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Quanta acqua serve per coltivare neve?

Quando le migliori soluzioni vengono dalle fogne

di Nicola Andreatta


(fonte immagine)

Innevare artificialmente costa moltissimo, sia in termini economici che ambientali. Come tutti possono constatare con i propri occhi, a causa dei cambiamenti climatici il ruolo dei cannoni da neve sta sempre più trasformandosi da quello di semplici integratori della neve naturale a quello di protagonisti indispensabili della stagione invernale. Con il surriscaldamento globale in corso la certezza di un buon innevamento è purtroppo sempre minore: dal cielo scende sempre meno neve, ma paradossalmente dalle pianure salgono sempre più sciatori. Il fenomeno del surriscaldamento va di pari passo con quello della commercializzazione degli sport invernali, e la logica conseguenza è il primato della neve artificiale su quella naturale.

Montagne di neve «coltivata», o «tecnica», come la definiscono gli esperti, perché il termine «artificiale» desterebbe immagini negative nella mente del cliente, allontanandolo dalle piste. Denominiamola come vogliamo, resta il fatto che la neve «coltivata» ha delle caratteristiche differenti da quella naturale: è più compatta e meno isolante, si scioglie in tempi più lunghi e spesso contiene additivi che hanno risvolti molto dannosi per la flora alpina.

Ma cosa significa materialmente imbiancare una pista? In media con mille litri d’acqua, ovvero con un metro cubo, è possibile produrre circa 2 metri cubi di neve artificiale. Quindi per ricoprire una pista di dimensioni medio-piccole, intorno ai 1600 metri totali, vengono utilizzati non meno di 20 mila metri cubi d’acqua, che convertita in neve riempirebbe più di 40 mila camion. Altre fonti parlano di 4mila metri cubi d’acqua ogni ettaro di pista. Continuando a dare i numeri, c’è chi ha calcolato che per i 24 mila ettari di piste sciistiche presenti nelle Alpi occorrono circa 95 milioni di metri cubi d’acqua, sufficienti a dissetare per un anno più di 1 milione e mezzo di individui. Ma sono solo numeri, e soprattutto, quell’acqua mica proviene dall’acquedotto, si potrebbe pensare. Sbagliato: l’acqua viene attinta da bacini di raccolta dell’acqua piovana, da torrenti, da fiumi, da sorgenti e, in caso di magra, dalla rete dell’acqua potabile.

E i periodi «di magra» non sono per nulla rari, anzi, sono nella norma. Poiché come è noto in gennaio e febbraio la disponibilità d’acqua è estremamente limitata. Per fare un esempio qualche anno fa la Carosello Ski, una delle società che gestisce gli impianti sciistici dell’altopiano di Folgaria, in Trentino, avrebbe speso più di 300 mila euro per la fornitura d’acqua potabile, l’equivalente di circa 215 mila metri cubi d’acqua potabile (si tenga presente che una famiglia di quattro persone consuma in media 200 metri cubi d’acqua all’anno). È l’ennesimo spreco del bene pubblico più prezioso che possediamo. Ma chi lo spiega ai gestori degli impianti? E agli sciatori? Come dire a queste persone che l’unica alternativa realmente «sostenibile» sarebbe rassegnarsi ed aspettare le nevicate naturali?

Per tutti questi motivi non può che essere accolta favorevolmente l’iniziativa del comune di Asiago, in Veneto: sparare neve ottenuta attraverso il riuso delle acque provenienti dalle fogne. Il progetto è stato lanciato dall’Etra, l’azienda che gestisce il sevizio idrico comunale, in comunione con l’amministrazione locale. Ad usufruire della nuova risorsa sono le piste del Kaberlaba che da quest’anno collegano il proprio bacino di raccolta con il depuratore di Asiago per mezzo di due chilometri di tubature. L’acqua purificata, arrivata a destinazione, viene poi sparata con i classici cannoni.

Neve riciclata dunque, neve «verde», per abbattere gli sprechi d’acqua potabile. Ma è sicura? Tutti gli sciatori sanno bene che non sempre è facile tenere la bocca chiusa mentre si scende a missile sulle piste e, trattandosi di neve «riciclata», qualche timore può legittimamente nascere. A questo proposito abbiamo rivolto alcune domande alla famiglia Rigoni, la quale gestisce l’albergo Orthal, situato a ridosso delle piste: «La neve è uguale, identica, una neve ottimale» affermano subito. A certificare la ‘bontà’ della neve ci sono infatti numerose analisi effettuate nei due anni di incubazione del progetto. I gestori tengono tra l’altro a precisare che gli sciatori, informati puntualmente sulla qualità della neve che andavano a calcare, non hanno avuto in nessun caso motivo di lamentarsi, «anzi!». La nuova tecnica consente quindi di allungare la stagione sciistica senza per questo svuotare le riserve d’acqua potabile: «con i ritmi di quest’anno, il laghetto utilizzato negli anni scorsi si sarebbe svuotato in soli dieci giorni». Dunque più neve e più a lungo, senza usare acqua potabile. Grazie alle fogne.

Fonti:

www.officinaambiente.it
www.legambiente.it

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