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Napoli. Misteri e mestieri

di Gaetano Napolano


John Brett, Bay of Naples

Una volta, in un tempo senza tempo, una città si svegliava al mattino e il vociare dei suoi abitanti era come una musica che si spendeva tra i floridi anfratti di una Napoli dell’oro. E cavalli e carrozze e zoccoli sui cazzimbocchi (sanpietrini). La maestosa e confusa cultura del popolo partenopeo solidale e vivo come il gabbiano che dominava la città dai suoi bastioni. O’ com’era soave il suo grido, il suo canto libero, dal Maschio Angioino al Castel dell’ovo e a salire fino al Vomero alla sua Certosa di San Martino. Città del sole, città del mare, città di un vulcano mai sopito che diviene uva e poi vino, lacrima Christi. Nella sua gente le infinite sfumature di un dialetto edulcorato del mondo, nei suoi gesti che resistono nel giorno quotidiano sempre uguali eppure sempre diversi.

Ma chi ha vissuto nella storia un’epoca dell’oro e della gioia ne conserverà nel suo patrimonio una fetta portando in giro quella tristezza che i napoletani chiamano a’pecundria. La nostalgia che lega le epoche tra loro e le rende attuali ha un fil rouge che passa attraverso l’acqua; liquida come il sangue di San Gennaro (Santo patrono e protettore) che ogni anno si squaglia miracolosamente alle urla dei fedeli che devoti invocano la salvezza: «Faccia gialla pienzace tu, facc o’miraculo». Acqua libera, fredda, sulfurea e ferrosa come la leggendaria acqua re’ mummarelle della quale beneficiavano alla stesso modo i nobili e la plebe di tutte le dinastie, dalle peculiari proprietà salutari. Un’acqua preziosissima che sgorga ancora come tanti secoli addietro dove è via Chiatamone oggi sede di giornali importanti come il Roma e il Mattino e di altrettanto importanti alberghi. Il Chiatamone è una strada, situata nel Borgo Santa Lucia, Questo borgo, a mano a mano che Napoli cresceva, veniva inglobato nel resto della città e Napoli lo avvolgeva sempre di più.

Oggi, Santa Lucia, è come una rosa accolta dal seno di una bella donna tra il mare e la parete rocciosa del monte Echia che nella leggenda è stato il primo insediamento nella città. Sotto la strada di Santa Lucia vi era quindi una fonte di acqua sulfurea e quest’acqua si vendeva e si beveva in tutta Napoli e non solo. Il nome Chiatamone deriva dal greco Platamon, il cui significato è «rupe scavata da grotte» oppure dalle grotte platamoniche che, probabilmente, con l’inevitabile corruzione del termine dovuta al trascorrere del tempo regalano alla toponomastica cittadina la famosa via del Chiatamone; le grotte in questione, che si aprono numerose alla base del monte e di fronte al mare, furono abitate dalla preistoria all’età classica. Successivamente divennero sede di riti mitriaci, di cenobiti nel Medioevo e di orge nel XVI secolo. Queste ultime destarono enorme scandalo, spingendo il viceré Pedro de Toledo alla loro ostruzione. Nel 1565 la riva fu circondata da mura, trasformandosi in luogo di svago signorile e poi, nei secoli successivi, in zona privilegiata per il passeggio.

La singolare promiscuità fra popolani, aristocratici, militari, viaggiatori stranieri le conservò il carattere ‘scandaloso’, che continuò ad impressionare i forestieri di ogni tempo. Alla fine del XIX secolo, con i lavori di Risanamento, lo sperone di Monte Echia fu ridimensionato, mentre una colmata a mare fece avanzare la linea costiera. Via Chiatamone, un tempo larga e panoramica, prospiciente vaste spiagge ed aperta alla vista del Golfo sino a Capo Posillipo, risulta oggi arretrata rispetto al mare, mentre il lungomare moderno è costituito dalle nuove vie Nazario Sauro, Partenope e Caracciolo. A lato della via si apre la seicentesca Chiesa della Concezione al Chiatamone, detta anche, popolarmente, Le Crocelle. Questo breve exursus storico restituisce in parte ciò che ha rappresentato negli anni questa sorgente naturale per i suoi abitanti. Quest’acqua ha dissetato, rinfrescato e ritemprato i napoletani per secoli. Essa era ritenuta un’autentica panacea per tanti dolori fisici. La fonte, per tornare alla nostra storia, la si poteva anche visitare scendendo la grande scalinata che era stata creata apposta. Una volta scesi, ci si ritrovava in una oscura grotta dove il rumore delle acque si univa alle urla dei venditori che qui venivano a riempire i loro orciuoli. Da qui, numerose carrozze in attesa sovrastante, raggiungevano cariche d’acqua tutti gli angoli di Napoli e altre località dei dintorni fino a Caserta, Torre del Greco, Capua.

Col tempo, il mestiere di acquafrescaio, come un po’ tutte le cose, acquistò molta visibilità e stabilità, con un posto vendita fisso, formato da un chioschetto dove, fra grappoli di limoni e arance, enormi blocchi di ghiaccio, attrezzi per le spremute e sciroppi di vario tipo, venivano poste in bella mostra «’e mummarelle», gli orciuoli, appunto. Erano delle splendide anfore in terracotta che possedevano la caratteristica di conservare sempre fresco e godibile il liquido in esse contenuto: l’acqua d’e mummarelle, la mitica acqua sulfurea di Santa Lucia. Acquistata la visibilitàperò, questo mestiere perse, col tempo, molta di quella poesia che lo rendeva affascinante. Le belle Luciane, sorridenti, procaci, canterine e itineranti, venivano sostituite da figuri dall’espressione anonima, silenti e dal posto di vendita fisso cosicché, dopo alcune ordinanze con le quali in seguito agli eventi collegati all’epidemia di colera del 1973, la fonte di Santa Lucia fu definitivamente soppressa, anche costoro, gli ultimi residui di un mestiere storico e caratteristico di Napoli, possono dirsi scomparsi, fatti salvi alcuni che proseguono l’attività in alcune zone strategiche della città. Questi ritrovi, però, hanno più la connotazione di chalet che di chiosco di acquafrescaio.

«Signooo.. e comm’è fresca…!
Diceva a ze Francesca!
«Uè uè… ca io songo n a luciana
e ‘a mummera, va do’mmano…!

«Uè ue.. vevite, ca’ ‘o sole coce…!
Strillanno deve ‘a voce.
«È bella e fresca è comm’ a neve
Pe diece lire.. è chiena!»

Francesca cchiù alluccava
Pe l’acqua spulmunava.
«Uè..- uà è do’ Chiatamone
Mettitece ‘o limone!»

«Signooo… l’acqua v’a vevite
E ‘o suvero… ‘o suvero v’ ‘o stipate…!»
Acqua suffregna, ovèro fresca e bella
Sempre affullata steve… ‘a bancarella!

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