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Editoriale

di Giorgio  Triani

 

E adesso ? Il referendum sull’acqua è passato: da un pezzo. Però i problemi che c’erano e che ci saranno stanno tutti lì. In bell’evidenza e perfino aumentati. Per la semplice ragione che sono state abrogate delle norme, ma non ne sono state proposte di nuove.  Non si dice di niente di nuovo, per carità: di referendum abrogativo si trattava. Dunque tutto regolare. Il problema però, ed è un problema molto serio, è che, dopo tanti proclami, furori, minacce e promesse, ora tutto tace. Tacciono i gestori privati, ma anche gli ambientalisti, chi paventava chissà quali disastri se si fosse abolito il Decreto Ronchi e chi al contrario disegnava un magnifico e progressivo sole dell’avvenire(acquatico). Ma soprattutto tace la politica e i politici. Non tanto perché rossi dalla vergogna, per il malaffare e il malgoverno che sta emergendo ogni giorno di più. Quanto perché incapaci di farsi responsabilmente carico dei problemi, che peraltro sono stati in larga parte creati dal loro modo di amministrare: ben al di sotto dei requisiti minimi di competenza, passione, onestà, dedizione all’interesse pubblico.

In tale contesto non sorprende che anziché iniziare sollecitamente a pensare e progettare una nuova organizzazione del sistema idrico, ma più in generale dell’intero ciclo che comprende anche i rifiuti, la “vacanza di regole” determinata dalla vittoria del referendum rischi di essere una condizione alla quale non si porrà rimedio presto. Nel segno della solita, ma ormai intollerabile, “eterna emergenza”,  delle tante “ricostruzioni” mai finite ( quella del terremoto di L’Aquila è solo l’ultima) e delle tante riforme che ( a partire da quella dell’università) da vent’anni si risolvono nel mettere pezze e nel togliere pezze. Insomma nel rabberciare, nel tirare a campare, nel “riformare conservando” per usare una fantastica ma vera espressione che riassume lo spirito delle leggi e lo stile di governo nel nostro paese.

Volendo essere seri, ancorchè provocatori, si dovrebbe  per l’intero sistema italiano schiacciare il tasto “reset”.  Riprogrammare tutto. Ad esempio applicando alla pubblica amministrazione qualcosa di simile alla “legge Prodi” per le aziende fallimentari. Come si è fatto recentemente con Parmalat e Alitalia. Ossia avviare da una parte la “bad company” sul binario morto e dall’altro fare ripartire sul binario giusto la nuova compagnia. Da un lato mettere in liquidazione, dall’altro recuperare  efficienza ed efficacia. Ovviamente , come si è visto e si vede nei due casi industriali citati,  ci sono forti costi sociali ed economici ( fornitori non pagati, lavoratori che perdono il posto, contenziosi legali e piazze che s’accendono), ma per quanto gravi e dolorosi sempre meno che lasciare precipitare le situazioni.

E’ cos’ì che immaginando un paese che mette in liquidazione la vecchia organizzazione ( lenta, costosa, inefficiente,  nel contempo che comincia a progettare una nuova sanità, una giustizia spedita, una scuola moderna, è bello  sognare un’Italia  in cui anche il “ chiare, fresche e dolci acque” trova un dimensione confacente a una nazione  avanzata. Che fa seriamente i conti con la realtà, avendo  la possibilità, offerta dalla vittoria “azzeratrice”del referendum, di  progettare ex novo  l’intero sistema.

Ripeto: l’occasione che offre l’acqua di ripensare interamente un settore, un mercato e più complessivamente un modo di governare e amministrare un “bene comune” è unica. Perciò da cogliere al volo, ma con pensieri adeguati. Non frettolosi o pensosi, bensì raccolti e ben meditati. Pochi, ma, naturalmente, chiari.  Cioè intesi a dare risposte ai problemi che ormai sono ( o perlomeno dovrebbero essere) ben chiari anche alla pubblica opinione. Primo: ci vogliono almeno 60 miliardi di investimenti per rimettere in sesto una rete idrica che fa acqua da tutte le parti. Bene chi li mette o li paga: la fiscalità generale o vanno sulle bollette ? Secondo: la riforma deve essere organica. Giusto per evocare uno degli ultimi provvedimenti prima del referendum, non ci si può limitare ad abolire gli Ato. Terzo: l’acqua non è e non può essere gratis,perché captarla, incanalarla, spedirla nei rubinetti e poi restituirla all’ambiente in buona qualità  costa, senza alcuna differenza fra pubblico e privato. Quarto: da ciò discende che bisogna trovare un punto di equilibrio fra  garanzia del”diritto all’acqua”, che come tale deve essere garantito a tutti ed economicità delle gestioni. Quinto: il sistema italiano è caratterizzato da un enorme, farraginoso e ancronistico spezzettamento di proprietà, gestioni e competenze.  Abolire, semplificare, unificare: devono essere le parole d’ordine. Senza managerialismo o populismo, che sono le due parodie estreme della vera efficienza e dell’autentico  spirito di cittadinanza.

Insomma se si mettono bene in chiaro le principali questioni  e le relative opzioni, avendo costruttive intenzioni,  l’acqua, anche per le  implicazioni simboliche,  può essere un  banco di prova per il paese. Diventare un esempio, un paradigma  del “buon governo”. Per quel che ci interessa e compete faremo in modo di aiutare questo processo di  maturazione di senso civico e politico e più in generale di sensibilizzazione sui temi che riguardano la salvaguardia e valorizzazione dei  beni ambientali. Ciò in accordo con la nuova mission che abbiamo dato a water(on)line : giornale d’acqua(ambiente e paesaggio).Ma anche con la nuova veste editoriale che comincia a prendere forma e che stiamo arricchendo di nuovi contenuti e nuovi collaboratori

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Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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