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Giappone 2011. La furia e il terrore dell’acqua. E la storia di So

di Giovanna Biscaro


 “La grande onda” di Katsushika Hokusai

Una scossa e poi acqua; un’onda che nasce nell’Oceano Pacifico e aumenta la sua forza, la sua velocità. Diventa gigantesca e inarrestabile, corre verso la terra, verso la costa orientale del Giappone. E poi sbatte furiosa e travolge impietosa tutto quello che incontra nel suo cammino. Infine si ritira e si scoprono lembi di terra frastagliati, territori mutati per sempre e corpi senza vita abbandonati lì, dove la natura ha deciso di finirli. E ancora, case senza più radici che si fanno trascinare dalla melma che ricopre tutto, che non sembra siano mai appartenute alla terra, che non abbiano mai avuto fondamenta. Tutto quello che era dell’uomo non c’è più, oppure è un’altra cosa; è un quadro immenso, astratto, dove i colori sono mescolati senza criterio e le forme che conosciamo hanno assunto contorni diversi. La natura ha mostrato per l’ennesima volta la sua grandezza assoluta ed eterna che sa proteggere e nutrire ma anche cancellare e devastare. E le mani della Grande Signora si macchiano di sangue, ma è un sangue che le appartiene; siamo noi suoi ospiti, noi che l’abbiamo sfruttata e poi sfidata.

Questa volta è stato il Giappone a dover pagare il nostro debito con lei.

L’undici marzo 2011 alle 14.46 la terra comincia a tremare; i giapponesi sono abituati ai terremoti, fin da piccoli gli viene insegnato il comportamento da tenere in questi casi. In ogni edificio regolarmente si effettuano prove di evacuazione e ogni persona nella sua casa ha uno zainetto con il necessario in caso di emergenza. E caschetti a portata di mano, in ogni abitazione. Gli edifici sono costruiti a prova di terremoto; le pareti sono sottili, solitamente tutto oscilla, gli oggetti cadono ma la struttura no; le case restano in piedi, non crollano tetti, non vengono giù pareti. Quell’undici marzo però i giapponesi sentono che questa volta il terremoto è più forte, più potente, e poi non smette. Per cinque lunghi ed interminabili minuti la terra trema senza sosta. Ci sono alcuni crolli. La gente grida, percepisce la gravità.

L’epicentro del sisma è nel Pacifico, a 130 km dalla costa, all’altezza della prefettura di Miyagi e la sua magnitudo di 9.0 della scala Richter. È il più forte terremoto registrato in Giappone ed è al quarto posto nella lista dei più forti del mondo che sono stati registrati; il primo è quello del Cile, 1960 (9.5 scala Richter), segue poi quello del 1964 in Alaska (9.2) e infine il terremoto di Sumatra del 2004 (9.1). La scossa dell’undici marzo è stata talmente potente da spostare l’asse di rotazione terrestre di 10 cm; di conseguenza la velocità di rotazione terrestre è aumentata e la durata del giorno si è impercettibilmente ridotta.

Il disastro vero deve però ancora compiersi; dopo poche decine di minuti dalla prima scossa arriva lo tsunami; raggiunge altezze superiori ai 10 metri e si abbatte sull’area del Sendai. La televisione lancia l’allarme. “Scappate immediatamente e rifugiatevi nel posto più alto possibile”, “Non vi fermate mai e non tornate indietro”, “Non andate sul lungomare a vedere com’è la situazione”. Ma la situazione è drammatica perché poche manciate di minuti non permettono di salvarsi. In alcuni paesi la mancanza di elettricità, saltata per la violenta scossa, non permette neppure che arrivi l’allarme. Così l’acqua avanza inarrestabile e divora tutto; si spinge per 5 km all’interno e poi si ritira, torna nel ventre del Pacifico. Solo sulla costa del Sendai verranno trovati 300 corpi, lasciati lì dalla grande onda.

