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Una scomoda verità. Le due facce del più famoso documentario sull’ambiente: interessi ecologici e propaganda politica

di Fabio Manenti

 


“Informare”. Ad una prima e rapida visione è proprio informare lo scopo di “Una scomoda verità”, ottimo documentario firmato Guggenheim, anche se sarebbe meglio dire firmato Al Gore.

Uno sguardo più attento, e certamente più malizioso, direbbe invece che la parola-chiave più adatta per definire il lungometraggio sia promuovere. Promuovere dati e tematiche ambientali scottanti e, per certi versi, promuovere la figura dell’ex vicepresidente Usa, ritratto come il classico americano patriottico: un modello indissolubilmente legato a tutto quel mondo di buoni valori che vengono incarnati dalla bandiera a stelle e strisce. Ed indissolubilmente legato alla politica.

 

LA FACCIA ECOLOGICA – Il documentario è stato promosso nelle principali città mondiali, per un totale di 1000 tappe in giro per il globo, “raccontando” dati e previsioni sul surriscaldamento globale a quanta più gente possibile. Come se seduti nella platea di un teatro, presto lo spettatore viene stregato dalla voce calma e ponderata di Gore, fino a sentirsi anch’esso membro della folla che segue attentamente lo scorrere delle diapositive proposte da un palco disadorno. Tutto sembra senza tempo e senza spazio, come se si analizzasse la realtà del pianeta dallo spazio.

La grandezza di “Una scomoda verità”, ossia ciò che gli ha permesso di vincere 2 premi oscar nel 2007 (miglior documentario e miglior canzone originale), sta proprio nella sua semplicità e nel mettere chi lo guarda faccia a faccia con informazioni scioccanti ma nel contempo chiarissime, inequivocabili. Dati comprensibili al primo sguardo, ma spesso volutamente evitati.

Anche se penalizza le autorevoli fonti che li hanno raccolti, come l’ European Project for Ice Coming in Antartica o il Pannello Intergovernativo, il metodo di elencare le informazioni una dietro l’altra, che a prima vista può sembrare sterile, brutale, è invece tremendamente efficace, con i dati che inevitabilmente restano impressi allo spettatore. E’ come se l’ascoltatore ci sbattesse contro, fino ad uscirne quasi tramortito. Quando non si vuol vedere il muro, impattarlo può essere l’unico modo per constatarne la presenza, la solidità:

 

– Il lago Ciad, uno tra i più grandi al mondo, dal 1963 a oggi è totalmente evaporato.

 

– I 10 anni più caldi della storia americana, dalla guerra civile a oggi, sono tutti negli ultimi 14 anni.

 

– Lo spessore medio dell’Artide è diminuito del 40% in 40 anni.

 

– Le estinzioni avvengono con un tasso 1000 volte superiore a quello naturale.

 

– Una parte della Penisola antartica, che si pensava avrebbe resistito all’innalzamento termico per altri 100 anni, è collassata nel 2002.

 

– Di notte la Terra è illuminata più dagli incendi che dalle luci artificiali. Il 30% della Co2 dell’atmosfera è dovuta a incendi.

 

– La cima del Kilimanjaro 30 anni fa era totalmente innevata, oggi ha perso l’82 % delle sue nevi perenni.

 

Foto in alto il Kilimanjaro nel 1993, in basso il Kilimanjaro nel 2000. Fonte wikipedia.it

 

– Il 40% della popolazione mondiale presto avrà problemi idrici che finora sconosceva, dato che stanno diminuendo le sorgenti Himalaiane.

 

– In Groenlandia si parla di “alberi ubriachi”, cosiddetti perché ondeggiano completamente sotto la spinta del vento dato che affondano le loro radici nella tundra ghiacciata che però si sta attualmente sciogliendo.

 

– 30 anni fa le strade di ghiaccio in Groenlandia erano percorribili 225 giorni l’anno, oggi 75.

 

– Nel 2003 un’ondata di caldo ha causato un totale di 35000 vittime in Europa, la maggior parte italiane.

