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CreAttività eco-sostenibile: quando il design è a KmO

di Giovanna Pavesi 

Angelo Bucci e Sara Armento, giovani architetti titolari del deZign Studio

 

 

Un quadro che diventa sedia. Oppure una sedia che diviene quadro. Una poltrona, una libreria e un pouf fatti di cartone, riciclabili al 100%. Un antico centrino ricamato, rigido e appeso al muro che segna le ore del giorno. Oppure una lampada da comodino, che riprende gli stessi motivi, interamente creati sfruttando le capacità di lavorazione del metallo.

Ecco la fisionomia del design eco-sostenibile.

Ad aprire le porte del deZign Studio sono due giovani architetti designer di Pescara, Angelo Bucci e Sara Armento.

Le linee, i tratti e le sfaccettature dei loro prodotti, raccontano un modo insolito e nuovo di fare design e architettura d’interni.

L’idea di un’architettura eco-sostenibile, si sta finalmente inoltrando nella nostra contemporaneità, ancora fortemente condizionata dal consumo e dal cemento.

Angelo Bucci e Sara Armento spiegano la loro idea di creatività eco-sostenibile.

 

Quando nasce il progetto del deZign Studio ?

 

Il deZign Studio nasce nel 2000, in una città, Pescara, dove di design ancora si sentiva parlare pochissimo. Questa scommessa/avventura è nata, infatti, dietro la spinta di una forte passione che ci permise di non tenere conto dei grandi problemi cui saremmo andati incontro.

Il primo passo dello studio neonato fu, infatti, quello di far capire cosa volesse dire “design” e come la “consulenza sviluppo prodotto” avrebbe potuto giovare alle aziende del centro Italia. Questo percorso, veramente impervio, ci ha permesso di capire dove il design stava sbagliando e quali erano le reali posizioni delle aziende rispetto all’immagine che si stava delineando del design stesso. La nostra posizione, infatti, fu di entrare con molta umiltà nelle aziende, conoscere loro e le loro capacità produttive, allo scopo di coadiuvarne il lavoro; ben lontano, quindi, dall’idea di “designer con sciarpetta fucsia” che butta giù qualche schizzo e con aria saccente crede di sapere già tutto quello che c’è da sapere di una realtà produttiva.

Superata questa prima fase, il deZign Studio, interessato ad un valore culturale e profondo del progetto di design e con la maturata volontà di evitare di produrre a tutti i costi ingolfando la vita delle persone ed il mondo di “junk products”, decide di iniziare delle proprie ricerche e sviluppare prodotti che avessero come concept generatore la sostenibilità, in tutte le sue sfaccettature.

Questo è quello che tuttora cerchiamo di fare.

 

Che cos’è il “deZign a km0”?

 

“deZign a km0” è una delle nostre ricerche più importanti, va avanti da quasi tre anni e crediamo sia un interessante nuovo approccio al progetto.

Nasce da un ragionamento sulla globalizzazione, sui suoi pro e i suoi contro. La strutturazione di un mercato globale, evento che si è protratto per gli ultimi venti anni e continua tuttoggi, ha, di fatto, cambiato il nostro modo di vedere gli oggetti ed i prodotti, ha appiattito il gusto delle persone su canoni stilistici e di gusto che sono stati decisi a tavolino dalle grandi aziende, allo scopo di produrre più facilmente i propri prodotti e poterli produrre e vendere dappertutto nel mondo.

Questo appiattimento ci ha portati a vivere una sorta di déjà vu quando entriamo nelle case, sia che ci si trovi in Italia che in Europa che, in generale, nel mondo.

Il progetto, in questo modo, ha perso di valore culturale ed è diventato semplicemente esercizio di stile. Quanto più si è bravi ad intercettare uno stile che i media facilmente potranno veicolare, tanto più il progetto ed il progettista saranno valorizzati, finché questo prodotto non diventerà obsoleto per poter essere sostituito col successivo e così via.

