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Iren sul referendum. Votare sì o votare no?

di Gaspare Ingargiola e Giuseppe Facchini

 

Il referendum è ormai alle porte: tra meno di 10 giorni l’Italia andrà al voto. La questione della privatizzazione dell’acqua riguarda tutti i cittadini e per questo, al di là delle convinzioni personali, è importante che ciascuno si formi una propria idea e vada a votare. Water(on)line ha cercato di ascoltare entrambe le parti per capire meglio cosa significhi “privatizzazione dell’acqua” e cosa cambierebbe con la vittoria del sì e con quella del no. Iniziamo chiedendo il parere di Iren S.p.A., azienda nata dalla fusione di Iride ed Enìa e che in Emilia si occupa di gas, luce, rifiuti e, appunto, gestione dell’acqua. Abbiamo incontrato Eugenio Bertolini, direttore operativo di Iren, e Selina Xerra, responsabile delle relazioni esterne.

 

La questione centrale è innanzitutto capire qual è attualmente la situazione dell’acqua in Italia: l’acqua è pubblica o privata?

 

Senza dubbio la proprietà è pubblica: chiedere se con la vittoria del sì l’acqua tornerebbe pubblica è una questione mal posta. Quella che è in discussione è la gestione e distribuzione, non la proprietà. A Parma, ad esempio, la proprietà è della società costituita dai Comuni della provincia (Parma Infrastrutture), mentre la gestione è privatizzata e affidata ad Iren S.p.A. In sostanza, col referendum si chiede ai cittadini se vogliono tornare o meno a un gestione pubblica dell’acqua”.

 

Quindi esiste una forma di privatizzazione?

 

Esiste già da diversi anni. Il decreto Ronchi, infatti, è un decreto attuativo, che sancisce una situazione di fatto pre-esistente. Già la legge Galli del 1994 introduceva il concetto di servizio idrico integrato (riguardante, cioè, l’intero ciclo di captazione, adduzione e distribuzione dell’acqua): venivano istituiti gli Ambiti Territoriali Ottimali (Ato), aree di gestione delimitate in corrispondenza (almeno teorica) dei bacini idrografici. Nei fatti vennero grosso modo ricalcati i confini amministrativi. Con gli Ato venne creato un servizio pubblico che coordinasse e gestisse al meglio le varie fasi del ciclo dell’acqua. Tuttavia gli Ato non sono necessariamente pubblici: possono essere anche privati o misti pubblico-privato. Il successivo decreto 152 del 3 aprile 2006 (Norme in materia ambientale) ha aggiunto il principio di efficienza, efficacia ed economicità della gestione: in pratica “obbligava” al miglioramento del servizio. Il decreto Ronchi del 2009, ora divenuto legge, recepisce queste indicazioni e stabilisce che questo miglioramento del servizio può essere apportato istituendo gare pubbliche d’appalto, alle quali evidentemente possono partecipare anche i privati”.

 

Di cosa si occupano gli Ato?

 

Gli Ato dovrebbero essere soggetti terzi sia rispetto all’amministrazione pubblica sia rispetto all’azienda che gestisce il servizio idrico. Stabiliscono la programmazione e il livello degli investimenti, l’organizzazione e la qualità di erogazione del servizio e i profili tariffari. Le tariffe sono date da un modello di calcolo stabilito dai costi operativi nella gestione del servizio, dai canoni di concessione che il gestore deve pagare all’amministratore e dagli ammortamenti dovuti agli investimenti che il gestore mette a disposizione anticipatamente sulle infrastrutture. In pratica gli Ato stabiliscono gli investimenti e le aziende devono prendersene interamente carico anche prima della loro realizzazione”.

 

Alla privatizzazione però è tendenzialmente legato un aumento delle bollette.

 

Innanzitutto il limite dell’aumento tariffario è stato definito dal decreto al massimo del 7%, che tra l’altro è insufficiente a garantire un rientro equo da un punto di vista remunerativo: e se non c’è questo rientro al privato non conviene investire. Basti considerare che in proporzione al limite del 7% la percentuale del capitale di rischio è del 10-15%. Quando la gestione è pubblica gli aumenti generalmente non si verificano perché l’amministratore tende a occuparsi più della manutenzione straordinaria (per intenderci la riparazione dei tubi delle fogne o dei tombini che saltano, che sono le cose che colpiscono maggiormente l’attenzione dei cittadini), ignorando quasi del tutto quella ordinaria (come la messa a punto degli impianti di depurazione, un aspetto che i cittadini conoscono meno). L’aumento delle bollette quindi è dovuto alla necessità di recuperare questo disavanzo: da questo aumento dipende la possibilità d’intervento. Se la cosa pubblica si occupasse con più costanza ed efficacia di manutenzione ordinaria, dove andrebbe a prendere le risorse? In questo caso l’unica soluzione sarebbe proprio la fiscalità generale. Basti pensare che in Italia ben 168 città hanno urgenti necessità d’intervento e che gli investimenti indispensabili ammontano a un totale di 64 miliardi di euro, con una cifra minima annua di 2 miliardi: non a caso l’Unione europea, per quanto riguarda l’ambito della depurazione, ha aperto nei confronti del nostro Paese una procedura d’infrazione. Ad oggi per “depurare una persona” sarebbero necessari dai 300 ai 500 euro. Un cittadino in bolletta spende in media dagli 80 ai 100 euro. È chiaro che la discrepanza tra costi e ricavi è n-volte in favore dei primi. Per trovare questi soldi ci sono due metodi: o con i finanziamenti pubblici (che negli ultimi anni però hanno subito un netto crollo) o co-investimenti pubblico-privati nei quali però lo Stato partecipa solo per il 10-11% mentre il resto è anticipato dal privato. Ed è una percentuale focalizzata prevalentemente nel Sud Italia, perché al Nord il co-finanziamento pubblico tende allo zero. Nonostante la quasi assenza dello Stato, per le aziende private sarebbero sufficienti aumenti dai 40 ai 50 centesimi di euro al metro cubo”.

