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«Troppe guerre in nome dell’acqua»

Nostra intervista a Margherita Ciervo

di Giuseppe Facchini


(foto di M. Ciervo tratta da ecoblog)

Dottore di ricerca in Geografia Economica, già ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Geografiche e Merceologiche all’Università di Bari, membro del Comitato Italiano del Contratto Mondiale dell’acqua, nonché parte del corpo docente dell’ONLUS «Università del Bene Comune»: con un curriculum del genere Margherita Ciervo è certamente una delle voci più autorevoli quando si parla d’acqua. Nel 2010 ha anche pubblicato un libro, edito da Carocci, intitolato Geopolitica dell’acqua, nel quale la giovane esperta ed attivista pugliese ha affrontato le diverse questioni che riguardano da vicino una delle risorse più preziose per l’intero pianeta: dai conflitti scoppiati per il possesso della stessa, alle responsabilità dei governi nell’incremento della sua scarsità fino agli effetti dei diversi sistemi di privatizzazione.

Nella nostra ‘chiacchierata’ si è parlato di questo e non solo.

Dottoressa Ciervo, prima di tutto proviamo a definire il concetto di acqua: si tratta di un bene comune, di un bene economico o di un diritto?

«Per prima cosa parto dal presupposto che, secondo me, i concetti di diritto e di bene comune non siano in contraddizione fra loro, anzi. Nello specifico l’acqua, che lo vogliamo o no, è un bene che appartiene alla collettività dell’intero pianeta, in quanto essenziale per la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi.

Non è assolutamente da ritenere un bene economico, ma questo non significa che non lo possa diventare. Un bene si definisce economico, infatti, quando risponde ad alcuni criteri, tra cui la sua scarsità ed esclusività e, con il modello finanziario predominante ovunque, cioè quello concorrenziale, anche l’acqua, da sempre presente in abbondanza allo stato naturale, si sta trasformando in un bene con questo genere di requisiti.

Si tratta certamente di un’ingiustizia, ma la realtà dei fatti è che oggi è al centro di un business internazionale con interessi economici notevoli. Si pensi che la maggior parte delle multinazionali più importanti di qualsiasi settore investono, con l’acquisto di azioni, nel settore idrico.«

Il business dell’acqua ha un giro d’affari importante anche nell’industria dell’imbottigliamento. Un esempio è proprio il mercato italiano: secondo alcune statistiche gli italiani spendono oltre 2 milioni di euro all’anno per l’acqua in bottiglia.

«È vero. Questa infatti è l’altra parte della medaglia quando si parla di mercificazione dell’acqua. Il nostro Paese è il primo in Europa e terzo a livello mondiale per quanto riguarda la spesa annuale di acqua in bottiglia, ma bisogna stare attenti quando si parla di mercificazione a distinguere la privatizzazione di fonti da quella degli acquedotti.

La prima, che di facciata è più che altro una concessione, è quella che fanno multinazionali note come Nestlè o Danone, le quali rivendono l’acqua per proprio conto, rendendosi riconoscibili dal marchio. Le seconda, invece, è messa in atto da aziende mondiali meno popolari che privatizzano gli impianti di distribuzione dell’acqua, ottenendo notevoli introiti economici.«

Restando in argomento, qualche mese fa la Coop ha promosso un’iniziativa per una sorta di cultura dell’acqua a «chilometro 0», così da poter sensibilizzare l’opinione pubblica a spendere meno denaro per questo genere di spesa. È una soluzione che può davvero favorire i ‘portafogli’ degli italiani?

«Io credo di sì, anche perché in Italia abbiamo molte sorgenti naturali dalle quale poter prendere una delle acque migliori del pianeta e, perciò, quella del rubinetto non ci pone dinanzi ad alcun rischio, tutt’altro.

A tal proposito bisogna tenere bene a mente che ci sono normative diverse per quanto riguarda i controlli dei differenti tipi di acqua: quella dell’acquedotto è controllata quasi ogni giorno, mentre quella in bottiglia ogni 3 o 4 anni. Inoltre bere acqua in bottiglia significa spendere soldi che, preferendo quella che sgorga direttamente a casa nostra, si potrebbero risparmiare. Ad esempio, con un euro e cinquanta possiamo avere oltre mille litri di acqua depurata e controllata attentamente, mentre, con la stessa cifra, al supermercato ne possiamo acquistare molta di meno.

Ma non è tutto. Per produrre la plastica e trasportare l’acqua che contiene nei diversi centri di smistamento, si utilizza molto petrolio che, al contrario, si potrebbe risparmiare se bevessimo più acqua corrente a casa, guadagnandone anche a livello ambientale ed in termini di riduzione dell’inquinamento.«

Nel pianeta ci sono molte zone, soprattutto in Asia ed Africa, dove tensioni crescenti potrebbero presto portare allo scoppio di guerre per l’acqua? Qualcuna di queste è già in atto?

