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Nucleare: dal dramma giapponese ai dubbi di casa nostra

di Giuseppe Facchini


Da Fukushima continuano ad arrivare notizie poco rassicuranti. Anzi, per qualcuno non si sta neppure dicendo tutta la verità, che a dire degli stessi sarebbe ben più grave. Restano, però, le immagini di una tragedia senza precedenti, di quelle che stanno portando in Occidente la fobia per le nubi tossiche e tanta confusione. Nessuno escluso, dai potenti ai comuni mortali.

 

Non c’è ancora una linea comune (la Merkel tentenna, Sarkozy è favorevole tutta la vita, in Italia il ministro Romani predica un “periodo di riflessione”), ma di nucleare, reattori e scorie se ne parla continuamente in tutto il continente, magari senza neppure capirci più di tanto. E il 12 giugno il referendum per ricominciare col nucleare in casa si avvicina (fino al 1990 in Italia erano attive quattro centrali), senza continuare ad avere quella certezza che tutti sappiano davvero di cosa si stia parlando.

 

“Il nucleare è certamente una risorsa, che come tutte le attività umane ha dei potenziali rischi”. Sono di questa opinione Piero Pelloni, ordinario di Ingegneria Nucleare all’Università di Bologna, Nicola Cerullo, docente della stessa disciplina all’Università di Genova, e l’Ing. Guglielmo Lomonaco, collaboratore del professor Cerullo al politecnico ligure.

 

Ma prima di parlare di nucleare in generale, è necessario fare un po’ di chiarezza su quanto è accaduto in Giappone. “La centrale di Fukushima è stata sottoposta alle sollecitazioni conseguenti ad uno dei sismi più forti della storia, al 9° grado della scala Richter, ed al conseguente devastante maremoto, con onde superiori a 14 metri nel sito della centrale”. Questo l’esordio degli esperti genovesi, che aggiungono come entrambi i fenomeni naturali siano “andati ben al di là dei livelli correttamente ipotizzabili in sede di progetto. Ciò nonostante, la solidità ingegneristica complessiva della tecnologia nucleare ha permesso di evitare che i malfunzionamenti della centrale avessero ripercussioni significative sulla salute della popolazione circostante la centrale stessa”.

 

Provando a ricostruire la tragedia, Cerullo e Lomonaco ipotizzano che “tre reattori su sei di Fukushima Daiichi erano in funzione quando il terremoto ha colpito. Questi, insieme ad altri che non hanno avuto problemi neanche successivamente, per un totale di 11 nella zona interessata dal terremoto/maremoto, si sono spenti automaticamente, come previsto, grazie all’ inserimento delle barre di controllo. È così cominciata la rimozione del calore residuo facendo funzionare i sistemi di raffreddamento di emergenza alimentati con energia elettrica generata da motori diesel, i quali hanno cessato di funzionare dopo circa un’ora, colpiti dall’onda dello tsunami. Senza l’energia per muovere le pompe per raffreddare i reattori, la quantità di acqua dei circuiti di raffreddamento si è ridotta, diventando vapore. Ciò ha portato all’abbassamento del livello nel nocciolo dei reattori (con conseguente parziale scopertura delle barre di combustibile) ed un aumento di pressione nelle strutture di contenimento primario degli stessi. Il surriscaldamento delle barre di combustibile ha probabilmente prodotto, a seguito delle reazione di ossidazione dello zircaloy (materiale costituente le camicie contenitive, ndr) da parte dell’acqua, la formazione di significativi quantitativi di idrogeno. Come previsto dalle procedure operative di emergenza, ad intervalli regolari, i tecnici hanno rilasciato delle quantità controllate di vapore , contenente anche idrogeno, all’esterno del contenimento primario. Poiché tale vapore, essendo stato a contatto con il nocciolo del reattore, è, se pur debolmente, radioattivo, si è trattato di una decisione difficile ma necessaria, non di una situazione fuori controllo come qualcuno ha detto e scritto. Il vapore in realtà è stato rilasciato all’interno della struttura del contenimento secondario, il cosiddetto edificio reattore. Proprio in questa struttura, ci sono state le esplosioni dell’idrogeno accumulato nella parte alta delle unità 1 e 3, ma va sottolineato che la barriera primaria di contenimento per questi reattori è rimasta intatta. Gli sforzi per raffreddare il nocciolo dei reattori delle unità 1, 2 e 3 sono continuati, con acqua di mare pompata per giorni, mentre adesso si sta ripristinando l’alimentazione elettrica esterna per riavviare i normali sistemi di refrigerazione e portare i reattori al normale stato di piena e duratura sicurezza. Il cosiddetto spegnimento freddo”.