La grande onda” è anche il titolo di un quadro dell’artista giapponese Katsushika Hokusai (1760-1849) e appartiene alla celebre raccolta delle “36 vedute del monte Fuji” (1830-1832). Quest’opera meravigliosa è rappresentativa della forza immane del mare, della potenza suprema della natura e a sua volta ci fa sentire sotto la pelle l’infinita piccolezza dell’uomo, la fragilità vera di tutti gli uomini. Così duecento anni fa, come oggi. Duecento anni fa però non esistevano le centrali nucleari; oggi la furia della natura colpisce anche lì, e mostra nuovamente la sua superiorità nei confronti delle sfide che gli uomini troppo spesso le hanno lanciato. E i giapponesi rivivono la grande paura dell’atomo che purtroppo conoscono bene. Il ricordo di Hiroshima e Nagasaki è impresso nella loro memoria.

Dopo la totale sconfitta della Seconda Guerra Mondiale, il Giappone ha saputo rialzarsi e ha sviluppato una delle industrie più sviluppate del mondo; con il progresso sono giunte anche le centrali nucleari e con esse quella folle idea che siano sicure al cento per cento. Così non è stato, quando l’undici marzo la terra ha tremato a Fukushima, facendo saltare l’energia elettrica e mettendo fuori uso gli impianti di raffreddamento. E l’uomo perde il controllo della sua centrale nucleare, il mostro si risveglia e fa tremare il popolo nipponico; con lui, il mondo intero. La TEPCO (la società che gestisce la centrale nucleare di Fukushima) e il Ministero della Sanità dichiarano che non c’è pericolo per la popolazione; vengono evacuate le zone circostanti, come se la radioattività fosse circoscrivibile davvero. I giapponesi credono a queste parole, quasi vi fosse “un’abitudine all’ossequio incondizionato per le autorità”. Queste sono le parole che Naoko Okada (di Kyoto, tiene un blog all’interno del sito di XL de “La Repubblica”) usa quando parla di “blocco del pensiero” del popolo giapponese: con l’avanzare dello stato di benessere, essi hanno smesso di pensare e combattere e così accettano, pensano di essere d’accordo con le autorità.

La situazione è talmente sotto controllo che l’unico tentativo possibile che viene fatto per abbassare le temperature dei reattori è gettarci sopra acqua di mare, con l’aiuto di alcuni elicotteri. Qualche voce dall’America descrive questa mossa come disperata (“sono alla frutta”). Alla stessa acqua che ha colpito e devastato, ora viene chiesto di placare il disastro. I giorni passano e il 4 aprile la TEPCO dichiara di dover effettuare uno scarico volontario nel Pacifico, per ragioni inevitabili, di 11.5000 tonnellate di acqua contaminata. L’acqua dell’Oceano è arrivata, potente e distruttrice; è stata chiamata in causa nel disperato tentativo di arginare i suoi danni e ora le si impone anche di prendersi il male estremo della radioattività. Intanto vengono registrati, negli impianti di depurazione, livelli di iodio superiori al limite consentito; questo accade anche a Tokyo.

Lì vive un mio amico, So. Ha abitato sette anni in Italia, ora per motivi di lavoro è dovuto tornare in Giappone. Dall’undici marzo la sua ragazza italiana lo implora di venire in Europa; ci provo anch’io, ci proviamo un po’ tutti. Lui però continua a dirci che un giapponese non può abbandonare il suo popolo nel momento del bisogno. Ci racconta che a nord, a Miyagi, dove vivono alcuni suoi parenti, i soccorsi (che non sono nemmeno arrivati in certe zone) se ne stanno andando, scappano. Ci dice che i sopravvissuti allo tsunami ora muoiono di fame e di sete. E poi non ci racconta neanche quello che ha visto, quello che ha sentito fino in fondo; penso sia il tentativo un po’ assurdo di proteggerci dall’orrore. E non capisce che questa volta siamo noi che dobbiamo proteggere lui, che non vogliamo essere rassicurati, lo vogliamo al sicuro e basta. Gli chiedo dell’acqua anche… mi dice che beve quella del rubinetto. A Tokyo, in questa città enorme, frenetica, consumistica e tecnologica, non si trova più acqua minerale, gli scaffali sono vuoti e i giapponesi bevono l’acqua del rubinetto.

Il 12 aprile 2011, è stato comunicato che l’incidente di Fukushima è di livello 7 nella scala di gravità degli incidenti nucleari. 7 è il livello massimo ed è lo stesso che è stato attribuito a Chernobyl. Un mese per ammettere quello che le autorità sapevano già dal 23 marzo, come è stato ammesso. E chissà ancora quanto non ci è stato detto; a noi, ma soprattutto al popolo giapponese.

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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