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L’acqua…ultima spiaggia per i collanti sociali

di Luca Guerra

 fonte immagine: The Telegraph Uk

 

Viviamo un’epoca in cui quasi ci si vergogna di bere acqua. Eppure è la bevanda più naturale che l’essere umano possa bere e desiderare. Ai nostri tempi l’alcol ha conquistato una posizione di preminenza sociale tale da ergersi a simbolo delle relazioni sociali, quasi che chi non consuma bibite alcoliche in maniera smoderata non possa far parte della cosiddetta “gente che conta”.

 

L’uso delle bevande alcoliche risale agli albori della civiltà. Nel Vecchio e nel Nuovo Testamento non si fa mai riferimento all’acqua come bevanda di uso comune perché spesso il suo sapore era sgradevole e capace di provocare, date le scarse condizione igieniche, malattie gravi. La diffusione dell’utilizzo di bibite alcoliche, con la rilevante collocazione sociale che ne è derivato, è avvenuta tra il XVI e il XVII secolo. Col passare del tempo però  il “controllo” dei familiari viene esercitato sempre meno, ed è qui che gli adolescenti sperimentano le bevande “alternative” e i comportamenti trasgressivi come l’abuso.

 

Il senso di questo utilizzo eccessivo, anche se non quotidiano, di alcolici che si manifesta nel Binge Drinking, si può comprendere solo se ci si svincola dall’idea che esso sia legato al piacere del gusto. Quest’ultimo è infatti assolutamente secondario all’effetto che si va ricercando nella sostanza, a quello stato di euforia e benessere che può dare o a quella disinibizione che risulta funzionale all’interno di un gruppo di adolescenti. In altri termini, non è tanto importante la qualità di ciò che si beve, ma che la gradazione e i quantitativi siano tali da avere un effetto “potente”.

 

Ai nostri giorni, Binge Drinking indica la quantità di alcool  da ingerire in una volta per classificare il disturbo: comunemente, questo limite è fissato a  cinque drink per gli uomini e quattro per le donne. Inoltre, come spiegato dalla British Medical Association, attualmente questo fenomeno è associato al bere con il preciso proposito di ubriacarsi e di solito si verifica in contesti di socialità, piuttosto che quando si è soli. Si distinguono inoltre due tipi di “addiction”: frequente (tre o più volte in una settimana) e occasionale (massimo due volte).

 

Esiste però ancora un ambito della nostra quotidianità nel quale l’acqua recupera una preminenza sociale e riveste il ruolo di “catalizzatore” e collante sociale al tempo stesso: quando diventa fonte di ristoro al termine di una passeggiata, di una corsa, di un giro in bici, quando nell’interno di uno spogliatoio, a partita finita, i calciatori di una squadra passano le borracce da una mano all’altra per dissetarsi dopo 90 minuti di duro lavoro, allora l’acqua riscopre le sue capacità di aggregazione e soddisfacimento di un bisogno primario: è questo che distinguerà sempre l’uso (e abuso) di acqua da quello dell’alcol.

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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