 

Quali sono i termini degli accordi tra le aziende vincitrici e gli Ato?

 

In genere i sindaci e la provincia approvano un documento di programmazione del piano d’ambito che ha una base trentennale ma viene rivisto ogni 5 anni: se l’investimento previsto in questi 5 anni non è stato assicurato e il servizio non è stato efficiente, viene fatta una valutazione sul rapporto qualità/prezzo della gestione. In caso di valutazione negativa, se il gestore ha guadagnato più del dovuto deve distribuire nuovamente, via bolletta, gli introiti in più. Se invece ha guadagnato meno del dovuto si rivede il piano per consentire al gestore di recuperare”.

 

Gli Ato dovrebbero essere soggetti neutri ma non sempre è così. Quali sono le problematiche relative alla loro istituzione?

 

Beh, un primo problema è legato al fatto che il gestore, soprattutto un gestore grosso come Iren, avrebbe bisogno di avere a che fare con una controparte qualificata. Spesso il controllore, invece, svolge un lavoro essenzialmente burocratico, di scartoffie, ma non ha il know how e le competenze per comprendere appieno quello che facciamo. Negli Ato non ci sono veri controllori perché mancano i professionisti qualificati. Questo è l’elemento critico. La legge Ronchi, per esempio, non stabilisce l’obbligatorietà della privatizzazione ma della messa in appalto del servizio, mentre non prevede, allo stato attuale delle cose, la creazione di un’Authority nazionale qualificata. E poi non sono rari i casi di conflitti d’interesse. Se l’Ato è una società mista pubblico-privata, per esempio, si può verificare il caso di un consigliere comunale che faccia anche parte del consiglio di amministrazione dell’ente deputato alla verifica o dell’azienda vincitrice della gara d’appalto. Ancora, si sono verificati casi paradossali in cui la vincitrice della gara era una S.p.A. costituita dagli stessi Comuni: è il caso di Agac, l’azienda che aveva vinto l’appalto della gestione dell’acqua nella provincia di Reggio Emilia e che era costituita dai 45 Comuni, gli stessi che avevano indetto la gara. In pratica, il controllato era anche il controllore. Per un’azienda privata è difficile interloquire positivamente quando la controparte presenta queste problematiche”.

 

Quali servizi si aggiudica il privato che vince la gara d’appalto?

 

È chiaro che in ambito di gara d’appalto a poter partecipare sono solo soggetti di certe dimensioni, perché ad investire così tanti soldi non può essere il piccolo imprenditore. In genere ciò che colpisce i finanziatori (ossia le banche) è proprio la bancabilità del progetto, cioè la prospettiva di un grosso guadagno. Il privato, una volta che interviene, lo fa su tutto un territorio senza soggetti terzi concorrenziali e si occupa di tutte le fasi del circuito integrato (captazione, depurazione e distribuzione) dell’acqua, perché altrimenti il progetto non è conveniente per il privato né allettante per i finanziatori. Perfino la gestione di fontanelle, case dell’acqua, ecc., spetta all’azienda aggiudicatrice”.

 

A proposito di investimenti e finanziamenti, in data 20 maggio sul quotidiano parmense Polis è uscita la notizia di una vostra esposizione debitoria per 1 miliardo di euro.

 

Come spesso succede, i giornali riportano notizie di seconda mano e si genera disinformazione. Il nostro debito, che è comunque grosso e non lo nascondiamo, va inserito nell’ambito di un fatturato da 4 miliardi di euro e di un piano industriale in base al quale abbiamo dovuto garantire anticipatamente gli investimenti. In pratica in questo sistema si verifica un disallineamento tra i tempi degli investimenti e i tempi del rientro economico, per cui, mentre il debito ha una collocazione temporale a breve termine (da 1 a 5 anni), il rientro economico in genere è a medio-lungo termine: è proprio quello che stiamo cercando di ottenere anche noi attraverso prestiti e finanziamenti dalle banche. Del resto, se le tariffe e le bollette consentono un recupero remunerativo con tempi più lunghi rispetto alle spese fatte, non dipende da noi. Teniamo a precisare, inoltre, che il debito non influirà minimamente sulle bollette e che il tetto massimo del 7% dell’aumento tariffario verrà comunque rispettato”.

 

In termini di relazioni esterne sono richieste garanzie di trasparenza dell’informazione?

 

Certamente, è imposta una serie di standard: in quanto tempo bisogna giungere in un luogo in caso di disservizio, che tipo di accesso all’azienda bisogna garantire all’utenza, quante ore bisogna aprire gli sportelli al pubblico, come dobbiamo fare le fatture delle bollette, ecc. C’è anche una Carta dei servizi che stabilisce tutti questi aspetti. E sono previsti rimborsi e sanzioni”.

 

E se il cittadino volesse conoscere il passato dell’azienda, sapere se lavora bene, ecc., come può muoversi? Pensiamo anche al pericolo delle infiltrazioni mafiose…

 

In quel caso dovrebbe visionare gli atti delle gare d’appalto, che sono atti pubblici. Anche se non sappiamo fino a quanto il cittadino faccia effettivamente attenzione in questi casi. Certo la questione è sempre quella dei controlli: più sono rigidi gli standard da rispettare e severi i controlli, più diminuisce il pericolo delle infiltrazioni mafiose. Sicuramente al 100% non lo si può escludere, ma vale per la gestione dell’acqua come per ogni altro ambito della vita pubblica”.

 


 


About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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