 

– Il 2004 è stato l’anno in cui si sono verificati più uragani e tornado nella storia. Nello stesso anno c’è stato il primo uragano nella storia del Sud Atlantico.

 

– Nel 2005 oltre 200 città della West Coast americana hanno battuto il record di giorni consecutivi con più di 38°.

 

– Il dato del 2005 sui rimborsi assicurativi per disastri ambientali esce fuori dal grafico creato a tal riguardo prima di quell’anno.

 

– Nel 2005 a Bombay è stato stabilito il nuovo record di precipitazioni in 24 ore, con 940 mm. Le regioni circostanze erano in totale siccità.

 

Per quanto lo scarno ma significativo elenco rappresenti già una situazione attuale di piena emergenza, esso risulta poca cosa rispetto alle drammatiche previsioni che vengono proposte.

Scenari apocalittici sarebbero quelli causati da un eventuale scioglimento dei ghiacci della Groenlandia e di quelli marini dell’Antartide, capaci di causare un innalzamento medio dei mari di 12 metri, sommergendo completamente Manhattan, Calcutta, l’Olanda, metà della Florida, le zone di Pechino e Shangai e mettendo così in serio repentaglio la vita di centinaia di milioni di persone.

Ancora peggiore risulterebbe il concretizzarsi dell’ipotesi che prevede la fine della vitale Corrente del Golfo. La più importanti delle correnti del pianeta è basata su un preciso equilibrio dell’acqua salata dei nostri oceani. Lo scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia provocherebbe un improvviso aumento di acqua oceanica in cui verrebbe diluito tutto il sale presente, e ciò bloccherebbe inevitabilmente la fragile corrente. Un avvenimento del genere, oltre ad esser

possibile, è già avvenuto in passato: a causa dello scioglimento dei ghiacciai americani, di cui oggi restano a testimonianza i Grandi Laghi, nel breve volgere di un decennio l’Europa del 10000 a.C. ricadde in una nuova totale glaciazione di 1000 anni.

Esagerazioni? E’ quello che pensano in molti, tra cui l’ex presidente americano Bush, che a precisa domanda rispose di non essere interessato alla visione di questo documentario inequivocabilmente legato ad uno dei suoi maggiori avversari politici. Stando però ad una precisa statistica, non è ciò che pensano gli scienziati. Su un campione di 968 esperti mondiali del tema, è emerso che lo 0% pensa che non sia l’uomo la causa del surriscaldamento globale; al contrario però, su un campione di 636 articoli giornalistici popolari a riguardo, emerge che il 53% di questi sostiene e spiega alla popolazione che non è ancora dimostrato con certezza che è l’uomo il vero male del pianeta. Di fatto così il 53% della popolazione mondiale è erroneamente portata a pensare che avvenimenti catastrofici sotto gli occhi di tutti siano dovuti ad un qualche indeterminato processo ciclico di riscaldamento. Questa tesi è stata però apertamente abiurata dalla scienza ufficiale. Carotaggi e precisi studi nei più antichi ghiacciai mondiali e in Antartide hanno confutato la teoria della ciclicità e dimostrato, attraverso l’analisi delle bolle d’aria intrappolate nel ghiaccio, che il livello di Co2 attuale non è paragonabile a quello di nessun periodo negli ultimi 650.000 anni.

Fortunatamente però, “Una scomoda verità” non si pone affatto con rassegnazione catastrofica ma presenta il sito internet www.climatecrisis.net, progettato per illustrare semplici accorgimenti domestici che, se attuati da tutti, permetterebbero al nostro pianeta di ritornare ai valori climatici antecedenti il 1970. Consigli come “migliora l’isolamento termico della tua abitazione”, “ricicla”, “usa elettrodomestici e lampadine a basso consumo”, “utilizza i mezzi pubblici e le biciclette”, “pianta alberi”, con i quali si chiude il documentario, per quanto possano sembrare scontati, sono tutt’oggi praticamente inascoltati.