 

Ma gli sforzi per cercare di raffreddare completamente il nocciolo non stanno ancora portando ad una conclusione vicina al termine, aumentando i dubbi e le paure che lo spettro di Chernobyl 1986 stia tornando in vita. “Paragone improponibile: diverso l’evento e diversa la filiera di reattori in questione, mai utilizzati in Occidente” afferma categoricamente Pelloni, mentre, come aggiunge Cerullo, “i limitati rilasci complessivi di materiali radioattivi e le dosi rilevate nelle vicinanze del sito sono stati migliaia di volte inferiori a quelli di Chernobyl. Al di là dell’onda emotiva irrazionale suscitata dall’allarmismo e dal catastrofismo di molti media, qualsiasi paragone con quell’incidente è scientificamente scorretto e fuorviante”.

 

E l’emozione suscitata dal devastante episodio nipponico sta mettendo sempre più gente sul chi va là nei confronti del nucleare. Più di quanto già non lo sia. E, per ciò che riguarda l’Italia, a due mesi dal referendum, l’indecisione è l’unica certezza sulla strada da intraprendere.

 

“Nel nostro Paese –secondo Cerullo e Lomonaco- sono stati proposti per le nuove costruzioni impianti della generazione III+, che hanno già inglobato nelle loro specifiche di progettazione praticamente tutti gli insegnamenti che dall’incidente di Fukushima si possono trarre, come il maggiore ricorso a sistemi passivi di refrigerazione di emergenza, aumento della ridondanza dei sistemi di emergenza e la capacità degli impianti di gestire maniera ancora più efficiente e meno impattante i cosiddetti incidenti severi. Purtroppo il rischio concreto è quello di scelte compiute sull’onda di irrazionali paure, spesso alimentate ad arte, con tutto quanto di negativo ciò può comportare in una tematica complessa e gravida di implicazioni future quale quella energetica”.

 

Su di una simile linea di pensiero anche il Prof. Pelloni, che dice: “Secondo la mia opinione, la strada del referendum non è corretta, in quanto le scelte energetiche dovrebbero essere affidate alla competenza degli esperti e non alla popolazione. Ovviamente, l’incidente ad un reattore, sia pure datato, scatena le paure della gente, con scontati riflessi sulle decisioni a livello politico”.

 

Forse è anche vero che decisioni così delicate debbano essere prese da esperti meno inclini a giungere alle più corrette conclusioni “di pancia” come potrebbe, invece, fare la gente comune, spaventata da un qualcosa che già nel nome non evoca pensieri positivi. Ma è importante sottolineare che anche la classe dirigente non sa ancora come comportarsi dinanzi alla questione del nucleare. Da nord a sud, i governatori regionali, ad esempio, le pensano tutte per escludersi da ogni discussione. Da chi si gioca la carta sismico/morfologica del proprio territorio (Cota, Piemonte, e Zaia, Veneto), a chi si proclama autosufficiente (Formigoni, Lombardia); da chi, per deformazione ambientalista, non è disposto a scendere a patti (Vendola, Puglia), a chi è contrario per programma politico locale (Polverini, Lazio). Il nucleare nel giardino di casa non lo vuole nessuno. Meglio se finisce in quello del vicino.

