Select Page

Archeostorie. La grotta di Zinzulusa

di Michele Dall’Aglio

 

 

 

L’estate sta finendo, è vero, ma se dovete andare ancora in vacanza vi consiglio di visitare (se non l’avete già fatto) la grotta Zinzulusa, una delle più belle manifestazioni del carsismo costiero pugliese, situata nel territorio di Castro (Lecce).

Il nome deriva dalle stalattiti che pendono come stracci dalla volta del grande arco d’ingresso:  “Zinzulusa” significa, infatti, “stracciona”. Tali concrezioni, insieme con le stalagmiti, affollano l’interno, occupato anche da un paleofiume e due specchi d’acqua dolce: il “Laghetto” ed il “Cocito”.

 

Dal Paleolitico medio all’età del Rame l’avangrotta fu abitata dall’uomo, che utilizzò la parte più profonda ed il “Laghetto” sia come risorsa idrica sia come area cultuale. Tale carattere sacro ha fatto sì che fosse frequentata fino all’età romana.

I primi ritrovamenti furono fatti da Monsignor Duca, che affermò di aver visitato la grotta e di aver scoperto il tempio di Minerva. Con una lettera il 30 ottobre del 1793 informò Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli e Sicilia, della scoperta. Il Duca sosteneva di riconoscere nella Zinzulusa i luoghi virgiliani descritti nell’Eneide relativi al tempio della dea.

Nel 1802 l’abate Monticelli, mentre si recava con la sua nave in Egitto fece naufragio presso Castro e, avendo letto gli scritti del vescovo Duca, volle visitare la grotta. Anch’egli credette di vedere nella grotta le vestigia del tempio.

Nel 1821 il geologo Brocchi visitò in modo superficiale e parziale la grotta ed escluse l’ipotesi del tempio. A lui fu pure raccontato che il Duca non aveva visitato la grotta, ma che si era limitato a raccogliere le testimonianze di alcuni visitatori.

 

La visita sistematica della Zinzulusa fu iniziata dal Botti nel 1870 ed ultimata quattro anni più tardi. Dopo aver sentito i racconti dei pescatori e dopo la vista diretta del luogo escluse che fosse stata frequentata dall’uomo, per il fatto che la bocca della caverna era situata a 11 m. sul livello del mare e per le grandi difficoltà di cammino che presentava l’interno.

Infatti, superato l’ingresso, si apriva una sala di forma irregolare, larga 5,30 m., nella cui parte più interna si apriva un laghetto, oltre il quale non si poteva accedere. Dalla parte destra si poteva continuare la marcia, ma solo per breve tratto.

Il Botti decise, così, di costruire un ponte di legno e, riuscito a superare l’ostacolo, giunse ad un grande recinto sormontato da una cupola immensa dove non si poteva procedere, perchè il suolo era ricoperto da guano di pipistrello. Si era arrivati, comunque, a 156,5 m. in lunghezza e, qui, venne individuata un’iscrizione, che recava “eustacho DUPA”. Questo nome era tracciato col dito sulla poltiglia calcarea, impastata al guano.

Il Botti chiese in giro se si conoscesse qualcuno con quel nome, convinto che l’iscrizione non potesse essere antica, ma nessuno gli confermò l’esistenza di quella persona. Esclusa, quindi, l’antichità della scritta, Botti non trovò tracce umane nella grotta.

 

Le prime vere indagini di carattere archeologico furono compiute nel 1904 da Paolo Emilio Stasi.

Indagando l’area del “vestibolo” rinvenne i resti di un bos primigenius, frammenti di vasi dipinti e fusaiole neolitiche, vasellame di tipo “Serra d’Alto”, risalenti all’età del Rame, lamette di ossidiana, lisciatoi e punteruoli. Tra tutti questi frammenti ceramici ne spiccava uno con inciso il  simbolo solare della svastica.

Nel 1923 Filippo Bottazzi, Pasquale De Lorentiis e Gino Stasi pubblicarono sulla Rivista di Biologia la descrizione della grotta, dando per la prima volta i nomi alle sue varie parti (usati ancora oggi). Accanto all’area denominata Duomo vi è un piccolo specchio d’acqua che fu chiamato Cocito.

Nel 1947, inseguito ai lavori di estrazione del guano a scopo industriale, furono ritrovati i primi reperti paleolitici e dell’età del Rame dall’area “Duomo”.

Undici anni dopo, in seguito all’apertura al pubblico della caverna, furono compiute delle ricerche a cura del De Lorentiis, dello Sticchi e del Lazzari nel “Vestibolo”. Qui, sebbene i precedenti lavori avessero mescolato gli strati, fu possibile rinvenire ossa di animali, molti frammenti di ceramica d’impasto nero lucida o rossastra, lisciata e ingobbiata e di ceramica grigia o giallastra depurata, ornata a fasce rosse e brune, con triangoli, losanghe e linee parallele, lisciatoi e punteruoli d’osso, un’accetta votiva ed uno scalpello di ofiolite levigata, vaghi di collana, vari tipi di semi carbonizzati, selci e ossidiane lavorate, risalenti all’Eneolitico. Materiali databili al Paleolitico superiore provenienti dalla medesima area sono microbulini, bulini, lamette e raschiatoi. Furono anche rinvenute alcune monete di bronzo e ceramiche romane e due scuri ad occhio. Queste, mai utilizzate, furono deposte intenzionalmente come offerta votiva in un anfratto e ricoperte di detriti.

 

Nel 1972, nel corso di un’esplorazione subacquea nella “Conca”, per appurare se vi era un qualche collegamento trala Zinzulusaed il mare, furono individuati sul fondo, lungo la parete ovest del laghetto, undici vasi, di tipo “della Zinzulusa”.

Di fronte a tale scoperta Giuliano Cremonesi ha ipotizzato l’esistenza in grotta di un culto delle acque.

Bisogna aggiungere, infatti che vasi del tutto uguali a questi furono scoperti sempre e solo in grotte e, quindi, si può senz’altro affermare che fossero usati solo come offerte votive. Furono anche trovate due statuette di argilla alte15 cm. rappresentanti una figura femminile ammantata. Del volto sono visibili soltanto gli occhi ed il naso. Oltre a questi oggetti furono anche rinvenute lucerne, ossa di animali e umane, che dimostrerebbero una continuità di utilizzo della caverna, come spesso avviene per i luoghi ritenuti sacri e abitati da qualche divinità.

Probabilmente in questo luogo sotterraneo si venerava una Grande Madre, vista come potenza generatrice delle acque e la grotta era vista come il grembo materno.

 

Se vi capita, quindi, di passare da quelle parti visitate il sito (www.grottazinzulusa.com), interessante anche per gli animali che vi vivono e per le sue acque stupende e limpide.

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

Leave a reply

Water Sponsor

Water Stories

Water Video

Loading...

Water Natura

UA-116066244-1