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Anche le mail inquinano

di Federico Dalila

 

 

Sono economiche, comode, immediate e ne inviamo ogni giorno a decine. Ma anche le e-mail, nel loro piccolo, inquinano. Proprio così: inviare (e quindi ricevere) una e-mail comporta un’emissione, sebbene minima, di anidride carbonica.

 

Che l’utilizzo del Web abbia un certo impatto sull’ambiente ormai si sa: dall’accesso ai social network alla condivisione di file, tutte le azioni svolte on line contribuiscono in maniera consistente alle emissioni di gas serra. E l’inquinamento aumenta anche a causa della diffusione di numerosi dispositivi che permettono l’accesso a Internet da qualunque luogo e in qualunque momento, facendo sì che il traffico di dati non si fermi praticamente mai.

 

Un recente studio dell’Ademe, agenzia francese per l’Ambiente ed il Controllo Energetico, ha messo in luce che anche le utilissime e-mail contribuiscono ad alimentare il terribile inquinamento da gas serra. Infatti, nella serie di passaggi tra l’invio e la ricezione di un messaggio di un megabyte vengono emessi in media 19 grammi di CO2.

 

Può sembrare poco. Ma se si considera, ad esempio, che un’automobile di nuova generazione emette in media 140 grammi di CO2 per chilometro percorso, si deduce che spedire 8 email equivale a guidare un’auto per un chilometro. E senza allontanarsi dalla scrivania.

 

Lo scenario preso in considerazione dall’Ademe riguarda un’azienda di 100 persone, le quali inviano mediamente 33 email al giorno, di un formato di 1 Mb (con gli allegati i valori salgono). Considerando 220 giorni lavorativi all’anno, quest’azienda emetterà per la sola spedizione delle email 13,6 tonnellate di CO2. La stima è effettuata sicuramente per difetto in quanto molto spesso una e-mail viene inoltrata a più persone e con gli allegati diventa più pesante, e dunque produce più emissioni.

 

Certo, calcolare l’impatto di un messaggio “virtuale” non è facile, perché occorre considerare il percorso che questo compie attraverso i vari server di Rete che lo condurranno a destinazione: più precisamente il calcolo viene effettuato prendendo in considerazione l’elettricità consumata da un pc durante la scrittura della mail, l’invio, la lettura da parte del destinatario e l’energia che serve al server per archiviarla in memoria. Sì perché, specificano gli studiosi, più una mail rimane archiviata su un server, maggiore è il suo impatto sull’ambiente. Possiamo dire grosso modo che più un e-mail è pesante, più inquina, perché maggiore è il tempo trascorso nella lettura.

 

In base ad una ricerca del 2010, i cui risultati sono stati pubblicati dal sito del Guardian, un e-mail di spam produce 0,3 grammi di anidride carbonica, una con un lungo allegato (di quelli noiosi da leggere!) 50 grammi. E dei 250 miliardi di e-mail inviate ogni giorno del mondo, circa l’80% è costituito di spam. Inoltre, secondo il quotidiano francese Le Parisien, che ha pubblicato un’indagine sul tema, entro il 2013 si potrebbe arrivare a toccare le 500 miliardi di mail al giorno, una cifra che produrrebbe un inquinamento davvero incredibile!

 

Si potrebbe obiettare che il tradizionale invio per posta cartacea non è certo meno dispendioso in termini di inquinamento. E infatti ogni messaggio di posta elettronica consuma un sessantesimo di un foglio spedito e imbustato. Già, se non fosse però che abbiamo un ritmo di spedizione mail 60 volte più alto rispetto a quello che avevamo nel recapitare lettere quando la posta elettronica non era ancora stata inventata.

 

 

Ma non finisce qui. Secondo i ricercatori anche le chiavette USB inquinano. In questo caso le emissioni provengono dall’archiviazione dei dati, dall’estrazione e dal tempo di lettura di un documento effettuato direttamente sulla Flash Drive. Una persona che la usa per più di un’ora emetterebbe all’incirca 800 grammi di CO2, tanto da arrivare a consigliare di stampare i documenti lunghi anziché leggerli direttamente dalla chiavetta.

