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In viaggio sulla Concordia, dal sogno all’incubo.

di Giulia Rossi 

 

Un gigante ferito, adagiato su un fianco, immerso in un mare d’acqua gelida. Attorno, un mondo che osserva, che piange, che si infuria, che non ha più parole.

A quasi un mese dalla tragedia, quel che resta della nave da crociera Costa Concordia è impresso per sempre negli occhi di chi ha vissuto quella notte da incubo. E’ un marchio a fuoco, che resterà inciso sulla pelle dei naufraghi che sono riusciti a ritoccare terra, per tutta la vita. Per chi ancora una vita ce l’ha.

Diciassette persone sono morte annegate, sedici sono ancora disperse. Imprigionate nelle cabine di lusso che fino a pochi instanti prima apparivano ai loro occhi così rassicuranti. Sono morte durante un sogno, uno di quelli che si desidera realizzare da una vita, che costa risparmi, che suscita speranze. E che in un attimo smette di illudere, sdegna e soffoca. Come quando viene giorno e ci si accorge che quello che si stava immaginando era tutto frutto di un’illusione.

Oggi, per chi ha avuto la fortuna di sopravvivere a quella tragedia assurda, le lancette dell’orologio hanno ripreso a scandire un tempo che adesso, come non mai, pare caro e prezioso. I figli sono ritornati a scuola, i genitori al lavoro. Ma dimenticare non si può. A tavola, mentre si cena, al telegiornale scorrono incessanti sotto gli occhi dei superstiti le immagini di una città galleggiante che è stata colpita e affondata. La frenesia dei soccorsi e quella dei sommozzatori che, coraggiosamente, si sono introdotti nei pertugi della Concordia nella disperata ricerca di persone ancora vive.

Passano i giorni e si iniziano a contare i danni ambientali che il materiale a bordo della nave, oltre al carburante, potrebbe infliggere al nostro ecosistema. E allora, ecco che compaiono sullo schermo della televisione i disegni di tutti gli utensili che sono sulla nave inclinata: borse, fermagli, collane, cosmetici, scarpe, abiti, cellulari, lettori mp3, portatili. E ancora tavoli, detersivi, armadi, lampadari, piatti, letti, stoviglie, sedie: tutto questo potrebbe scivolare rovinosamente sul fondo del Tirreno. Assieme ai frammenti di ricordi di ogni passeggero a bordo di quella nave, prima amata e poi odiata, per cui quei disegni fatti con il computer, nella realtà corrispondono ai propri effetti personali che, nel tentativo di mettersi in salvo, non hanno fatto in tempo a portare con sé.

Ma poi arriva la cicatrice più dolorosa. Mentre scorre la lista di passeggeri ancora da recuperare, il fiato si ferma un nome: Dajana Arlotti. E’ un bimba di 5 anni, la più piccola nell’elenco dei dispersi. Per lei ormai è troppo tardi. Dopo un mese dal disastro neanche un miracolo la restituirebbe dalle acque del mare, ancora viva. Di storie come quella di Dajana, purtroppo, ce ne sono tante altre, alle quali si aggiungono però quelle di chi ce l’ha fatta. Di chi in un modo o nell’altro, è riuscito a salire su una scialuppa, si è salvato e oggi sceglie di raccontare la sua esperienza su quella nave maledetta dal destino e dalla realtà dei fatti.

E’ il caso di Michela Castellari, 36 anni di Toano che lavora come infermiera all’ospedale di Castelnovo Monti, e che il 13 gennaio era a bordo della nave Concordia assieme al marito, il trentottenne Marco Giunzioni, operaio alla Panaria Ceramiche, e ai due figli Gioele e Gabriele, rispettivamente di 4 e 7 anni. Capelli corti castani, occhi grandi e un sorriso che non ha mai fatto mancare ai suoi bambini nel momento in cui loro avevano più bisogno di lei. Ecco come Michela ricorda la notte dell’incidente.

 Michela Castellari, 36 anni, di Toano. Sulla Concordia era in viaggio con marito e figli.

Michela, lei e la sua famiglia dove vi trovavate al momento dell’impatto della concordia?