 

E allora: è una questione solo emotiva e irrazionale o è proprio vero che di nucleare non tutti ne capiscono come dovrebbero? “La localizzazione di un impianto nucleare è un processo complesso che viene portato avanti, con metodi scientifici –dicono Cerullo e Lomonaco- tenendo conto di tutti i possibili parametri di interesse, come quello sismico, il rischio di eventi naturali, la densità di popolazione e l’impatto paesaggistico. Certo, l’attuale clima di terrorismo mediatico che si è (ri-)scatenato nei confronti del nucleare ha sicuramente portato molti politici a cercare di salvaguardare prima di tutto il proprio tornaconto elettorale nella maniera più semplice, e cioè cavalcando l’onda emozionale piuttosto che cercando di valutare correttamente l’opportunità nel medio e nel lungo periodo di adeguate scelte strategiche”. Inoltre, come aggiunge Pelloni, “occorre acqua per i condensatori e quindi i siti ideali sono lungo i fiumi di portata adeguata oppure presso le coste per ricorrere all’acqua di mare. Ricordiamo che nella maggior parte dei casi, il condensatore è esterno alle zone di possibile contaminazione. Quanto all’informazione vi è sicuramente una decisiva carenza, ma il problema è quello di fare capire che il fabbisogno energetico non si risolve con le fonti cosiddette rinnovabili, che la fusione è ancora lontana e che i combustibili fossili sono sempre più costosi e destinati ad esaurirsi. Un futuro buio e freddo non mi pare da preferirsi ai rischi del nucleare”.

 

Infine, tornando da dove si è partiti, e cioè che come il nucleare tutti i processi per produrre energia portano in dote dei rischi per l’essere umano, il dubbio amletico del sì o no al nucleare resta sempre aperto, così come quello sulle possibili alternative per produrre energia autonomamente senza l’atomo della discordia. “Il vero discrimine nella scelta –concludono Cerullo e Lomonaco- dovrebbe essere un corretto bilancio costi-benefici, e nel caso dell’energia nucleare la bilancia pende sicuramente dalla parte dei benefici. Del resto, le alternative in termini di altre risorse energetiche sono maggiormente dannose (basti valutare il numero di decessi e di malati causati dalle centrali a combustibili fossili già durante il loro normale funzionamento e non solo in situazioni incidentali, nonché il loro enormemente più pesante, se confrontato con il nucleare, impatto ambientale) e impiegabili in maniera parziale e con pesanti limitazioni. Ad esempio l’idroelettrico tradizionale ha pesanti impatti in termini di occupazione del territorio, mentre le rinnovabili sono limitate in quantità e disponibilità. Crediamo che il nucleare non sia l’unica soluzione per il fabbisogno energetico mondiale, ma non esiste soluzione all’equazione energetica globale senza il ricorso all’energia nucleare”.  “A mio parere –conclude anche Pelloni- il nucleare è una risorsa con dei rischi e la a sfida è ridurre questi ultimi. Non dimentichiamo che il nucleare è partito, al livello industriale, da poco più di cinquant’anni e che le competenze si sono affinate nel tempo aumentando progressivamente l’attenzione proprio ai problemi di sicurezza”.

 

Il parere degli esperti, come sembrerebbe anche abbastanza chiaro, è dunque in favore del nucleare in Italia. Si tratta di voci fuori dal coro rispetto a quello più corposo dei dissidenti e contrari a questo genere di investimento per il Paese. Quello che invece resta certo riguarda la scelta di aver affidato al referendum popolare la facoltà di dire la propria, anche se col paradosso del si per dire no no per dire il contrario. Alla luce di questo non c’è che da fare un’unica cosa: informarsi attentamente e crearsi una propria opinione in materia. Tutti, esperti e non. La scheda referendaria non guarda in faccia a nessuno.

 


About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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