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Deliri acquatici

Bere, costruire e spostare iceberg

di Francesco Cecchini


(fonte immagine)

‘Bere’ un iceberg

Se l’anno prossimo, durante una crociera alle Canarie, vi capitaste di vedere un iceberg a tribordo non affrettatevi a dare la colpa ad effetto serra, global warming e mutamenti climatici. Non pensiate neanche di trovarvi sul set di Titanic parte II: potreste avere davanti nient’altro che la realizzazione dell’ambizioso progetto cui Georges Maugin, rinomato e per taluni eccentrico ingegnere francese, sta lavorando da decenni. Il piano prevedrebbe la cattura di singoli iceberg che fluttuano nel Mar Glaciale Artico, e il loro spostamento in zone del mondo senz’altro più temperate dove la penuria di acqua potabile è un problema serio, così da poter utilizzare l’enorme quantità di acqua contenuta nel blocco di ghiaccio come riserva idrica.

Già quarant’anni fa Mougin lanciò la proposta di portare gli iceberg là dove c’è più necessità d’acqua. «Nell’Artide si formano iceberg a sufficienza per soddisfare il fabbisogno idrico di tutta l’umanità», spiega nel breve documentario IceDream: The Iceberg Project, realizzato dalla tv tedesca e da quella francese. «Spostare un iceberg non significa altro che farlo sciogliere altrove. In fondo, tutti gli iceberg prima o poi si sciolgono»: è il concetto semplice da cui parte l’ingegnere francese.

I precedenti

L’idea, come accennato, non è nuova. Se ne parlava già negli anni ’70, ma la mancanza di fondi e soprattutto di tecnologie adatte a spostare i giganti di ghiaccio hanno sempre bloccato i progetti. Già nel 1975 Mougin e Paul Emile Victor, suo inseparabile amico e collega, lavorarono insieme, con scarsa fortuna, a un progetto per trainare gli immensi blocchi di ghiaccio nel mezzo dell’oceano. Due anni dopo si tenne negli USA la prima Conferenza Internazionale per lo sfruttamento degli iceberg. Sempre in quegli anni il principe dell’Arabia Saudita Mohammed Al-Faisal Al-Saud aveva fortemente sostenuto l’idea di ‘catturare’ un iceberg e trainarlo presso il suo paese, dove l’acqua è tuttora merce più rara del petrolio. Incaricò lo stesso Victor di dare vita al suo progetto. Progetto che, con buona pace del principe saudita, non vide mai la luce: troppo arretrate le tecnologie a disposizione.

Non è mancata neanche la variante più esclusiva e in qualche modo ‘lussuosa’ di questi progetti, originati al contrario sempre da pensieri quantomeno filantropici. A fine anni ’90 negli USA spopolava la moda di bere l’acqua degli iceberg, al poco modico prezzo di almeno 10 dollari al litro. Piccoli iceberg venivano pescati nel golfo del Labrador da industrie locali che rivendevano l’acqua ottenuta a compagnie americane che la smistavano sul mercato. Moda tanto effimera quanto opinabile fuori dagli States, tant’è che i raffinati critici francesi commentavano causticamente l’utilizzo di acqua ottenuta da iceberg: «probabilmente c’è dentro pipì di orso polare».

La realizzazione

Oggi, secondo Maugin, che lavora sempre in stretta collaborazione con Victor, l’unica mancanza è quella di fondi, mentre le tecnologie per spostare gli iceberg finalmente ci sono. È ora possibile condurre gli iceberg in zone più calde (è stato preso come punto di riferimento Tenerife) avvalendosi degli Skysail, enormi aquiloni utilizzati anche per muovere le pesantissime porta-container. Un grosso rimorchiatore serve a correggere la rotta dei blocchi, avvolti in speciali teloni già sperimentati con successo sui ghiacciai alpini per limitarne al minimo lo scioglimento. Ipotizzando un viaggio dalla Groenlandia alle Canarie, stimato in 4 mesi circa, a fronte di un consumo di 4mila tonnellate di carburante e della perdita di circa 3milioni di tonnellate di acqua che andrebbe sciolta, il ghiaccio superstite basterebbe a soddisfare la domanda di acqua annuale di oltre 70 mila persone.

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