 

Ovviamente, sottolinea l’Ademe, anche le ricerche sul web, ad esempio per prenotare una vacanza o cercare notizie sul proprio beniamino recano inquinamento. Si calcola infatti che per le ricerche la sola Francia emetta 287.600 tonnellate di CO2 all’anno, ed ogni singolo utente ne emetta quasi 10 kg all’anno. Minore è la quantità di emissioni se il computer da cui viene effettuata la ricerca è vecchio, dato che un pc che ha dai 4 ai 7 anni può comportare una riduzione tra il 20 ed il 35%.

 

Perché questi dati sono così allarmanti?

La risposta sta nell’utilizzo ormai diffusissimo e in alcuni casi eccessivo che si fa dello strumento Internet, con le varie operazioni che generano inquinamento.

Nella relazione dell’International Telecommunication Union (ITU), si legge che nel 2010, 226 milioni sono stati i nuovi utenti collegati al web, 162 milioni dei quali provenienti da un paese in via di sviluppo. Nello specifico, guardando ai dati relativi ai vari continenti, si nota che in Europa il 65% delle persone dispone di un collegamento ad Internet dal proprio domicilio, contro il 55% delle Americhe, il 21.9% in Asia e Pacifico ed il 9.6% in Africa.

 

Con la sua enorme e capillare diffusione non mancano gli abusi dello strumento internet. Nel 1995 è stata introdotta dal dottor Ivan Goldberg l’espressione Internet addiction disorder, cioè Disturbo da Internet Dipendenza: la rete possiede potenzialità psicopatologiche, ad esempio quella di indurre sensazioni di onnipotenza, come sopraffare le distanze e il tempo e cambiare identità o nasconderla. Altra caratteristica della rete che può indurre dipendenza è la possibilità di fornire emozioni e rapporti interpersonali virtuali senza ruoli, vincoli e convenzioni.

 

Insomma se da una parte non si può negare che Internet abbia aperto nuove incredibili possibilità un tempo impensabili, si deve osservare anche che l’altra faccia della medaglia mostra realtà di isolamento, eccessivo individualismo, annullamento d’identità.

Tornando all’aspetto inquinamento si può avere quindi un’idea, considerando questi fatti, di come possa essere estremamente urgente la situazione.

 

Ma le soluzioni esistono. Alcune iniziative interessanti che pongono come obiettivo la salvaguardia ambientale e il risparmio energetico si stanno muovendo nel nostro Paese. Una di queste è il trashing hardware: rovistare fra la spazzatura tecnologica e rigenerare i computer dismessi o buttati e inserendo programmi open source (sorgente libera) che sono più stabili e più efficienti.
Per ogni computer rigenerato si risparmiano circa 10 kg di rifiuti pericolosi, 30 kg di rifiuti solidi, 30 kg di rifiuti di materiali, 100 litri di acqua inquinata, 30 tonnellate di aria inquinata, 600 kg di C02 e 7.800 kW di energia, secondo le stime dell’Agenzia di Protezione Ambientale americana (EPA). In atre parole si ottiene un computer che costa zero (in quanto si recupera anziché buttarlo) e che non inquina. Anche nella città di Parma è arrivato il trash ware: Fabrizio Savani, presidente dell’Associazione Sodales Onlus che promuove e divulga a livello didattico e culturale varie tematiche ambientali, afferma: “Parma in Movimento auspica che nel ducato ogni computer pubblico dismesso invece che potenziale rifiuto da inceneritore arrivi ad essere rigenerato e dotato di programmi open source liberi e gratuiti. Più risparmio e più efficienza”.

 

Per quanto riguarda il nostro quotidiano più immediato si può iniziare a compiere piccole e importanti azioni: rinunciare alle email non necessarie, magari sostituendole con due chiacchiere reali, meno alienante e più ecologico. Oppure in momenti in cui non si ha nulla da fare anziché navigare in rete senza meta, uscire fuori a far due passi.

E in genere non dimenticare che ogni eccesso può comportare eccessivi costi da dover pagare: costi che riguardano il nostro ambiente, in nostro mondo, il nostro futuro.

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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