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Il fiume della vergogna

Fiumefreddo, l’ennesimo scempio dell’uomo nei confronti della natura. E la chiamano Riserva Naturale

di Orazio Giuseppe Vasta


(fonte immagine)

Sembra tutto come in un gioco. Sembra che la natura debba essere per forza di cose soggetta al potere dell’uomo. Sembra che l’intuizione ‘geniale’ di uno o pochi possano rendere l’uomo onnipotente, capace di fare sempre ciò che vuole, nel rispetto di nessuna regola etica o peggio ancora legislativa. Sembra tutto un gioco quello che è successo in un fiume di un piccolo centro della Sicilia orientale. Sembra davvero un gioco, per alcune persone rendere invivibile o addirittura rischiare di distruggere ciò che in realtà dovrebbe essere tutelato.

Fiumefreddo è un piccolo corso d’acqua, di appena 2,250 metri, che sorge alle pendici orientali dell’Etna, attraversa l’omonimo paese situato in provincia di Catania e sfocia dalle sue spiagge nel Mar Ionio. Il fiume è alimentato principalmente da due sorgenti: la prima, &laquO;Quadara grande» (grande pentola) è costituita da un insieme di piccole sorgenti che danno l’apporto principale alla portata del fiume; la seconda, «Capo dell’acqua» è situata più lontano dal mare, ha una portata minore ed alimenta un ramo secondario del fiume stesso.

Le sue peculiarità derivano principalmente dalla limpidezza e dalla freddissima temperatura delle sue acque, 12-13° tutto l’anno, che consentono la presenza di una vegetazione acquatica di rara bellezza, che ha permesso l’affermarsi di un ambiente fluviale unico in Sicilia che ha portato successivamente all’istituzione dell’omonima riserva naturale. Nata nel 1984, la riserva naturale «Fiume Fiumefreddo» viene individuata come riserva naturale orientata al fine di consentire la conservazione della flora acquatica ed il ripristino, lungo gli argini, della vegetazione mediterranea (D.A. 29.06.1984). La riserva si estende su circa 75 ettari di terreno e si suddivide in due zone (A e B), rappresentando un piccolo gioiello di flora e fauna. Basta metterci piede infatti, per restare colpiti dall’incantevole e particolare scenario formato da una flora rigogliosa e tipica delle zone caratterizzate da acque limpide e fredde, come il Ranuncolo pennello, e da una verdeggiante colonia di Papiri tipica dei climi tropicali, che rendono la vegetazione del luogo davvero particolare.

Grazie alla bassa temperatura e alla purezza delle acque del fiume, possiamo imbatterci altresì nell’insediamento di diverse piante acquatiche non riscontrabili in altri fiumi della Sicilia e così, tra la flora semisommersa della riserva troviamo: la canna, la cannuccia di palude, il poligono seghettato, la menta acquatica, il sedano d’acqua, il crescione, la veronica acquatica ecc. I diversi elementi ambientali (clima, umidità ed humus), inoltre, permettono la coabitazione nel medesimo habitat di rettili, anfibi e numerosi e particolari specie di uccelli acquatici, come la gallinella d’acqua, la cicogna, l’usignolo di fiume, il martin pescatore, l’airone cenerino e l’airone rosso, il beccaccino, la gru e tante altre specie. Altra nota d’interesse è sicuramente la rigogliosa vegetazione boschiva che si estende sin sull’ampia fascia costiera, dove ci si può soffermare ad ammirare gli alti pioppi ed il caratteristico boschetto di noce americana.

Un posto incontaminato, in cui la Natura sembra avere l’unico posto centrale. In cui l’uomo per una volta, dovrebbe fungere semplicemente da garante per questo piccolo spazio di paradiso naturale. Invece, niente è così come doveva essere. Sembrava già tutto un gioco quando agli inizi degli anni ’90 qualcuno pensò di poter eludere i divieti presenti nel regolamento e riuscì a modificare anche in maniera definitiva l’habitat della riserva, causando inoltre, l’avvio delle crisi idriche dovute al prelievo sempre più spasmodico delle acque freatiche, portando ad un drastico abbassamento del livello di falda e al quasi prosciugamento del fiume durante il periodo estivo. È stata questa la prima azione dell’uomo nei confronti della natura, nei confronti delle acque del Fiumefreddo che ha permesso la progressiva scomparsa della preesistente vegetazione, cancellando del tutto alcune specie maggiormente particolari. L’utilizzo dell’acqua per soddisfare i bisogni delle aziende agricole nate sulle sponde del fiume o intorno la riserva hanno reso difficile la formazione di una nuova vegetazione sugli argini e oltretutto hanno prodotto una diminuzione della densità delle acque.

Ma l’azione dell’uomo non si è fermata, è andata oltre e non ha trovato limiti sulla sua strada. È arrivata oggi a qualcosa di inaudito, il gioco è continuato senza che nessuno però facesse valere il proprio potere e facesse rispettare le regole. Eppure è sancito all’interno del regolamento che è assolutamente vietato (tra le tante cose) esercitare la caccia, l’uccellagione e la pesca; danneggiare, disturbare o catturare animali vertebrati o invertebrati, raccogliere e distruggere nidi e uova; asportare o danneggiare piante o parti di esse; introdurre armi da caccia, esplosivi e qualsiasi mezzo distruttivo e di cattura e, cosa maggiormente importante, prelevare, derivare e immettere acqua nel fiume, modificare il regime idrogeologico, la composizione delle acque, captare, deviare ed occultare sorgive, realizzare mutamenti di bonifica.

Intanto poche settimane fa qualcuno ha pensato bene di scaricare nelle acque del fiume una sostanza velenosa, (forse un pescatore di frodo, forse un operaio disattento) che ha reso le sue limpide acque torbide. L’effetto più agghiacciante non è stato il colore grigiastro delle acque, ma il vedere come trote, anguille e carpe non sguazzavano più tra la corrente, ma si lasciavano trasportare come morte verso la foce. Ecco un altro esempio di come l’uomo ha negli anni posto la propria supremazia sulla natura e sulla ‘legge’. Di certo un atto deplorevole, che non solo danneggia una parte del territorio, ma che, assieme a quelli del passato, alla caccia e alla pesca che si effettuano tutt’oggi, rischia di eliminare definitivamente un’attrazione che potrebbe rappresentare il trampolino di lancio per lo sviluppo del turismo su tutta la costa ionica.

Il fiume intanto resta lì, scorre, continua ad abbracciare il mare, tra crisi idriche, cacciatori che tutte le mattine affollano la riserva, idioti qualunque, che cercano di rovinare un paesaggio incontaminato. Lui sta lì tutte le mattine ad osservare come a 20-30 metri dalla costa si faccia uso delle reti a strascico (anch’esse vietatissime ma utilizzate) che stanno rovinando l’intero habitat del fondale marino. Lui sta lì, ‘osserva’ e subisce tutto questo, e in questa sua ‘nuova veste’, spera che chi dovere si ricordi delle sue limpide e fresche acque, della sua caratteristica unica e si decida a salvare un posto tanto bello dalla ‘vergogna’ che il ‘gioco’ di qualcuno gli ha relegato addosso, oggi più di prima.

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