sempre nel 2009). La seconda che siamo il paese che ha il maggior numero di fonti minerali (250) e di marchi (292 l’anno scorso, erano 250 nel 2005). La terza che gli investimenti infrastrutturali (impianti e reti) hanno fatto difetto ieri, che erano a carico del pubblico, e continueranno a farlo anche con i privati. Ammesso e non sempre concesso che si vogliano considerare tali aziende (multiutilities) che continuano a essere in mani para-pubbliche e molto dipendenti dalla politica. E salvo augurarsi che l’acqua – come dimostra ad esempio l’iniziativa sviluppata nell’ambito di Kuminda, della quale diamo in questo numero resoconto – continui a restare al centro di un forte, esteso e convinto interesse collettivo.

Con ciò bentornati a regime: a tutti ma soprattutto a noi, che siamo stati in stand by, complice anche il periodo e le particolari contingenze dell’Università, che come tutti possono vedere sembra fare acqua da tutte le parti. Da parte nostra coltiviamo però il proposito di fare un buon giornale d’acqua. Considerato che fra poco ripartirà il corso di giornalismo, che rappresenta la nostra principale ragione d’essere. E che, come da quindici anni ormai, tra fine settembre e primi di dicembre si terrà il Premio internazionale Scritture d’Acqua. La manifestazione da cui è scaturito Wateronline e della quale vi offriamo un anteprima del programma, che verrà ufficializzato entro la fine di questo mese.

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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