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Sicilia, sole e mare e… leggende d’acqua

di Orazio Vasta 

 

 

La mitologia racconta le gesta di eroi, uomini forti e coraggiosi, prìncipi, sovrani, maghi ed esseri mostruosi. Ma quanti di noi sanno che anche l’acqua è protagonista di diverse leggende? La Sicilia, ad esempio, ne è piena.

 

Oltre che per le bellezze naturali, il sole, il mare, la Sicilia può rendersi ancor più affascinante riscoprendo dalla propria storia racconti in cui l’acqua è protagonista a tutti gli effetti. Racconti mitologici e storie tradizionali tra sacro e profano che ancora oggi rivivono nei ricordi della gente, rinnovando giorno dopo giorno usi, costumi e credenze popolari dell’Isola e della sua gente.

Storie di dèi, sentimenti, passioni e amori legano il mito della “Fonte Aretusa”, e dei fiumi “Ciane” e “Anapo” (siti nel siracusano), con il mito di Aci e Galatea, creato dai Greci per spiegare la ricchezza di sorgenti d’acqua dolce nella zona etnea.

 

Opera di dèi che hanno voluto legare in maniera naturale, ciò che la vita aveva tristemente separato. L’acqua come fonte di vita non solo materiale, ma come occasione di vita e amore eterno. Alfeo per amore della giovane Aretusa venne trasformato in un fiume che partendo dalla Grecia e percorrendo tutto il mare Jonio, finisce il suo percorso unendosi all’amata fonte, la fonte Aretusa – uno specchio d’acqua che sfocia nel Porto di Siracusa – in cui la giovane fu trasformata dalla dea Artemide proprio sul lido di Ortigia.

 

Ciane invece, per cercare di salvare Perserone dal rapimento di Ade, fu trasformata dal Dio incollerito in una doppia sorgente dalle acque color turchino. Distrutto da tale evento, il giovane Anapo, innamorato della ninfa Ciane, chiese aiuto agli dèi e si fece mutare anch’egli nel fiume che ancor oggi, al termine del suo percorso si unisce nelle acque al Ciane, per versasi nel Porto Grande.

Aci era un pastorello che viveva lungo i pendii dell’Etna. Di lui era innamorata la bella Galatea pretesa anche da Polifemo. Quest’ultimo, invidioso delle attenzioni che la fanciulla rivolgeva al pastorello, decide di ucciderlo, nella speranza di arrivare così al suo cuore. Ma dopo questo gesto l’amore di Galatea per il suo Aci aumentò ancor di più, lasciando Polifemo nello sconforto. Nereide, allora, impietosita dall’amore della ragazza, con l’aiuto degli dèi, decise di trasformare il corpo morto di Aci in sorgive di acqua dolce, che scivolano giù, lungo i pendii dell’Etna, mormorando suoni melanconici di struggente nostalgia. Non lontani dalla costa, vicino la località chiamata oggi “Capo Mulini”, in un luogo poco accessibile da terra e più facilmente dal mare, esiste una piccola sorgiva ferruginosa chiamata dalla gente locale “il sangue di Aci” per il suo colore rossastro.

Polifemo è il protagonista di un’altra leggenda arrivata a noi grazie al viaggio di Ulisse e le pagine de “L’Odissea” di Omero.

 

Ulisse dopo l’assedio di Troia, termina il suo peregrinare per il Mediterraneo, approdando nella “Terra dei Ciclopi”, dove chiede ospitalità per sé e i suoi uomini al ciclope Polifemo, ministro di Efesto. Qui Polifemo lavorava nella sua fucina situata all’interno dell’Etna, dove venivano fabbricate le saette di Zeus ed altre opere straordinarie. Quando il ciclope uccide alcuni uomini di Ulisse, quest’ultimo per salvarsi fa ubriacare il gigante, gli acceca l’unico occhio e s’imbarca. Il ciclope adirato per il gesto di Ulisse e completamente accecato, cerca di colpirlo lanciando in mare degli enormi massi dalle cime appuntite, che ancora oggi, secondo la leggenda, emergono dalle acque di Aci Trezza e sono conosciuti come i “Faraglioni di Aci Trezza”.

 

Sacro e profano, culto e tradizione si intrecciano invece nella leggende del “mare secco” di Tindari. Il paesino situato in provincia di Messina regala a chi lo visita uno spettacolare panorama, che attira a sé ogni anno, migliaia di turisti, curiosi di vedere i laghetti narrati dalla leggenda, la cui protagonista è la “Madonna Nera” di Tindari.

 

Si racconta infatti che quel tratto di mare asciutto, sia dovuto al miracolo che la Madonna fece, salvando un bambino che era precipitato in acqua dalla collina in cui si erge maestoso il Santuario della Madonna. La madre, disperata, si gettò ai piedi della statua della Vergine, pregandola con molto ardore. La Madonna allora ordinò al mare di ritirarsi, giusto nel punto in cui era caduto il bambino, il mare obbedì e fu molto lo stupore della folla, quando si accorsero che il bambino giocava tranquillamente su un fazzoletto di sabbia situato in mezzo alle acque del mare. Da quel giorno, per ricordare tale miracolo, il mare evita di bagnare con le proprie acque il punto in cui era caduto l’innocente bambino.

 

Di altro tipo sono le leggende catanesi del “lago di Nicito”, e “Cola Pesce”.

In seguito all’eruzione dell’Etna del 496 a. C, il corso del fiume fu colpito dalla lava, che nel centro cittadino di Catania, formò uno specchio d’acqua della profondità di 15 metri e dalla circonferenza di 6 km. Era un posto fantastico e fu chiamato lago di Anicito (poi Nicito). Dopo l’eruzione del 1669 che distrusse Catania e ricoprì il lago in 6 ore, ciò che rimase del lago è il toponimo che fu assegnato negli anni venti ad una via della città che sorge lì dove centinaia di anni prima c’era uno dei luoghi più belli di Catania.

 

Ciò che si racconta invece di “Cola Pesce” è che fosse un sub eccezionale, capace di stare settimane o addirittura mesi sotto l’acqua, proprio come un pesce. C’è chi sostiene che sia in fondo al mare e sorregge una delle tre colonne su cui l’Isola si regge. Esistono diverse varianti della leggenda, ma in tutte si parla sempre del fuoco del vulcano che ribolle sotto il mare. Secondo la leggenda Cola Pesce muore bruciato sott’acqua nel tentativo di dimostrare al re Federico l’oggettività delle sue affermazioni. Quindi se per caso qualcuno dovesse darvi del “Cola Pesce”, non preoccupatevi, sta semplicemente complimentandosi per le vostre capacità pneumo-toraciche.

Quanto scritto fin qui risulta essere prodotto di dèi, miracoli, personaggi storici o mitologici. Fantasia o realtà? C’è chi ci crede e continua a crederci, rivivendo queste storie, riscoprendo degli aneddoti. C’è chi non ci crederà mai. Nell’era della comunicazione “tecnologicamente avanzata”, non sarebbe un male fare un passo indietro e rispolverare le nostre “credenze”. Scoprire, conoscere, magari anche imparare, per riscoprire i “nostri valori” e riconoscere le origini di ciò che ci sta intorno.

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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