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I culti delle acque nella preistoria e nella protostoria

di Michele Dall’Aglio


(fonte immagine)

I culti delle acque nella preistoria non sono mai stati studiati seriamente fino a poco tempo fa in tutta l’Europa occidentale. Nel nostro paese Radmilli trattò la funzione di fosse e circoli per i riti religiosi nei depositi di grotta, partendo dai dati relativi alle grotte abruzzesi. Tali temi vennero poi sviluppati dal Cremonesi e dalla Grifoni Cremonesi successivamente.

Il Tinè, negli anni ’70, aveva riconosciuto un culto delle acque sotterranee in modo molto superficiale nella Grotta Scaloria Bassa (Foggia). Solo a partire dagli anni ’80 in Italia si iniziò lo studio di questo argomento. Sebbene per le moltissime lacune, legate alla conoscenza della preistoria, sia un’impresa riuscire a trattare della religiosità in generale, possediamo moltissime testimonianze dell’esistenza di culti agrari, idrici e funerari, spesso intrecciati tra loro.

Particolare importanza va data ad una lunga serie di immagini legate al potere dominante della maternità. La fonte della vita era la Dea Madre, che, dalla sacra oscurità del suo grembo sotterraneo, fa nascere ogni essere vivente. La Dea è la Terra, la Natura se preferite, colei che può dare e togliere la vita e rinnovarsi attraverso l’eterno ciclo delle stagioni dalla morte alla rinascita.

Le prime testimonianze di questo culto sono del Paleolitico inferiore, più di 500.000 anni fa: sculture in pietra e incisioni rupestri di animali e figure femminili. Dal Paleolitico medio, 100.000 anni fa, si aggiungono segnacoli tombali triangolari di pietra, simbolo dell’organo riproduttivo femminile, e coppelle scavate nella pietra per raccogliere l’acqua piovana, fluido dal quale si genera la vita.

Le raffigurazioni simboliche e non della Dea si moltiplicano nel corso del Paleolitico superiore, dai 40.000 ai 10.000 anni or sono, con sculture, incisioni e pitture. Le caverne, che recano disegni e graffiti, simboli dell’utero materno, erano probabilmente santuari in cui si celebravano riti stagionali, iniziatici e tante altre cerimonie correlate con la religione della Dea Madre.

Le diverse forme con le quali è stata rappresentata questa grande divinità hanno permesso alla Gimbutas di farne una classificazione tipologica dei vari aspetti e funzioni, tenendo presente che la religione preistorica fu allo stesso tempo monoteista e politeista, dal momento che la Dea è unica e al contempo molteplice.

Vi è infatti la Dea che personifica le forze generatrici della Natura; la Dea personificazione della Natura distruttrice e, quindi, della Morte; la Dea della Rinascita, che presiede ai cicli vitali naturali. Non deve per ciò stupire il fatto che questi aspetti così diversi tra loro facciano riferimento ad un’unica grande divinità, in quanto sono tutte caratteristiche del ciclo della vita. Forse proprio da questa triplice natura prende le mosse la raffigurazione tricorpore di Ecate, dea storica della Morte e delle potenze distruttrici.

La Dea più intimamente connessa con le acque è quella della Generazione e della Procreazione. Ella è partenogenetica, vale a dire capace di generare la vita da sé, autofecondandosi: una primordiale «Dea Vergine». In questa sua immagine viene consacrata e venerata la capacità femminile di procreare e nutrire i figli col proprio corpo.

Fin dal Paleolitico si era soliti raffigurare vulve, triangoli pubici, natiche e mammelle, dalle quali emanavano i poteri sopra detti, ornati da segni acquatici. Non stupisce, conseguentemente, il fatto che spesso il culto delle acque fosse praticato nelle grotte, uteri della Dea.

