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L’agricoltura che ci sfama… e che ci asseta

I veri sprechi d’acqua e le tecnologie per contrastarli

di Nicola Andreatta


(fonte immagine)

Preferite la doccia alla vasca. Avviate le lavatrici e le lavastoviglie solo se sono a pieno carico. Chiudete il rubinetto mentre vi insaponate, vi radete, vi lavate i denti…. Tutti consigli corretti, giustissimi, ma attenzione: queste accortezze sono quasi del tutto superflue se si tiene conto che solo il 12% delle risorse idriche italiane è riservato all’uso domestico. E, ancor più importante, solo la metà di quella piccola fetta arriva fino ai vostri rubinetti, poiché gran parte dell’acqua fuoriesce durante il percorso negli acquedotti, i quali sono in uno stato pressoché vergognoso. A che pro campagne su campagne per l’uso responsabile dell’acqua in ambito domestico, quando in realtà il vero spreco è ben lontano dalle mura casalinghe? Intendiamoci, i piccoli accorgimenti quotidiani sopra ricordati sono importanti, ma i risultati ottenibili con questi metodi impallidiscono di fronte ai veri sprechi, che sono in agricoltura. I dati parlano chiaro: il 70% dell’utilizzo mondiale delle risorse idriche è destinato all’irrigazione. La percentuale aumenta se si prendono in considerazione alcuni paesi del terzo mondo, dove circa il 90% dell’acqua va a finire nei campi altrimenti improduttivi lasciando così all’asciutto gran parte della popolazione, la quale è costretta a servirsi dei rimasugli, spesso esigui e inquinati.

Oggi circa il 40% della produzione agricola mondiale proviene da terreni irrigati, i quali costituiscono il 16% della superficie totale coltivata. Si calcola però che nel 2040 i prodotti provenienti da terreni irrigati saranno ben l’80% del totale. Sono dati che devono destare timore, poiché l’irrigazione è sicuramente una tecnica che aumenta notevolmente la disponibilità alimentare, ma allo stato attuale rappresenta la maggior forma di consumo idrico, consumo spesso non giustificato di una risorsa che non è infinita, come in molti continuano a pensare. Insomma, bisogna distinguere bene il concetto di «uso» da quello di «spreco».

Non servono complicati calcoli per capire che i prelievi destinati all’agricoltura superano in molti casi la disponibilità delle riserve naturali quali laghi, fiumi e falde sotterranee. Le prove infatti sono evidenti, non solo nel sud del mondo: il fiume Colorado (USA) da oltre quarant’anni non arriva al mare se non in seguito a precipitazioni particolarmente abbondanti, a causa dei prelievi proibitivi effettuati lungo tutto il suo percorso. Per motivi simili il lago Ciad (Ciad, Camerun, Niger e Nigeria) non è che la quarta parte di quello che era fino agli anni Sessanta. Il caso più eclatante è però quello del lago d’Aral (Uzbekistan, Kazakistan), una volta il quarto lago del mondo per grandezza, ora sempre più vicino alla morte (è ridotto ad un decimo della superficie originaria) – tutto questo in seguito alla favolosa idea di deviare i suoi due emissari alla volta dei neonati campi di cotone.

E in Italia? La situazione non è delle migliori. Va detto che i dati cambiano sensibilmente da un’indagine all’altra, ma il concetto resta più o meno sempre lo stesso: più del 60% dei 65 miliardi di metri cubi d’acqua dolce erogata ogni anno è destinato all’agricoltura. Niente di strano se si pensa che proprio il nostro bel Paese è in testa alla classifica non solo per quanto riguarda il consumo d’acqua giornaliero per abitante, ma anche per la maggior estensione di superficie irrigata. E cosa ce ne facciamo di questo primato? È legittimo chiederselo, poiché con i nostri 4.500.000 ettari di terreno irrigato potremmo sfamare più di 200 milioni di abitanti. Sapendo che il nostro irrigatissimo stivale conta poco più di 60 milioni di anime, e sapendo che i vincoli UE in campo di commercio alimentare parlano chiaro, è ovvio che questo incredibile surplus di produzione viene cestinato. Sono rari i casi nei quali il termine «spreco» è più azzeccato. Non solo spreco alimentare, ma anche e soprattutto d’acqua, la quale come si è visto è tutt’altro che illimitata. Uno spreco che se cancellato potrebbe eliminare per sempre alcuni problemi che già adesso gli italiani conoscono bene, come il deficit idrico del Sud, che a intervalli più o meno lunghi ritorna a dare notizia sulle testate nazionali.

