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La vasca di Noceto

di Michele Dall’Aglio


(fonte immagine)

Lo scorso 23 ottobre, in occasione della «Settimana della preistoria», promossa dall’Istituto italiano di Preistoria e protostoria, ho visto una cosa fantastica, di cui ho scritto anche nel mio libro sui culti delle acque, che non avevo mai potuto ammirare se non in fotografia e sulla quale avevo letto tanto. È stata una grande emozione, soltanto in parte vagamente simile a rivedere un vecchio amico dopo tanto tempo.

Si tratta della vasca terramaricola di Noceto, una scoperta che non ha pari in Italia e nemmeno in Europa, prodotto di abili carpentieri di 3.500 anni fa, nella seconda metà del sedicesimo secolo avanti Cristo. Il sito si trova a 20 Km da Parma, in località La Torretta, dove era anche ubicato il villaggio cui la struttura cultuale faceva riferimento. La scoperta dell’imponente vasca lignea risale alla primavera del 2004, quando una ruspa intercettò una parte della struttura. La vasca ormai è stata quasi integralmente esplorata ed offre uno spettacolo sbalorditivo.

Oltre, infatti, alla suggestione data da tutte le costruzioni di carattere sacro, presenta un’armonia delle forme impressionante ed un altissimo livello tecnico delle soluzioni adottate per la sua realizzazione, che fa supporre l’esistenza di un progettista e di abili mastri d’ascia. Le pareti, infatti, sono formate da assi di quercia, che, tenute da pali verticali lunghi anche 13 metri, poggiano l’una sull’altra, senza alcun tipo di incastro o di fissaggio, per una profondità di 4 metri. I pali verticali sono disposti a distanza regolare lungo i quattro lati. L’opera era infine completata da due griglie orizzontali di travi che si incrociano ad angolo retto tra di loro, su ciascuna delle quali era alloggiata una coppia di travi disposte diagonalmente.

Tutto fa pensare ad un progetto pensato accuratamente fin dall’inizio. È possibile che una parte delle soluzioni costruttive fossero frutto dell’esperienza della carpenteria quotidiana, ma altre sono veramente particolari: la dimensione del legname utilizzato, ad esempio, fu la conseguenza di un’attenta selezione: solo tronchi rettilinei di quercia. Questo fatto non può essere casuale e non è usuale: non si usavano tronchi di quella grandezza per costruire una capanna o altre strutture per la vita di tutti i giorni.

Inoltre Mauro Cremaschi, studioso che insieme alla dottoressa Maria Bernabò Brea della Soprintendenza ai Beni Archeologici dell’Emilia Romagna sta indagando la struttura, pone in luce l’estrema attenzione dei costruttori verso le misure: vi è uno dei pali trasversali, per esempio, sul quale è stata rilevata una correzione in corso d’opera, perché il primo taglio effettuato era più corto di 20 cm del necessario. Una costruzione così impegnativa porta a pensare che la vasca fosse un elemento molto importante per la comunità.

Tale vasca era sicuramente piena d’acqua, come dimostrato dal deposito stratigrafico accumulatosi al suo interno, formato da lamine piane, sottilissime, con un’alternanza tra straterelli chiari e scuri, simili alle varve, depositi di sedimenti che si formano nei laghi. Tale stratificazione si è formata, probabilmente, con cadenza stagionale: ogni lamina chiara corrisponderebbe al semestre invernale, quelle scure corrisponderebbero al semestre estivo. Dal conteggio di queste lamine sembrerebbe che la struttura sia rimasta in uso per almeno 250 anni.