Nel Neolitico, poi, accanto alle fosse circolari nei depositi di grotta, probabilmente legate a culti agrari o funerari, vi sono manifestazioni religiose in presenza di acque, soprattutto se ipogeiche e ‘strane’, come ad esempio quelle gassose, sulfuree, pozze sotterranee, cascate, e ‘solide’ come le stalattiti e stalagmiti. A questo periodo risalgono i luoghi sacri alle acque della Grotta Scaloria Bassa, dei Pozzi della Piana (PG), della Grotta dei Meri al Soratte (RM), di Grotta Zinzulusa (LE), della Grotta Verde di Alghero (SS). In tutti questi luoghi abbiamo deposizioni di vasi presso fonti e specchi d’acqua in zone difficilmente accessibili.

Un’altra forma di manifestazione cultuale può essere considerata quella delle stalattiti e stalagmiti spezzate, come alla Scaloria Bassa ed alla Grotta del Lago di Vulci, e legata probabilmente allo stillicidio. La deposizione di oggetti, per lo più vasi, in laghi e pozze può essere un atto di venerazione per le acque immobili, che potevano dare un effetto di specchio oppure può far pensare a riti in cui l’acqua doveva essere bevuta sul posto perché in possesso di qualità particolari. Con l’età del Rame, facendo riferimenti ai dati in nostro possesso, sembra che spariscano i culti delle acque sotterranee, con l’unica eccezione, risalente alla fine del periodo, della Buca del Rospo (SN).

Cambia la scelta dei siti di culto, dato che le grotte labirintiche lasciano il posto a quelle a corridoio e a camera di grandi dimensioni, e il tipo di acque: non più ferme, ma correnti, soprattutto nell’età del Bronzo. Le grotte ormai sono frequentate solo per uso funerario o abitativo, con pochissime eccezioni documentate. Sostanzialmente sembrerebbe che nell’Eneolitico rimangano scoperti gli ambiti cultuali agrari e idrici, a vantaggio del campo funerario. Purtroppo questo fenomeno non è ancora spiegabile, soprattutto tenendo conto del fatto che tornano in auge nell’età successiva.

L’età del Bronzo è un periodo molto complesso sotto ogni punto di vista. Grandi migrazioni sconvolgono l’Europa: guerre, cambiamento di ideologie culturali e religiose, nascita, sviluppo e sparizione di civiltà si susseguono in questo lasso di tempo, che vede l’esistenza di regni, imperi e città in Oriente e piccoli villaggi agricoli in Occidente.

Tale età appare contraddistinta da una sacralizzazione della sfera celeste e atmosferica e, conseguentemente, se prima era la Dea Madre a fare da asse portante della religiosità preistorica, ora tale asse si è spostato verso il sole, divinità maschile, portato dagli Indoeuropei. Si diceva precedentemente che durante questo periodo il culto delle acque, apparentemente scomparso nell’età del Rame, torna alla ribalta. Ciò è vero, ma cambia in modo essenziale le sue forme, trovandosi spesso ad essere non un culto delle acque, ma un’acqua di culto.

Ciò vuol dire che l’acqua continua ad essere venerata, ma spesso essa non è che lo strumento col quale si tributa un culto ad un’altra divinità o, ancora, è un aspetto di tutto un altro culto, che teoricamente non avrebbe nulla a che fare con tale elemento. L’adorazione del sole è del tutto comprensibile: è visibile, è troppo luminoso per essere fissato, domina la volta celeste, è l’unica stella di cui, dalla terra, sia percepita la sfericità, è la principale fonte di luce e di vita, ma può essere anche dannoso se troppo caldo.

Il sole in ogni caso era un fenomeno naturale che bisognava controllare per poter sopravvivere e prosperare, perché poteva dare e togliere la vita. D’altra parte l’astro stesso nasceva e moriva e andava ogni volta pianto per convincerlo a tornare. Non solo, andava anche placato affinché, come la pioggia, non fosse eccessivo. Ecco, quindi, che si formano quattro significati solari: quello del sole come fonte di vita, come morte e distruzione, come sovrano e come occhio del cielo.