E’ chiaro, da quello che scriviamo, la nostra distanza da questo modus vivendi e, per questo motivo, abbiamo iniziato a ragionare su quale fosse la parte culturale del progetto che ci stavamo perdendo in questo ragionamento.

Quello che vogliamo proporre con il “deZign a km0” è di entrare in rapporto con una cultura e con delle aziende che abbiano delle proprie particolarità produttive o di conoscenza, e, con esse e per esse, sviluppare dei prodotti che abbiano quel particolare valore aggiunto che permetta al prodotto stesso di non poter essere separato dalla propria realtà di origine.

Più precisamente, noi ci proponiamo di studiare le aziende o gruppi di aziende, capirne le peculiarità e sviluppare con loro un prodotto che abbia le caratteristiche di essere radicato a livello locale ma che possa avere una eco globale, al fine di permettere al prodotto una comunicazione più ampia, mantenendo un forte legame con il territorio che lo ha generato.

 

CartOOn, poltrona e pouf in materiale ecosostenibile 

Chi collabora con voi?

 

Crediamo molto nelle reti creative, per questo motivo cerchiamo, in ogni modo, di stimolare la strutturazione di nuovi contatti con altri studi, grafici, artigiani ed aziende, allo scopo di approfondire le nostre conoscenze ed aumentare le capacità di gestione di progetti anche molto complessi. Lo stretto contatto con la Università Europea del Design, inoltre, ci permette di avere sempre nuove connessioni attive e di stimolare aziende e progettisti al confronto.

Ultimo progetto in ordine di tempo a tale riguardo è Creativi a Pescara (www.creativos.in/pescara), una mappa della comunità creativa pescarese. Si tratta di un progetto ideato inizialmente dal gruppo Colaborativa (Javier Buron Garcia, Magda Sanchez e Curro Crespo) che ha avuto l’intuizione di creare una directory che mostrasse, attraverso una treemap, la diversità e le dimensioni delle iniziative creative e culturali della loro città, Cordoba. La curiosità di visualizzare la fisionomia della scena creativa pescarese ci ha portati a entrare in contatto con Colaborativa e ad esportare il loro progetto nella nostra città con lo scopo di costruire nuovi momenti di contatto e di scambio culturale e interdisciplinare tra progettisti e creativi.

 

Attualmente, all’interno della società contemporanea, quella della sostenibilità, sembra diventata quasi una “tendenza”, dal cibo all’ambiente. Che cosa intendete voi per “design sostenibile”?

 

Sostenibilità è, secondo la nostra opinione, un termine abusato e, purtroppo, compresso in tematiche che non rendono esattamente il completo significato del termine.

Di sostenibilità, infatti, siamo abituati a sentir parlare quando si parla di prodotti ricavati dal riciclo o con spiccati particolari ecologici. Bene, ma non è solo questo. Un prodotto sostenibile non è tale solo perché usa plastica riciclata, esistono sostenibilità economiche, di produzione, ambientali di larga scala che spesso non vengono nemmeno menzionate. Nessuno, per esempio, si chiede di quanta energia e combustibile fossile c’è bisogno per riciclare qualcosa di mal progettato; se i prodotti fossero progettati per essere riciclati, studiando i sistemi di smontaggio, di separazione dei materiali, etc., sarebbero sicuramente più sostenibili. Scegliere un tipo di legno piuttosto che un altro a seconda di dove si trova l’azienda che dovrà lavorarlo, allo scopo di usare alberi facilmente reperibili e reimpiantabili e farli viaggiare il meno possibile, è sostenibilità.

Già solo pensare alle produzioni in modo che prendano i vari elementi dal fornitore più vicino possibile, sarebbe già sostenibilità e delle migliori!

 

In una società fortemente globalizzata come la nostra, come spiegate il concetto di “glocalizzazione”? Di che cosa si tratta?

