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Foglio d’album

Quando Cesenatico sembrava un tukul abissino

di Diego Landi


(fonte immagine)

Fu un architetto illuminista, Marco Guidi, a vedere il porto di Cesenatico come una possibile ‘dependance’ estiva di Cesena: «tutta la Nobiltà di Cesena andrà a villeggiare in tempo sua Staggione ove in tale porto, vi sarà tutto ciò che può l’arte e la Natura somministrare di delizie e di divertimento, sì per mare che per terra».

Sarà poi la volta di Rimini, frequentata da bagnanti già attorno al 1840, arricchita nel 1870 di un ospizio per scrofolosi, nel 1873 da un Kursaal e nel 1876 dal primo stabilimento idroterapico diretto da scienziati del calibro di Paolo Mantegazza e Augusto Murri. Mancavano tutta via le più elementari tutele dell’igiene pubblica: niente fognature pubbliche o private, scarse provviste di acqua potabile, scarsa o nulla pulizia delle strade, trasporti precari di generi alimentari deperibili. E zanzare a milioni.

Da una relazione dell’ufficiale sanitario di Cesenatico: «presentasi un largo panorama di buche di letame, che non ha niente da invidiare a quanto altri hanno veduto in un tukul abissino. Eppure questa via è una delle più frequentate al tempo dei bagni, quando molte signore e signorine e una caterva di bambini se ne vanno alla spiaggia. Esse si proteggono dal sole benefico con gli ombrellini, ma non possono salvarsi dagli imbrattamenti e dalle nausee della terra matrigna».

Quanto poi all’aspetto dei pescatori della Cesenatico d’un secolo fa sembra di vedere la banchina di un porto mediorentale. Lunghe pipe, alti cappucci di lana, pelli scurite e segnate dal sale.

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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