Durante l’età del Bronzo l’Europa fu interessata da un temporaneo peggioramento del clima e, conseguentemente, si intensificarono i culti solari. Nell’Europa dell’età del Bronzo il sole veniva raffigurato come una ruota raggiata (a causa della forma e del moto). Ciò ha fatto sì che il dio del sole viaggiasse su di un carro tirato da cavalli attraverso il cielo durante il dì, il che rimanda al suo carattere guerresco, dato che i carri erano usati dai guerrieri, e di notte negli Inferi su imbarcazioni tirate da cigni o altri uccelli acquatici, entrambi motivi assai ricorrenti anche in ambito ornamentale.

La relazione di tali volatili col sole è connessa a due miti: il primo vuole che Cicno, figlio di Apollo e di Tiria, irritato dall’amico Filio si gettasse con la madre nel lago di Canope e da Apollo fosse mutato in cigno; il secondo è il mito di Fetonte e investe anche un altro simbolo solare: l’ambra. Secondo questa tradizione Fetonte chiese al padre Apollo di usare il carro solare per un giorno. Il dio si disperò, pensando che neppure Giove avrebbe potuto essere un buon auriga di quel cocchio «… visto che il cammino è all’inizio erto, alto e vertiginoso nel mezzo, chino e precipitevole alla fine…».

Fetonte non volle sentire ragioni, salì sul carro, e spiccò il volo. Mal governati, i cavalli spinsero il carro troppo vicino alla terra, bruciandola. Il mare si abbassò e gli animali marini morirono. Allora la dea Terra invocò Giove, pregandolo di salvare il mondo. Giove con la folgore colpì Fetonte che precipitò sulla terra come una stella cadente. Il suo corpo fu accolto dal fiume Eridano (Po) e sepolto dalle ninfe.

Il giorno dopo, Apollo afflitto non si alzò mentre le tre sorelle di Fetonte, le Eliadi, a furia di piangere si trasformarono in pioppi, dai cui rami uscivano lacrime di ambra. Dove cadde Fetonte arrivò anche Cicno, figlio di Stenelo, re dei Liguri, parente e amico del morto. Pianse così a lungo da essere trasformato in cigno e «… Da allora abita presso quelle rive…», e in seguito alla sua morte fu tramutato in costellazione. La Terra, però, continuò a restare senza la luce del sole. Furono gli dei a convincere Apollo a «… riportare la luce nel mondo…».

Detto ciò, entriamo più nel merito dello studio dei culti idrici e solari. Come abbiamo visto al sole veniva attribuito, oltre all’uso del cocchio, quello della barca. Nell’etè del Bronzo viene associato molto frequentemente anche agli uccelli acquatici; va anche detto che probabilmente era legato a riti per evitare nubifragi e la siccità, oltre a quelli per invocare la luce, ottenere la purificazione e la guarigione.

Oltre alle somiglianze come la luminosità e la trasparenza, ciò che accomuna l’acqua al sole è la loro essenzialità alla vita. D’altra parte l’uomo, consapevole del loro lato cattivo cercò sempre di tenerli sotto controllo, con rituali religiosi e magie. La facoltà del sole di riportare in vita il seme sotterrato fu connessa all’avvicendarsi del dì e della notte e delle stagioni. I simili poteri rigeneratori dell’acqua, che custodisce il bambino fino al giorno della nascita, vennero riprodotti nel mondo celtico e pre – celtico nei calderoni, simbolo della vita eterna. Le sorgenti furono, quindi, prese come simbolo di rigenerazione e quelle di acqua calda, in particolare, sembrarono riunire in sé le facoltà acquatiche e solari.

La consuetudine rituale, o votiva, di gettare in corsi e specchi d’acqua oggetti metallici prestigiosi, o di depositarli in prossimità di esse, è un fenomeno che coinvolge tutte le società preistoriche e protostoriche dell’Europa e coincide con il declino dei culti idrici in grotta. Tale rito ha avuto una durata assai lunga, dal 3400 a.C. fino alla seconda metà del primo millennio a.C., con la punta massima nell’età del Bronzo recente (XIII/prima metà XII secolo a.C.). Dalle ultime indagini risulta che le armi (spade, pugnali, lance, asce) siano esclusive dell’età del Bronzo, mentre verso la fine di questo periodo e nell’età del Ferro si affianchino anche altri oggetti come spilloni, coltelli, rasoi, elmi, roncole, anelli, bronzetti e vasellame.

