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35mm d’acqua: La grandine di fuoco

di Massimo Guadrini 

 

Questa volta, per parlarvi di acqua nel cinema, voglio raccontarvi qualcosa del film del 1956 I dieci comandamenti, di Cecil B. De Mille. La pellicola racconta l’arcinota storia di Mosè, il bambino ebreo “salvato dalle acque” che, adottato dalla figlia del faraone, divenne prima principe d’Egitto e, successivamente, liberò il suo popolo dalla schiavitù. La trama è desunta, oltre che dal libro dell’Esodo, anche dal Midrash, dal Corano e dai testi di Giuseppe Flavio.

Il film, un autentico kolossal per il quale la Paramount investì l’allora astronomica cifra di 13 milioni di dollari, fu interpretato da Charlton Heston, Yul Brynner, Anne Baxter, Edward G. Robinson, John Derek, Yvonne De Carlo, Vincent Price e molte altre celebrità dell’epoca. Ma che c’entra con l’acqua?

Molto, anzi moltissimo. L’acqua è protagonista di diverse scene. Oltre all’attraversamento del Mar Rosso (di cui vi parlerò, magari, un’altra volta), nel film si riproducono anche alcune delle “piaghe d’Egitto”, ossia quei segni che, secondo la tradizione biblica, furono mandati al faraone perché si convincesse a liberare il popolo ebraico.

Una delle piaghe fu la grandine. Certo, la Bibbia ci dice che si trattò di grandine di fuoco, ma pur sempre di grandine si trattava. Ma cos’è la grandine – quella normale, non quella infuocata?

In estrema sintesi (e mi scuso fin d’ora se la trattazione non sarà perfetta ed esaustiva), è un fenomeno atmosferico tipicamente estivo, connesso con la contemporanea presenza di forti correnti ascensionali calde e di grandi ammassi nuvolosi – i cumulonembi – al cui interno le temperature sono molto basse. La dimensione dei chicchi, solitamente, è di circa 1-1,5 centimetri di diametro, ma si sono registrate grandinate con chicchi (o idrometeore) di dimensioni pari o superiori ad un uovo di gallina. Il processo di accrescimento è dovuto proprio alle correnti ascensionali che sottopongono i chicchi già formati ad un parziale scongelamento ed a una risalita all’interno della nube, dove la temperatura più bassa provoca l’aggregazione di altre goccioline che poi ghiacciano a loro volta. Più è alta la temperatura al suolo, più forti sono le correnti ascensionali e più numerosi sono i sali-scendi dei chicchi e, di conseguenza, gli strati del chicco (che finisce con l’assomigliare ad una cipolla) e la dimensione finale della grandine.

Quando grandina, si determinano di solito dei danni proporzionali alla dimensione dei chicchi; i più frequenti, oggi, si producono sulle autovetture o su altri strutture ma, fino a poco tempo fa, era l’agricoltura a temere i maggiori disastri, recentemente in parte scongiurati dall’adozione di apposite reti di protezione.

Era tanto disastrosa, la grandine, da meritare di essere tramandata ai posteri, come fece, ad esempio, Frà Salimbene De Adam da Parma che, nella sua Cronica, ha registrato, tra le altre cose, anche le grandinate rovinose che caddero sul parmense nel XIII secolo.

Ma come fece Cecil B. De Mille, e più ancora il suo mago degli effetti speciali John P. Fulton, a riprodurre la grandine? È chiaro che non si sarebbero mai potuti adoperare dei cubetti di ghiaccio veri per farli cadere addosso a Ramesse II (Yul Brinner). E allora?

Ecco che a Fulton, ed al suo collaboratore William Sapp, venne l’idea di usare del popcorn verniciato di bianco azzurrato. Il popcorn, infatti, è leggero ed innocuo, ma rimbalza sul pavimento in modo molto simile alla vera grandine. Il fuoco, poi, fu aggiunto in post-produzione.

Quello della grandine non fu l’unico effetto speciale del film, anzi! Le invenzioni furono tante e tali da determinare l’attribuzione a John P. Fulton del suo terzo Oscar per gli effetti speciali (i precedenti due li vinse per L’uomo meraviglia del 1945 e per I ponti di Toko-Ri del 1954

About The Author

Giorgio Triani

Sociologo, giornalista, consulente d’impresa.

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