 

LA FACCIA DI GORE – “Una scomoda verità” però non ha per protagonista solo l’ambiente e le sue tematiche. Il secondo personaggio principe è nientemeno che Al Gore, ossia colui che presenta e diffonde il documentario e di conseguenza se stesso.

L’inizio della presentazione vede l’ex vicepresidente USA spiegare come spesso fatti evidenti ma scomodi vengono bollati come assurdi da coloro che dovrebbero rappresentare la conoscenza. A tal proposito, cita la risposta seccamente negativa che un professore diede all’ipotesi, avanzata proprio da un collega di studi di Gore, di un’arcaica unione di America meridionale e Africa. All’antitesi di certi falsi depositari di cultura, Gore mette grandi uomini, ancora una volta riconducibili alla formazione dello stesso ex vicepresidente: Roger Revelle, docente universitari di Gore, primo scienziato a misurare la quantità di diossido di carbonio nell’atmosfera; responsabile dell’interesse con cui il protagonista del lungometraggio segue le tematiche ecologiste.

Da esperto oratore, Gore sa condire il racconto con ironia, evitando che i dati proposti impressionino troppo l’ascoltatore. Uno spassoso siparietto in stile Simpson rompe la drammaticità delle scene e rappresenta l’occasione per lanciare una frecciata all’allora governo Bush: i celebri protagonisti della serie tv americana ipotizzano che l’amministrazione presidenziale pianifichi di risolvere il problema del surriscaldamento globale gettando nell’oceano un gigantesco cubetto di ghiaccio. L’uomo politico si fa addirittura uomo di spettacolo quando si cimenta nell’ imitazione dello stereotipo dello scettico.

La spettacolarizzazione, e verrebbe da dire anche la propaganda, colpisce perfino la vita pubblica e privata di Gore, esposta in struggenti filmati: commuovente quello dove si raccontano la morte della sorella fumatrice per cancro ai polmoni e la coltivazione di tabacco nella fattoria di famiglia; sintomatica è la narrazione, malinconica ma fiera, della sconfitta di Gore nella corsa elettorale alla Casa Bianca.

L’aspetto politico, infatti, non è mai dimenticato. Prova ne sono i ripetuti attacchi al governo americano per la sua non adesione al Protocollo di Kyoto. Perfino in chiusura, quando scorrono i consigli per un mondo migliore, si ha la sensazione di essere nel ben mezzo di una campagna elettorale: tra “regola attentamente i termostati” e “utilizza i riscaldamenti solo quando necessario”, ecco arrivare “muovi le masse”, “scrivi o canditati per il Congresso” e soprattutto “vota chi fa

qualcosa per l’ambiente”.

Ma i dubbi su Gore non finiscono. In un articolo del 2008, il giornale The Guardian accusa Gore e famiglia di sprecare in un solo mese 20 volte più energia di quanta mediamente ne consuma una famiglia americana in un anno!

Nonostante le accuse, più o meno fondate, i 94’ di pellicola del documentario hanno fruttato la bellezza di 23 milioni di dollari, classificandosi come il terzo maggior documentario di successo nella storia cinematografica.

Il 5% degli introiti della Paramount Pictures è stato devoluto al gruppo indipendente Alliance for Climate Protection. Al Gore, a cui è andato il Nobel per la pace 2007, in quanto promotore sia di “Una scomoda verità” che del concerto di beneficenza “Live Earth”, ha dichiarato che devolverà il 100% dei suoi ricavi ad una futura (ma ancora non realizzata) campagna di sensibilizzazione ambientale. Probabilmente la sua.

Insomma, lo spettatore resta quasi con la sensazione di un documentario ad usum Delphini, anche se ciò non deve offuscare il campanello d’allarme ambientale che forte trilla in testa di chi osserva “Una scomoda verità”. Un campanello con un suono assordante che invita a svegliarsi in fretta.

 

[WeAsiAGfnhs]

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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