Per questo rito bisogna innanzitutto chiedersi il motivo del fatto che tutti gli oggetti siano di metallo. Probabilmente ciò è da legarsi al sole/fuoco: è attraverso il fuoco fecondatore che il minerale/terra partorisce il metallo ed è sempre attraverso il fuoco che la materia estratta prende forma; in secondo luogo il bronzo è di colore fulvo, somigliante, anche per la sua lucentezza, al sole; inoltre il fatto che in precedenza gli oggetti delle offerte fossero tutti di forma allungata e appuntita è da connettersi al sole/guerriero in cui, come abbiamo già detto, i raggi divengono le armi del dio.

Rimane ora da decifrare il significato e la funzione delle deposizioni religiose e rituali. Le ipotesi fatte finora sono tantissime, ma le tre formulate da Dal Ri e da Tecchiati sono quelle più probabili e verosimili. Secondo i due archeologi «in un mondo, dove ogni cosa dipende dalla volontà degli dei e dove ogni giorno l’uomo può commettere gesti sgraditi o addirittura blasfemi nei confronti delle divinità, è doveroso placarne l’ira con il sacrificio di oggetti di grande valore. Questa drastica privazione (materiale affidato alle acque, quindi irrimediabilmente perduto) diventa, così, un vero e proprio atto di penitenza e di sottomissione»; oppure «in una società – quella della tarda età del Bronzo – che sfrutta sempre di più le risorse della terra che appartengono agli dei, è giusto da parte della comunità risarcirli con offerte di prestigio per il progressivo depauperamento di beni, che sono di proprietà delle forze sovrannaturali. Questo tributo simbolico diventa, così, un modo di tranquillizzare gli dei, padroni di tutte le cose»; od ancora «in una situazione di forte disuguaglianza sociale, causata dall’accumulazione di beni e forze nelle mani di pochi, l’offerta votiva diventa un atto di temporaneo livellamento di forze tra le componenti sociali… Donando questi oggetti di lusso e quindi privandosene, i capi della comunità attenuano, così, le tensioni sociali derivanti dallo squilibrio di beni che esiste all’interno della collettività e al tempo stesso accrescono la propria autorità con un gesto di grande effetto…».

Esempi di tali deposizioni si riscontrano nel Lago di Mezzano (VT), nel Trasimeno (PG) e nel Fucino (AQ). Dallo studio del deposito votivo di Pila del Brancòn di Nogara (VR) emerge anche un’altra spiegazione, riferibile in particolare ai casi in cui gli oggetti metallici siano rovinati: tra il 1993 ed il 1997 fu rinvenuto in un paleoalveo del Tartaro un ripostiglio di oggetti bronzei rotti, piegati intenzionalmente sul fuoco, risalenti all’età del Bronzo finale (XIII – XII secolo a.C.).

Dagli oggetti recuperati il deposito ha una precisa connotazione bellica: con l’eccezione di una situla (contenitore di forma troncoconica) sono tutte armi. Questi oggetti sono stati piegati, spezzati e esposti al fuoco, per poi essere raccolti in un contenitore (oggi perduto) e deposti in acqua. Ritenuto in un primo momento un ripostiglio di un fabbro, molto più probabilmente il deposito in questione aveva carattere votivo: sembrerebbe trattarsi di un rogo e deposizione rituali di prede strappate ai nemici in battaglia, pratica comune a moltissime società antiche.

In sostanza, a differenza dall’acqua delle sorgenti, anche sotterranee, quella dei fiumi, dei laghi e delle paludi non può essere connessa con i riti per la fecondità. Infatti per gli specchi d’acqua balza subito alla mente il fatto che tutti gli uccelli rappresentati nelle figurazioni sopra dette appartengono sempre a specie acquatiche, cosa che col passare del tempo li legherà sempre di più al culto del sole; i culti dei fiumi, logicamente, andranno sempre più in direzione di quelli assai vari legati alle numerose divinità fluviali di età classica.

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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