 

La glocalizzazione, di cui si trova facilmente la definizione canonica, dal nostro punto di vista è una ricerca di peculiarità, di artigiani, di aziende, di modi di produrre, materiali tipici di un luogo che ci permettono di conoscere una cultura; se successivamente inseriamo quel valore culturale scoperto in un prodotto, questo diventa veicolo di un messaggio culturale che sfrutta il mercato globale per diffondersi, creando un indotto nel territorio. Questo approccio crediamo possa essere un modo per reagire alla crisi globale in atto, dando forza e possibilità alle realtà locali.

 

Altri oggetti creati da deZign Studio

 

L’economista francese, Serge Latouche, nel suo libro “Breve trattato sulla decrescita serena”, esprime un concetto che forse si avvicina alla vostra filosofia artistica e lavorativa: “Pensare globalmente e agire localmente”. E’ così anche per la vostra arte?

 

Nell’ottica di un mercato saturo, che vede nella veloce obsolescenza degli oggetti l’unico modo per continuare a fare profitto, crediamo che rallentare, ritornare ad una lettura più profonda del progetto, al radicamento sul territorio, permetterà a tutti di non essere schiavi del consumismo. La velocità con cui i prodotti vengono commercializzati e buttati ci impedisce di strutturare un linguaggio formale che vada al di là del “mi piace” o “non mi piace” e questo distacco non ci rende più capaci di leggere il reale valore o la necessità di un oggetto, forzandoci all’acquisto anche senza che ci sia un reale bisogno, ma solo per mostrare o dimostrare qualcosa.

 

Chi è il designer eco-sostenibile? Un visionario?

 

Partiamo dal presupposto che tutto dovrebbe essere progettato e realizzato affinché sia eco-sostenibile. Per meglio dire, una cosa NON eco-sostenibile sarebbe una cosa progettata male, di conseguenza tutti i designer/progettisti devono o dovrebbero essere eco-sostenibili.

Partendo da questo presupposto, ogni designer è visionario (nel significato inglese del termine), in quanto ha visioni del mondo a cui gli altri non accedono. Progettare, d’altronde, è una forma di visione del futuro, infatti quello che si fa normalmente è rappresentare qualcosa che ancora non esiste se non nelle nostre visioni di progettisti, allo scopo di farle diventare realtà e, in qualche modo, migliorare un prodotto, uno spazio.

La capacità di visione è una peculiarità dei bravi progettisti; quando Munari entrò in una fabbrica di calze dicendo loro che avrebbero fatto una lampada, lo presero per pazzo, ma è grazie a quella visione che oggi abbiamo la Folkland.

 

Sono in molti a credere che gli oggetti cosiddetti di ‘design’ siano in realtà molto lontani dalla concretezza e dalla quotidianità. E’ veramente così?

 

Questa, purtroppo, è una deriva che ha preso il design dalla fine degli anni settanta in poi fino ad arrivare al mero stilismo cui siamo soggetti oggi. La distanza del design dall’utente è dovuta, come abbiamo già accennato, alla politica commerciale estremamente spinta che le aziende portano avanti da decenni.

Il Design (notare la maiuscola) non è mai lontano dal quotidiano perché è basato sul quotidiano, non può che essere risposta ad un bisogno reale dell’utente. Non ne vogliamo fare un discorso radicale ed avulso dallo stile o dal gusto, ma riteniamo che il primo dovere del design sia di rispondere ad una richiesta funzionale, culturale o estetica, ma comunque una richiesta ci deve essere.

 

L’occhio di chi acquista la vostra creatività, è sedotto dall’idea della sostenibilità o dal puro stilismo?

 

Non è detto che tutti debbano, per forza, capire tutti i messaggi insiti in un prodotto, ognuno lo acquisterà per qualche motivo in particolare. E’ per questo motivo che non trascuriamo mai la parte estetica del prodotto e, in qualche modo, cerchiamo di avere un nostro stile. Questo stile però, torniamo a sottolinearlo, non è l’unico motivo dell’esistenza del prodotto, nel senso che sicuramente dopo aver apprezzato lo stile di qualcosa, l’acquirente conoscerà meglio l’oggetto e, se sarà disposto mentalmente, leggerà in esso la sua sostenibilità e la apprezzerà.