“Come tanti, eravamo al ristorante ‘Milani’. Stavamo mangiando al secondo turno, quello delle 21. Avevamo già finito di mangiare il primo quando ad un tratto, verso le 21.30, abbiamo sentito un frastuono strano, sembrava un rumore metallico, poi un tonfo. I bicchieri sono caduti. Mio marito ha guardato il cameriere in volto: aveva gli occhi terrorizzati. ‘Andiamo’, mi ha detto. Io non capivo: andare? Perché? Dove? E poi, Gabriele, uno dei nostri figli era scalzo. ‘Andiamo’, ha ripetuto Marco. Non ho più fiatato. Mio marito aveva capito che c’era qualcosa che non quadrava. Allora ho preso in braccio i bambini e ci siamo diretti al ponte 4 per recuperare i giubbotti di salvataggio. C’era già qualcuno vicino alle scialuppe ma non in tanti come mi aspettavo. Nessuno ci diceva che cosa dovessimo fare. Ci siamo infilati i giubbotti e ci siamo andati alle cabine per prendere almeno le giacche. Ad un tratto: il buio. La corrente è andata via nelle stanze da letto come nei corridoi, non c’erano nemmeno i segna passi funzionanti. A tastoni, ho preso i cappotti, la mia borsa con la macchina fotografica e le sigarette, ho messo le scarpe a mio figlio e siamo scappati dalle cabine, nonostante ci avessero detto di rimanere lì. Non essendoci la luce non abbiamo fatto in tempo a recuperare il portafoglio che era nella cassaforte, assieme alle altre nostre cose. Come souvenir, mi è rimasto solo l’accendino”.

Come avete fatto a mettervi in salvo?

“Il personale di bordo continuava a dirci che si trattava di un guasto tecnico al generatore. Di rimanere in cabina. Ma noi siamo andati subito alle scialuppe. Erano le 22 quando abbiamo nuovamente raggiunto il ponte 4 nel tentativo di metterci in salvo. Vigeva il caos più completo. La gente spingeva. Ci hanno fatti salire poi scendere. Probabilmente perché il comandante non aveva ancora dato l’ordine di fare evacuare la nave. Nessuna galanteria nel fare andare prima donne e bambini. Solo un cuoco aveva preso Gioele e lo aveva messo sulla scialuppa. Ho chiesto di far salire anche me per stare con lui o di ridarmi mio figlio. Ma poi siamo riscesi entrambe. L’allarme del Concordia, con i suoi fischi, è scattato, in ritardo, alle 22.58. Per molti, troppo tardi. Immediatamente si è riformata la fila di persone impazienti di salire sulle scialuppe, noi cercavamo di stare un po’ in disparte dalla calca, soprattutto per i bambini. Nessuno ci voleva far salire: le scialuppe erano piene. Solo un ragazzo giovane, un cuoco filippino, mi pare, vedendo i piccoli ha insistito con l’altro inserviente affinché ci imbarcassero”.

E quando siete sbarcati all’isola come vi siete sistemati per la notte?

“Anche a bordo della scialuppa, mentre ci allontanavamo dalla Concordia, non mi riuscivo a rendermi conto di quello che era successo. Non potevo credere che la nave stesse davvero affondando. Mi sembrava impossibile. Quando siamo arrivati al Giglio, almeno per noi, per fortuna era tutto finito. Gli abitanti dell’isola ci hanno accolto con grande umanità, mettendo a nostra disposizione tutto quello che avevano. Io e la mia famiglia siamo stati ospitati da un’ottantenne, Rosanna Muti, nella sua seconda casa. E’ stata molto gentile, ci ha detto che potevamo fare come se fosse casa nostra e accogliere altri naufraghi. Così abbiamo invitato alcuni rumeni e dei tedeschi che cercavano alloggio”.

I bambini come hanno reagito alla vicenda?

“Il piccolo benissimo, per lui era come se stesse vivendo un gioco, ancora oggi quando sfoglia il depliant della crociera che abbiamo in casa ci vorrebbe tornare. Per Gabriele invece, che essendo più grande, ha capito che cosa stesse realmente succedendo, è stato difficile. Piangeva e oggi non vuole più salire nemmeno sul bus. Con il tempo gli passerà”.

Che cos’è che non ha funzionato secondo lei nella macchina dei soccorsi?

“C’è stata troppa disorganizzazione. Troppa disparità nel dare gli ordini. Troppo ritardo nel far suonare l’allarme. A noi è andata bene. Ma c’è stata gente che è ritornata nelle cabine come aveva detto il personale di bordo e ci ha trovato l’acqua: questi sono degli shock. Altri si sono persi in quel labirinto di 12 piani quale è la Concordia. Alcuni sono rimasti intrappolati nella nave e sono annegati. Sul comportamento del il comandante Schettino, non ho nulla da dire, ci penserà la giustizia a fare il suo dovere. Però, posso affermare che il suo gesto di abbandonare la nave prima del dovuto è stato eguagliato anche da alcuni funzionari di bordo. Quando siamo sbarcati al Giglio, c’erano tanti inservienti che invece di dare una mano sulla nave, erano già in salvo sulla terra ferma”.

E adesso cosa resta?

“Un ricordo bellissimo di 6 giorni sulla crociera dei sogni e una notte orribile da dimenticare. Vedere le immagini della nostra nave piegata su un fianco in televisione mi fa venire il magone, ma ancora non riesco a credere che sia potuto succedere. Ci daranno un risarcimento dei danni pari a 11.000 euro a testa. Ma nessuno potrà più toglierci dagli occhi quelle immagini”.

 

 

 

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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