Serve più buon senso, e soprattutto servono più controlli. Si calcola che in Italia solo il 5% dei consorzi di bonifica e di irrigazione siano dotati di contatori, cosicché il pagamento dell’acqua è calcolato in base alle colture ed alla superficie coltivata, invece che in base ai reali consumi. Oltre a questo c’è la piaga dell’abusivismo, o definito tale. Nel nostro paese l’acqua produttiva – ovvero quella destinata all’agricoltura e all’industria – rappresenta solo il 10% dell’acqua fatturata, cifra che va a cozzare duramente con le statistiche sopra riportate. Tutto ciò significa che l’acqua produttiva agli agricoltori ed agli industriali costa poco, quasi nulla, ed è questo il vero motivo degli sprechi: perché i produttori dovrebbero caricarsi di nuove spese per ridurre l’utilizzo idrico, quando questo bene è pressoché gratis? Come si può disciplinare l’uso di questa risorsa quando è così semplice appropriarsene indebitamente? Secondo Lega Ambiente, infatti, il furto d’acqua è un fenomeno tutto in ascesa, contando circa 6 mila illeciti penali/amministrativi tra il 2003 e il 2006.

È ovvio che questi sprechi vanno eliminati, ovunque. Ma se questi non sono tagliati in Italia e più in generale nei paesi ‘ricchi’, come si può pensare che nel Sud del mondo le cose vadano diversamente? Ecco perché sta a noi dare quello che non siamo mai stati in grado di dare, ovvero il buon esempio. Per razionalizzare le risorse idriche servono tecnologie apposite, sia nuove che ‘antiche’; bisogna rassegnarsi a realizzare colture adatte ai vari contesti meteo-climatici ed economici; si deve inseguire con ogni mezzo il riciclo delle acque, in primis il riuso delle acque depurate. Si è detto tecnologie nuove, ma anche ‘vecchie’: il recupero delle acque piovane, per fare solo un esempio, è antico ma palesemente funzionale allo scopo. Per quanto riguarda le nuove tecnologie, ci sono decine di buoni esempi che dobbiamo seguire: in Olanda e in Israele l’irrigazione goccia a goccia è utilizzata su larga scala, mentre da noi rimane tutt’oggi una «tecnologia per pochi», soprattutto in certe regioni. Sempre in quei due paesi, come prassi, l’acqua di mare viene desalinizzata, e le acque nere vengono in buona parte riciclate.

A nostra parziale discolpa, c’è da dire che in Italia vi sono molti progetti interessanti che, se applicati e controllati a dovere, potrebbero dare una vera soluzione agli enormi sprechi dell’acqua produttiva. In primo luogo nel luglio del 2009 è stato presentato a Roma il progetto a carattere nazionale Irriframe, promosso dall’ANBI (Associazione Nazionale Bonifiche, Irrigazioni e miglioramenti fondiari). Il progetto mira ad eliminare gli sprechi dovuti alle irrigazioni non puntuali di cui si è accennato, unendo i dati delle disponibilità delle riserve idriche con i dati specifici di ogni distretto irriguo. Questo raffronto permetterà ad ogni agricoltore di visualizzare (attraverso un qualsiasi computer o cellulare collegato alla rete) i dati necessari per una corretta irrigazione dei suoi terreni. Di concezione totalmente diversa è il progetto Centeuro, realizzato dall’Istituto Agrario di San Michele all’Adige (Trento) nell’estate del 2009. A differenza di Irriframe questa tecnologia si propone di analizzare direttamente nei terreni coltivati l’umidità del suolo attraverso apposite sonde, in modo da poter trasmettere in tempo reale all’agricoltore i dati necessari per una corretta irrigazione, e soprattutto senza sprechi. Questa, se realizzata su larga scala, potrebbe essere un’iniziativa vincente, anche perché il progetto parte dall’economicità dei nuovi strumenti: da qui il nome «Centeuro». In pratica questa nuova tecnologia – pensata in primo luogo per l’irrigazione goccia a goccia di frutteti e vigneti – potrebbe ridurre del 40% lo spreco d’acqua dovuto alla sovra-irrigazione, prassi altrimenti difficile da eliminare. Da notare che questa tecnica, definita da qualcuno eccessivamente «centrifuga», è stata di recente affiancata da un altro progetto, concettualmente più vicino alle caratteristiche di Irriframe, denominato «Carta dei suoli e dei paesaggi delle aree agricole del Trentino». Tale lavoro, reso pubblico nel 2010, mira a raccogliere e memorizzare informazioni sulla totalità dei terreni trentini per essere in grado in un prossimo futuro di gestire al meglio l’irrigazione.

Insomma, lo spregiudicato sfruttamento delle risorse idriche è un problema grave, gravissimo, che deve essere affrontato con un dispiego di energie che va ben oltre la singola attenzione domestica. Come si è visto, esistono delle soluzioni, che però vanno incoraggiate, se non imposte ai produttori. Quindi sì, regolate lo sciacquone del vostro wc in modo che questo non consumi più di un litro d’acqua al giorno. Ma ricordatevi che quei tre ipotetici etti di riso che avete cucinato a pranzo sono costati circa 2 mila litri d’acqua. Noi consumatori dobbiamo dunque fare di più, possiamo dire la nostra acquistando prodotti di stagione, frutta e verdura biologica, prodotti con il marchio di qualità. Perché è inutile tappare con un dito una piccola falla, se il mondo fa acqua da tutte le parti.

Fonti:

www.legambiente.it
www.iasma.it
www.ecoblog.it

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