«Certo che ci sono e si tratta di un fenomeno in continuo aumento. Secondo un mio studio, dal 3000 a.C. alla Rivoluzione Industriale di oltre 150 anni fa, ci sono stati una quarantina di conflitti legati al possedimento di sorgenti d’acqua. Invece, negli ultimi trent’anni, ne sono scoppiate più di un centinaio, a dimostrazione del fatto che più si sfruttano tali sorgenti, più diventa difficile reperire acqua, tanto aumenta il rischio di conflitti.

Un po’ di tempo fa la Banca Mondiale ha previsto che il nostro sarà un millennio nel quale il petrolio non avrà più un ruolo principale nelle dichiarazioni di guerra, ma questo triste primato spetterà proprio all’acqua.

Un esempio è il conflitto scoppiato in Bolivia, a Chocabamba, oltre dieci anni fa, quando il governo decise di privatizzare l’acqua in favore di un consorzio multinazionale. Ai contadini fu addirittura vietato usare anche le acque piovane. Il popolo insorse, naturalmente, scendendo violentemente in piazza e costringendo il governo a tornare sui suoi passi. Fu una guerra diversa dalle altre, proprio perché non si trattava di combattere per il dominio di una sorgente, ma contro un business perverso che, oggi, ha un trend in continuo aumento. È una logica spietata, la quale fa in modo che più diventa scarso un bene così importante, tanto aumentano gli interessi del business di certe multinazionali.«

La guerra del pane che oggi insanguina la Tunisia è qualcosa di simile?

«Per certi aspetti si, perché anche lì la gente ha difficoltà nel procurarsi un bene primario per la propria sopravvivenza. Per&ogave; è un po’ diverso, perché più prezioso dell’acqua non c’è niente. Sicuramente offre, in ogni caso, degli spunti di riflessioni interessanti.«

L’Onu ha previsto che nei prossimi trent’anni ci saranno almeno 500mila profughi dell’acqua. Come commenta questo dato?

«Quello delle immigrazioni ambientali è un fenomeno da sempre esistente e rilevante. Prima si era costretti a scappare dal proprio paese per guerre, carestie, catastrofi ambientali o persecuzioni religione, mentre oggi, con lo sfruttamento massiccio di sorgenti d’acqua, la gente va via perché non può più vivere in certe zone del pianeta. Questo perché stiamo parlando di un bene non soltanto necessario per l’organismo umano, ma anche per attività vitali come l’agricoltura, alla base di molte economie nazionali.

Faccio un esempio che è ripreso anche nel mio libro. In Africa c’è un lago, il Ciad, che poco più di quaranta anni fa bagnava quattro stati ed aveva le stesse dimensioni del Belgio. Oggi si è ridotto di nove decimi per l’uso sfrenato dei contadini nelle loro monocolture e per i cambiamenti climatici, così da lambire solo due nazioni. «

Di fronte a situazioni di crisi legate all’acqua come si comportano i governi? Sia all’interno che all’esterno del proprio Paese?

«In teoria ogni stato dovrebbe provvedere ad attuare una politica dell’acqua che cerchi di andare contro situazioni estreme come quelli che ho citato pocanzi. Ma, è bene ricordarlo, problemi così seri non riguardano solo le zone più povere del pianeta, come l’Africa o l’America Latina. Anche nella potente e civile Europa, i governi sono spesso sotto scacco di multinazionali che hanno una forte influenza sulle decisioni politiche in materia.

Faccio l’esempio della stessa Italia, dove il Decreto Ronchi, poi diventato legge, è riuscito a stabilire che il servizio idrico ha una grande rilevanza economica e pertanto va affidato a società per azioni. Per contrastare questa decisione c’è stato un grande movimento popolare che ha portato alla raccolta di oltre 400mila firme, a fronte delle 50mila necessarie, per esprimere il disappunto della società civile al Parlamento dinanzi a questa decisione.

Il giorno in cui il decreto è diventato legge ed a Roma si stava manifestando per questo, in Borsa stava succedendo qualcosa che ha messo in luce la verità: le azioni di Confindustria sono aumentate, dimostrando che il governo ha più interesse a rispondere a particolari esigenze e non a quelle del popolo. Ecco qual è il vero problema. «

Ma questo discorso vale soltanto per il governo attuale?

«Non credo. Le privatizzazioni in Italia sono partite col centrosinistra. Ad esempio l’Acquedotto Pugliese è passato da ente pubblico a società per azioni con la legislatura di Massimo D’Alema. Purtroppo, quando ci sono in ballo interessi economici, l’ideologia non ha più molta importanza.»

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