Una delle forzature del design radicale degli anni ottanta fu proprio l’errore di credere di poter educare le persone. Noi non ce la sentiamo di fare lo stesso errore, quindi, chi vuole acquistare qualcosa di bello, solo perché gli piace, lo faccia,poi si accorgerà se c’è qualcosa di più importante in quello che ha acquistato.

 

La filosofia che sta dietro ai vostri progetti artistici, è immediatamente percepita dal consumatore?

 

Crediamo che i livelli di lettura, come detto precedentemente, siano molteplici, quindi difficilmente chi acquista o vede un nostro progetto immediatamente ha la nostra immagine mentale del prodotto allargato alle sue “funzioni secondarie”. Diciamo che la scoperta e l’elaborazione di altri punti di vista, noi cerchiamo di stimolarla attraverso i nostri prodotti.

 

Che cosa, in particolare, colpisce un consumatore nel momento in cui si trova di fronte ad un quadro che diventa sedia?

 

L’elemento che stuzzica tutti è la trasformazione, facile e veloce di un oggetto in un altro, perfettamente compiuto sia nella prima che nella seconda definizione. Questo è stato anche per noi l’elemento più stimolante di quel progetto, nel senso che, dopo una rilettura di Munari ci riproponemmo di ragionare sugli oggetti trasformabili ma –e questo è l’elemento importante- evitando di forzare una forma in un’altra. Per chiarire, eravamo abituati a vedere oggetti che nella prima definizione erano formalmente rispondenti all’immagine mentale di quel oggetto (un quadro a forma di quadro) ma, una volta trasformati diventavano una forzatura formale in bilico tra la prima e la seconda definizione (un quadro su cui riuscivi a sederti). Nel nostro caso, la riuscita del progetto sta nel fatto che da quadro è un quadro e da sedia una sedia, a tal punto che quando li abbiamo esposti uno chiuso ed uno aperto, molte persone ci chiedevano se fosse lo stesso prodotto e, una volta vista la trasformazione, rimanevano a bocca aperta.

Ma quali altri messaggi ha un prodotto del genere? Il fatto, per esempio, che le case sono sempre più minute e dobbiamo iniziare a dare la possibilità agli spazi di modificarsi e di trasformarsi a seconda delle esigenze, forse è ora di riprogettare sia gli spazi che gli oggetti che li popolano.

 

 

A chi si ispira la vostra arte? Avete “modelli” e figure di riferimento?

 

I nostri prodotti nascono da riflessioni sugli oggetti e sul modo di usarli, e ciò implica il fatto non solo di osservare il mondo che ci circonda ma di farlo con uno sguardo critico che nasce dal porsi costantemente delle domande.

 

 

Alvar Aalto, celebre architetto finlandese del Novecento, scriveva : “Architettura moderna non significa utilizzare materiali nuovi e immaturi, la cosa più importante è raffinare i materiali in una direzione più umana.” E’ il futuro, secondo voi?

 

Il futuro sta nella riconnessione dei progetti con i luoghi, con le capacità artigianali ed industriali di un territorio, sta nell’appropriarsi di nuovo degli oggetti senza esserne schiavo, scegliendo cosa veramente ci comunica qualcosa e cosa ci è veramente necessario.

Il futuro sta nella strutturazione di un nuovo linguaggio che permetta a lavorazioni artigianali di comunicare su scala globale la propria cultura e, più importante di tutto, il futuro sta nel riappropriarsi di una cultura, non solo progettuale, ma, quella si, globale, una cultura che sia fatta di consapevolezza, di sostenibilità e di relazioni reali tra persone, oggetti e territori.

Il futuro è fatto di reti di servizi che ci riporteranno ad avere un rapporto più umano, a non essere più target groups ma esseri viventi sensibili e senzienti. Per fare questo dobbiamo riscoprire le peculiarità delle regioni che compongono il mondo, ma non per tornare indietro non progettando più nulla, ma andando avanti coscienti della necessità di un rallentamento che ci aiuterà a vivere meglio.

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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