Dai materiali rinvenuti la data d’inizio d’uso della vasca è da porsi nella seconda metà del XV secolo a.C., momento della piena fioritura delle terramare. L’alimentazione della vasca non è ancora chiarita, sebbene sia molto probabile che l’acqua sia stata portata nella vasca a forza di braccia, forse in contesti rituali. Bisogna, però, considerare il fatto che al momento della realizzazione della struttura i lavoranti hanno operato all’asciutto, come dimostrano le impronte umane in una zona, che doveva essere fangosa. Ciò escluderebbe che potesse già essere piena d’acqua, la quale, dall’entrata in funzione del monumento in avanti, la riempiva per parecchi metri. Certamente l’acqua contenuta nella vasca non poteva essere solo di origine piovana

Tra gli oggetti rinvenuti all’interno della vasca, gli unici di carattere specificatamente sacro sono alcuni vasetti miniaturistici e animaletti. Per il resto sono stati recuperati un centinaio di vasi delle stesse tipologie riscontrabili anche in ambito abitativo. I più importanti oggetti di Noceto sono gli oggetti di legno, tra i quali spiccano quattro aratri lignei del tipo di «Trittolemo», databili alla seconda metà del XV secolo a.C. Forse questi aratri erano stati gettati nell’acqua della vasca dopo un’aratura rituale, intesa come atto di fecondazione della terra; gli esempi più famosi sono alcune raffigurazioni rupestri della Valcamonica in cui un uomo itifallico è intento ad arare sotto un grande simbolo solare.

Vi è da aggiungere un dato: mancano completamente oggetti di bronzo. Tale assenza, certamente intenzionale, è inspiegabile, soprattutto tenendo conto del fatto che spesso il metallo era l’offerta preferenziale. Probabilmente il contesto rituale della vasca è diverso da quello riscontrato nei luoghi naturali in cui abbondano, in particolare, le armi.

Tutti gli oggetti rinvenuti sono stati ‘affondati’ nelle acque intenzionalmente, facendoli scivolare dal bordo della struttura, quando erano ancora funzionanti e sani e, nel caso dei vasi, tutti in «posizione di vita», vale a dire con l’imboccatura verso l’alto. Inoltre è documentata anche la presenza di ciottoli dalle forme arrotondate e anche di tipologie geologicamente esotiche, che erano stati gettati volutamente nella vasca e parti animali come parti di cranio e corna.

Che si tratti, quindi, di un luogo sacro non ci sono dubbi. Tuttavia vi è un’altra circostanza, oltre all’assenza dei metalli, che lascia perplessi. Ammettendo una funzione rituale della vasca sarebbe logico trovare le tracce dei molti atti di deposizione susseguitisi nel tempo, in questo caso, però, si osserva un episodio fondamentale, che può anche aver avuto una certa durata, ma che sembra abbastanza circoscritto temporalmente, nel quale rientrano gli oggetti trovati. Infatti, al di sopra di questi ultimi, per oltre 2,5 metri di depositi, i materiali sono molto scarsi e quindi l’utilizzo della costruzione è limitato ad un periodo abbastanza localizzato. Da ciò si può dire che forse siamo in presenza di un santuario federativo delle terramare padane oppure di un luogo sacro ad uso e consumo della terramara di Noceto, distrutta nell’800.

Molti interrogativi rimangono aperti, si spera dunque che le indagini tuttora in corso riescano a far luce sui punti ancora oscuri del sito. Inoltre nel ritrovamento straordinario un’ulteriore sorpresa: al di sotto della vasca descritta finora, ne è venuta alla luce un’altra più grande e antica. Questa, come spiegato dall’archeologa Angela Mutti, aveva pareti rivestite di assi, rinforzate con pali verticali e travi orizzontali, alternate a montanti verticali centrali, ma a causa delle grandi dimensioni e forse per le tecniche utilizzate, i due lati lunghi sono franati probabilmente prima ancora che l’opera fosse completata. Così pali, travi, assi crollate della prima vasca sono ancora nella posizione di crollo o in cui sono state lasciate, inframmezzate da zone di terreno segnate da innumerevoli impronte umane dei suoi costruttori.

Queste ultime, in particolare, sono veramente suggestive. Se pensate che un bravo archeologo rivive sempre ciò che scava, il poter vedere e riportare in luce le tracce dei nostri predecessori è uno spunto ancora più entusiasmante, che regala un senso di unione con chi è stato e non è più, ma rimane ancora, in tal modo, fortemente presente. Se riapriranno il cantiere al pubblico, Vi consiglio la visita: ne uscirete senz’altro arricchiti.

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